Wicky Hassan

di PIG Mag  2 Febbraio 2004  Interviste, Moda

DSC01147.jpgOne Mister for Miss Sixty. Pig in Rome with Wicky Hassan, the Energie of fashion. The Trip: Un invito non si rifiuta mai. Se poi sono vacanze romane, si vola. Si atterra e si incontra Wicky Hassan, Mr. Energie, dalla costola del quale, ha preso vita Miss Sixty, uno dei più grandi successi mondiali del sistema moda italiano degli ultimi vent’anni. Roma ha nel suo cuore il palazzo storico dell’ex ambasciata irachena dove, nel centro creativo di Sixty Group, il più giovane pool di stilisti in circolazione crea tutte le collezioni del gruppo, sotto la supervisione di Wicky Hassan. I muri lì non sono portanti, sono disegni. In una monovolume multispeed raggiungiamo anche Chieti, la base produttiva, dove tutto è organizzato e enorme come uno dei magazzini che visitiamo, zeppo di scatole pronte a vestire il mondo. Negli showroom, dove i maggiori compratori e distributori internazionali visionano e scelgono le produzioni, si riconosce l’importanza data a ogni dettaglio e la qualità di lavorare in un contesto super friendly come lo staff Sixty.

Prima di ripartire c’è anche il tempo per i regali. Una giacca lunga Miss Sixty per un compleanno speciale in redazione e tanta cioccolata per avere più Energie. Viste da vicino, certe realtà sorprendono, visitare una delle maggiori aziende di moda al mondo ci rende fieri e curiosi.

The Group
Dalle Ball Chair di Eero Aarnio, vediamo una sala riunioni dove tutti dimostrano un’accoglienza e una disponibilità rare, come raro è il talento di realizzare un successo potente e restare se stessi. Wicky Hassan ha fatto così. Garbato, sottilmente ermetico, ha l’aria di chi ha lavorato duro e ha amato farlo. Sixty Group nasce nella metà degli anni ’80, grazie alle intuizioni di Wicky, che comincia cercando all’estero abbigliamento mai visto, proprio nel momento in cui la brand culture esplodeva. Lo streetwear in Italia non esisteva, Wicky Hassan ha iniziato prima a importarlo poi a crearlo. Il primo negozio, il primo jeans, il primo brand. Oggi fanno parte del gruppo, oltre a Energie e Miss Sixty anche Killah, Murphy&Nye, Dake 9, Sixty, Decauville, Refrigiwear, bestseller d’inverno, e Ayor, streetcore e industrial ma luminoso come il futuro del gruppo. Più di 2000 dipendenti, decine di divisioni in tutto il mondo, centinaia di punti vendita e un posto ai vertici della chart dei fatturati più alti del settore. www.sixty.net. Questa è la storia:

Come è nata Miss Sixty? Come hai cominciato?
E’ cominciata perché si doveva fare per forza. Ho fatto la classica gavetta. Facevo il commesso in negozio, poi il direttore in un altro negozio. Poi il mio socio, Renato mi ha proposto di aprire un negozio insieme. Abbiamo fatto una società.

Dove all’inizio?
A Roma. Io facevo tutt’altro. Frequentavo l’accademia, dipingevo. Ho fatto una mostra. Non ho venduto niente. Ho provato a fare qualcosa di diverso, andavo a Porta Portese a vendere delle cose la domenica, poi un altro mercatino. Fatta tutta questa trafila, ho aperto il negozio, il socio ha visto che andava bene, me ne ha fatto aprire un altro. Il primo negozio è in una strada piccolina, in via Due Macelli

I prodotti erano di vostra produzione?
No li importavo da fuori. Compravo le marche in giro. In Inghilterra, in Francia

Questo quando?
Nel 1982, ’83. Ho cominciato a comprare le cose in giro perché tutti avevano la stessa roba, le stesse marche. Era il tempo delle prime All Star, ero l’unico nel Lazio che le vendeva, avevo l’esclusiva. Le prime Timberland, i primi Levis’ 501, che nessuno aveva ancora. Tutte cose di importazione. Le prime T-shirt Fruit of the Loom, le felpe col cappuccio. Molto di importazione americana, roba che non si vedeva, quando ancora andavano in giro i dinosauri, anni e anni fa

Quando hai cominciato coi tuoi negozi? E con la tua produzione?
Mi sono fatto 5 o 6 anni di collezioni andavo in giro e compravo. Poi abbiamo aperto un negozio in via Del Corso, anche troppo grande. Io ero spaventato. In realtà, ha funzionato molto bene. Ho continuato a vendere comprando un po’ dappertutto tutte le marche italiane e estere di sportwear. Poi non riuscivo più a trovare le cose che mi servivano, allora con una sarta che c’era in negozio, quella che esegue le riparazioni, ho provato a fare delle cose. Avevo dei vecchi jeans usati, dei Levis’ di taglia piccolissima. Avevo fatto degli inserti di tessuto, etnici, un pò messicani. I pantaloni si allargavano, aumentavano di taglia ed erano molto particolari. Hanno funzionato. Era il 1984, ’85

Quanti anni hai? Ti senti vecchio?
48, 49 ma possiamo anche scrivere 45. Sono 48

Come è nato il nome Miss Sixty. Da dove viene?
Con Miss Sixty ho fatto un cosa che volevo fare. Quando ho cominciato con Miss Sixty c’era una forte tendenza unisex. Tutti facevano tutto per uomo e per donna. Io invece ho creato un marchio che voleva essere innanzitutto femminile, indirizzato solo alle ragazze, a un certo tipo di donne. Innanzitutto Miss. Sixty perché erano gli anni che mi piacevano.

Energie, forse, era più mirato?
Il nome nasce dal negozio. Prima è nato il negozio. Là dentro era un insieme di Energie, infatti è plurale. C’erano tante cose, americane, inglesi, punk, che compravo nell’usato. Energie perché erano tante cose mischiate insieme.

Cosa c’è nel tuo futuro, un’altra società? Un challenger? O continuerai a gestire a gestire Sixty?
I challengers ci sono. L’esperienza stessa di Energie e Miss Sixty è quella di una crescita continua. Ne derivano le collezioni di scarpe, accessori, underwear, occhiali, beachwear. Gli allestimenti dei negozi, le campagne pubblicitarie. Un progresso costante.

Il tuo successo? Ti ha sorpreso?
Mi ha anche sconvolto. Quando ti rendi conto dei numeri fa un po’ paura. Fai un pantalone e quello diventa 27 milioni di pezzi. Il successo è una responsabilità. Noi lavoriamo di più sull’intuizione, sull’immediatezza, sulla forza dell’energia che si scatena. E molto sull’entusiasmo, sull’eccitazione che si stratifica, esplode e ti diverte. Sto attento a ogni pezzo che creo. Proviamo, ancora oggi, a fare tutto con una certa incoscienza senza farci gravare dall’ansia della vendita. Noi crechiamo di mantenerci “leggeri e irresponsabili”

Come fai a decidere lo stile dei diversi brand del gruppo?
E’ difficile. A volte ci sono dei trend emergenti, il nero, la lana o i tessuti tecnici. Quando c’è una tendenza worldwide si diffonde e influisce un po’ ovunque. Si affronta però in modo differente. Ci sono delle linee guida, dei mainstream e grosse wave che vanno comunque considerate ma ogni linea ha un suo target da quella più fashion, esagerata, sperimentale e d’avanguardia come Miss Sixty, a Killah, che invece è più giocosa, più teen

In Giappone i negozi di abbigliamento più stilosi snobbano i grandi marchi per favorire i brand giovani e indipendenti che producono T-shirt e gadget in proprio. Conosci il fenomeno?
Sì. Sono le cose che mi divertono e mi commuovo di più. Alle volte c’è più creatività nelle cose fatte dai ragazzi perché hanno un atteggiamento più moderno rispetto a certe collezioni noiose. I due mondi però si influenzano. Anche la grande boutique può volere il prodotto fashion ma allo stesso tempo più semplice, meno costruito, ed elaborato, più immediato e fresco. Inevitabilmente le collezioni richiedono tempo quindi si ricerca anche il prodotto svelto.

Adesso i grosssi brand lavorano con gli stilisti giapponesi d’avanguardia o underground, come Adidas con Yamamoto e Bape cosa ne pensi?
Secondo me ci sono dei brand che sono troppo popolari e hanno bisogno del lusso che gli può dare Yamamoto. Nascono dei cross, degli stili che si mischiano e sono divertenti perché si incontrano una certa cultura tecnica con un certo tipo di know how innovativo e esclusivo

Ci sono dei cicli, dei trend?
Sì ci sono dei ritorni ma niente torna mai uguale. Lo stile anni ’70 di questi anni si avvale di nuovi materiali più tecnologici, di fibre che neanche esistevano, colori diversi. C’è un aggancio al passato ma sempre rinnovato in senso contemporaneo

Quale pensi che sia il capo che hai disegnato per Miss Sixty o Energie che ti è piaciuto di più e che ti ha fatto capire di aver svoltato con lo stile?
Il jeans. E’ una delle materie in assoluto più malleabile. E’ incredibile la quantità di cose che puoi fare col denim e le sue derivazioni. E’ plasmabile e conformabile ai fitting, ai lavaggi, e ai trattamenti. Il denim, nelle nostre linee, è quello che più ci rappresenta

Quando è stato il momento più felice nella crescita dell’azienda?
Il primo vero grosso successo mi sembra di averlo respirato quando è scoppiata Miss Sixty in Inghilterra. La sensazione era forte. Ho sempre considerato l’Inghilterra un paese estremamente fashion e attento al fenomeno. Io andavo lì a fare il mio lavoro di ricerca, a Kensington, Portobello. Ho sempre avuto un grande rispetto per Londra, lì mi divertivo di più. Abbiamo aperto prima un negozio poi un secondo, i numeri crescevano, Britney Spears indossava i nostri capi. Non che l’Italia, la Francia, la Germania siano meno importanti, ma Londra è una roccaforte, riuscire lì ha un significato importante

Oggi è ancora così?
Sì, Miss Sixty continua a essere cool

Per divertirti cosa fai?
Più divertente di questo cosa c’è?

www.sixty.net
www.misssixty.com
www.energie.it
www.ayor.it
www.murphynye.com
www.killah.it

Intervista di Brian beckerman, Simon Beckerman e Matteo Polli.
Special Thanks: Muriel Ridet di Barbieri e Ridet, Annalaura Paoletti, Stefania, Antonella, Tiziano.

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2 Commenti per “Wicky Hassan”

  1. Pinco Pallino Dice:

    si mangia bene a chieti?

  2. anne schoonooghe Dice:

    bonjour je voudrais contacter Wicky Hassan par le mail mais je n ai aucune adresse pouvez vous m aider?merci


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