Spike Lee, al secolo Shelton Lee, classe 1957. Originario di Atlanta, Georgia, ma newyorkese per istinto. Figlio di un musicista jazz e un’insegnante, è un artista completo (regista, produttore e soggettista) con all’attivo una serie di film che hanno fatto la storia del cinema indipendente. Famoso per le sue inquadrature, i suoi colori e la forza vitale dei dialoghi dei suoi personaggi, ha dato una voce alle minoranze che si sono stabilite a New York, riuscendo a ironizzare come pochi altri esponenti della cultura afro-americana sulle discriminazioni, ma anche sulle esagerazioni e sui preconcetti dei neri e di altri gruppi minoritari, tra cui anche gli italoamericani… Dopo esserci letteralmente innamorati del suo ultimo, straordinario film “la “La 25ma Ora”, noi di Pig abbiamo deciso che era ora di scambiare quattro chiacchiere con lui…
Sei sempre stato coinvolto in progetti che riguardavano tematiche razziali o comunque delle minoranze etniche con base a New York. Come mai questo drastico cambio di soggetto?
Per la verità, ci sono stati altri miei film in cui non ho affrontato i temi del razzismo e delle minoranze, quali “Girl 6” o “Mo’ Better Blues” solo per citarne alcuni. In realtà, questa è la prima volta che affronto in questo modo il tema dell’amicizia.
Credo che “La 25ma Ora” rappresenti un nuovo inizio per me.
Ho letto che il film è stato interamente girato prima dell’11 settembre…
Sì, infatti, eravamo già in fase di post-produzione quando è successo. Il libro da cui è tratto il film è antecedente e quindi in sceneggiatura non c’era nessun riferimento all’attentato alle Torri Gemelle. Abbiamo fatto una riunione per decidere se dovevamo girare delle scene che testimoniassero l’accaduto, e infatti abbiamo deciso che per quanto fosse rischioso e per quanto allungasse i tempi di lavorazione, era nostro dovere fare quelle riprese. Non potevamo far finta che non fosse successo niente. E’ stato il nostro omaggio alle vittime e ai loro familiari.
Come la scena dove Pepper e Seymour-Hoffman sono nell’appartamento da cui si vede Ground Zero?
Si, è stato molto difficile inserire le scene e i riadattare i dialoghi in maniera delicata e accorta, ma sentivamo di doverlo fare.
Nel film c’è una scena, meravigliosa in cui Norton recita un monologo allo specchio, insultando per vari motivi New York City e i suoi abitanti: non hai avuto paura che proprio a seguito dell’attentato questo monologo potesse offendere o infastidire qualcuno?
Sinceramente no, perché le parole di odio e di rancore che Edward pronuncia sono rivolte a tutti, e fondamentalmente a se stesso. Non c’è qualcuno che viene insultato e qualcun altro no. Ebrei, italiani, afro americani, irlandesi, asiatici, gente di Wall Street.. tutti sono inclusi nell’odio di Monty, che riletto in un altro modo può essere visto anche una forte dichiarazione d’amore. In questo film c’è tanto amore per la vita. Ci sono delle persone che sbagliano ma che vengono perdonate e salvate dall’amore di altre persone. Tutto merito della profondità del libro e dall’adattamento dello sceneggiatore, che è stato molto bravo a investigare sulla complessità dell’animo e delle relazioni umane..
E’ vero che hai partecipato alla manifestazione per la pace sabato quindici febbraio a Roma?
Si, ero a Roma per la promozione del film e ho deciso di partecipare. È stato molto bello essere insieme a voi italiani a manifestare. Credo che sia giusto prendere una posizione, la gente ha capito che questa guerra riguarda solo interessi economici e vuole protestare.
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