martedì 01 marzo 2005
Due anni fa un disco come “Lycanthropy”, esordio del poco più che ventenne londinese Patrick Wolf, aveva fatto conoscere al mondo un brillante e giovanissimo talento. L’album metteva in mostra le grandi potenzialità di questo ragazzo, dall’immagine androgina e naif, capace di fondere pulsazioni elettroniche con arrangiamenti e orchestrazioni “classiche”. La sua abilità con sequencer, laptop e altre stregonerie tecnologiche, combinata ad una dotta educazione musicale (Patrick suona un’infinità di strumenti), trovava espressione in un electropop dalle tinte noir e dal forte lirismo. A distanza di un paio d’anni il nostro torna con un disco decisamente più maturo; ad ascoltarlo non lo si attribuirebbe certo ad un artista poco più che ventenne. “Wind In The Wires” è un viaggio all’interno di un immaginario musicale senza tempo; Patrick, spinto da un ulteriore maturazione vocale e dal desiderio di cimentasi maggiormente con quegli strumenti (violino, viola, arpa ecc…) che suona da quando era bambino lascia in secondo piano i beats dell’esordio per concentrarsi su melodia e arrangiamenti…
Immaginato durante un viaggio in treno tra Londra e il Devon, il disco, che parla della ricerca della libertà personale, prende corpo all’interno di uno chalet di legno su una scogliera della Cornovaglia. Il giovane Patrick è un personaggio apparentemente timido, che però si apre e si entusiasma parlando della sua musica; l’abbiamo incontrato nel suo hotel milanese, nel corso di una “toccata e fuga” nel nostro paese.
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