Dave mcKean

di Elena Ravera  1 Marzo 2005  Arte, Interviste, Libri, Musica

feeding.jpgDormi. Svegliati nel sogno. Vivilo in veglia. Fallo sognare ad altri. Da più di 15 anni Dave mcKean offre in pasto ai suoi seguaci la materia di cui sono fatti i sogni. Traccia percorsi impossibili da seguire lucidamente. Protegge i suoi incubi mostrandoli a tutti. Produce arte a ritmo intensivo, senza volerlo ammettere, e lo fa tramite fumetti (celebri le sue copertine per la serie Sandman), graphic novel come Cages, cd cover, videoclip musicali animati in 3D (Buckethead), corti e ora anche un film: MirrorMask, il lungometraggio scritto con Neil Gaiman, ha stravolto la platea del Sundance Film Festival con un acidissimo Alice delle Meraviglie. Lo incontriamo a Milano, dove si trova per inaugurare Narcolepsy, la sua prima retrospettiva italiana. Circondato da una folla di fedeli, mcKean sorride, disegna e osserva con attenzione i book di chi va a lui, il guru della Photoshop generation, con la stessa espressione tremante dei bambini che consegnano il compito in classe al maestro.

MirrorMask, il tuo primo film, è in uscita negli Stati Uniti. Molte persone, per un motivo o per l’altro, lo scaricheranno dalla rete..
Spero di no…

Perché?
Questa è difficile. Credo che l’accesso a internet sia fantastico. E’ uno strumento democratico, che permette di cercare e trovare qualcosa a cui normalmente non si avrebbe accesso. Tutta la questione circa il download non riguarda il copyright o la legalità. Quell’aspetto non mi interessa. Ma è il fatto che le persone che compongono musica, o scrivono libri, o producono film devono in qualche modo vivere, devono pagarsi l’affitto e mangiare, devono avere la possibilità di mantenersi con quello che fanno. Non mi riferisco ai gruppi che guadagnano i milioni, tipo i Metallica, loro fanno già parte del sistema e non mi interessano perché so che loro se lo possono permettere. Ma sono preoccupato per la musica che amo, che è fatta da individui che non hanno un grosso pubblico e hanno bisogno di vendere i dischi per autofinanziarsi..

Tu hai anche una casa discografica, no?
Sì, ho una piccola etichetta. Mi piace la musica jazz, e un certo tipo di musica elettronica e musica avant-garde. Questi gruppi non hanno un grande pubblico e dipendono strettamente dalle vendite per sopravvivere e continuare a fare musica.
Pensi che quindi perdano veramente dei soldi con il free download?
Non lo so con esattezza perché non ho mai fatto ricerche approfondite sui numeri, ma con il lavoro all’etichetta so per certo che questi artisti si appoggiano ancora sulle vendite, specialmente quelle via internet. E’ importante. Ed è per loro che sono preoccupato, come per questa relazione un po’ troppo lassista e menefreghista tra le persone e il loro lavoro che viene scaricato.

Ma almeno così si riesce a raggiungere un’audience più grande..
Vero. E’ un compromesso. In realtà, si acquista notorietà tra gente che però continua a non pagare. In ogni caso, con internet l’accesso è fantastico, la possibilità di raggiungere più persone è fantastica, e l’entusiasmo è fantastico. Ma ad un certo punto tutto questo si spezza perché gli artisti non hanno più la possibilità di produrre altro. Ora, con la musica è una cosa, ma con i film… i film sono costosi, ci vogliono parecchi soldi per realizzarli. Prendete il mio film. Si tratta di una piccola produzione low-budget, ma è costata comunque un sacco di soldi, più di tutti quelli che avevo in banca. E se la produzione che ha finanziato il progetto non ci guadagna qualcosa, sarà impossibile per me realizzare altri film. E’ una questione molto delicata, ed è anche un momento storico delicato dove tutto sta cambiando e nessuno sa come controllare le cose. Tutto si basa sul buon senso e la buona volontà delle persone. E’ come se tutti gli artisti fossero dei busker: se ti piace la loro musica lasci loro dei soldi come incoraggiamento a suonare ancora.

Qual è il lavoro che ti rappresenta di più?
Questa è stata la cosa interessante di questa mostra, perché è una raccolta di tutti i miei lavori organizzati in un unico luogo. A me non piace andare a guardare i miei lavori passati, ma qui, per forza di cose, ho dovuto confrontarmi con tutta la mia produzione. Molti dei miei vecchi lavori sono seri, oscuri. Ma io non sono così: mi piace ridere, ho senso dell’umorismo, ho dei bambini… Per cui, in questa prospettiva, tutto diventa importante: i libri per i bambini, i cortometraggi… Tutto il lavoro nella sua unità riesce a descrivere la mia persona. Se proprio proprio sono costretto a scegliere un progetto in particolare che mi rappresenti, probabilmente sceglierei “Cages”; comunque, credo che sia tutto il corpo del lavoro di un artista che lo definisce, come se ogni progetto fosse una pagina del suo diario. Ecco, questa mostra è come un ideale diario visuale per me.

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Quanto è importante il sogno nel tuo lavoro?
Ovviamente, molto importante..
Ho chiamato la mostra “Narcolepsy”- narcolessia - che è il sonno forzato. Le persone che soffrono di narcolessia perdono la loro capacità di stare svegli. Mi piace pensare che le persone vengano alla mostra, e io li faccia addormentare, facendo loro sognare i miei personaggi e i miei mondi. Una volta fuori dalla mostra si svegliano e tornano alle proprie attività. Quindi, sognare è molto importante per me. La cosa che mi piace di più circa i sogni non sono le immagini bizzare o la sensazione che tutto possa succedere, ma è l’interpretazione della realtà. I sogni sono fatti di realtà fratturata e riorganizzata e vista in maniera un po’ differente che nella veglia. E nei sogni il tuo cervello cerca di rapportarsi con questa nuova visione, cercando di dargli un senso e di interpretare le emozioni che ne scaturiscono. I sogni sono importanti e utili perché insegnano a guardare il mondo e le persone che ci circondano in modo un po’ diverso.

Sogni tanto?
Sì, decisamente.

Puoi raccontarci l’ultimo sogno che hai fatto..?
Il mio ultimo sogno è veramente strano. La notte prima di venire qui a Milano, ho avuto questo sogno tremendo. Avevo appena concluso una proiezione del mio nuovo film per un’audience privata, per cui ero abbastanza teso, in più c’era il pensiero di venire qui per la mostra…
In ogni caso, nel sogno, io e mia moglie ricevevamo questo messaggio di chiamare un numero, ma non dovevamo chiamare con il telefono, dovevamo utilizzare una fontana. Quello era il metodo di comunicazione, guardare in questa fontana e interpretare il messaggio dal ribollio dell’acqua… In qualche modo abbiamo chiamato il numero e in risposta abbiamo trovato la voce di una nostra amica dei tempi della scuola, che sapevamo ammalata di cancro. La sorpresa di poter parlare con questa persona che sapevamo morta era immensa. Poi ci siamo messi d’accordo per incontrarci ma una volta all’appuntamento viene fuori che questa persona in realtà era Peter Gabriel!! Ed è strano perché io ho incontrato Peter Gabriel solo un paio di volte in tutta la mia vita. Era proprio Peter Gabriel, e nel sogno tutti pensavano che Peter Gabriel fosse morto. Infatti, Peter Gabriel era tutto sfigurato perché aveva avuto un incidente e aveva lasciato credere di essere rimasto ucciso per nascondersi dall’opinione pubblica e non voleva che nessuno sapesse che era ancora vivo. Così mi ritrovavo lì ad avere una conversazione assurda con questo Peter Gabriel sfigurato che era per metà Peter Gabriel e per metà un teschio… è stato allucinante!! Ho tentato di dare un’interpretazione a questo sogno, ma l’unica cosa a cui sono arrivato riguarda quanto fossi stressato e ansioso quella notte e, probabilmente, il mio desiderio di ricordare i tempi della scuola dove tutto era più facile e rilassato… Non so, è stato veramente strano!! E io devo essere proprio angosciato!!

I tuoi quadri sono piuttosto inquietanti e ossessivi.. Di cos’è che hai paura? C’è qualcosa che ti spaventa di cui tenti di sbarazzarti tramite il tuo lavoro?
Sì, credo sia questo il punto. Nella conferenza stampa ho citato quell’aneddoto su mio padre che mi ha accompagnato a vedere una mostra alla Tate Gallery di Londra. Il motivo per cui tengo così tanto a quel ricordo è che poco dopo mio padre è morto; è morto molto giovane. E quel sentimento di morte, in qualche modo, mi ha accompagnato dai dodici anni fino ad oggi. Non posso farci niente, ci penso spesso. Comunque, non è la morte che mi spaventa, ma è l’idea di morire prima ancora di finire qualcosa a cui mi sto dedicando. La mia vita è una deadline continua, c’è sempre qualcosa da fare e da finire e per ogni lavoro sembra non ci sia abbastanza tempo per fare le cose come voglio. E rimando, dicendomi che il prossimo lavoro sarà migliore, sarà perfetto. Ma non è mai così! Arrivare alla fine della propria vita e avere questa impressione… Che non si è riusciti a fare niente come si deve… Quella è la paura più grande. Ho fatto a Neil Gaiman la stessa domanda e più o meno mi ha risposto allo stesso modo..

Davvero?
Strano… Credo di aver parlato praticamente di tutto con Neil, ma non abbiamo mai parlato di questo…

Le imperfezioni. Possiamo vedere le imperfezioni come una possibilità, una sfida?
L’imperfezione è la più grande delle sfide. Il difetto è ciò che ti spinge in avanti, che ti dà la forza per insistere. Tutto ciò che io abbia mai concepito era perfetto inizialmente, quando era ancora nella mia testa. Mano a mano che il progetto si realizzava concretamente, diventava sempre più imperfetto, e per questo insoddisfacente.

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Nel corso del tempo hai potuto utilizzare un numero sempre maggiore di mezzi e strumenti per portare avanti i tuoi lavori. Quando guardi le tue opere passate, senti che se avessi avuto più mezzi avresti fatto di più?
E’ difficile da dire. Generalmente, ci vedo solo quello che non è riuscito bene. E’ difficile guardare i propri lavori e rigiudicarli in modo obiettivo, e ancora più difficile è essere soddisfatti di ciò che si vede. Si riesce sempre solo a notare il gap che c’è tra quello che avevi in mente e quello che invece hai fatto. Qualche volta questo divario è molto stretto, e si riesce ad apprezzare il lavoro. Ma succede molto raramente.

Ma ti sembrano vecchi o sorpassati i tuoi lavori, magari perché realizzati con software che oggi sono, appunto, datati?
No, quello mai. Sinceramente, penso che la tecnica di realizzazione sia importante ma non importante quanto l’idea. E qualche volta trovo che l’idea, che è la cosa più cruda, sia buona. E se l’idea è un concetto che si è sviluppato negli anni, trovo sia bello potersi riconnettere con quell’idea nel suo stadio iniziale. Spesso si ha la sensazione che quell’idea fosse più forte, perché più immediata. Si ha uno strano rapporto con la propria produzione, cambia sempre. Ma la tecnica di realizzazione è qualcosa di superficiale e non è importante per me. Per esempio, la maggior parte dei film che amo sono film molto vecchi, alcuni sono addirittura film muti. Le tecniche di realizzazione erano misere a quei tempi, ma le idee erano magnifiche e sono ancora molto potenti.

Parlando di film, qual è quello che ti ha cambiato di più?
Ce ne sono un po’… Credo che il primo film che ho visto quando ero molto piccolo e che ha cambiato il mio modo di concepire i film stessi, sia stato King Kong. Ma il film che mi ha segnato di più è stato un cortometraggio intitolato “Streets of crocodile”. Quello mi ha cambiato completamente, è come se il mondo all’improvviso si fosse ricomposto… Mi ricordo di averlo guardato ogni giorno per almeno un mese.

Di cosa parlava?
Era un’animazione con i pupazzi, basata su una storia di Bruno Schultz. Si tratta di un film molto astratto in cui un uomo, una marionetta, entra in una grande stanza dove trova un macchinario. Sputa nella macchina e di colpo il suo sputo fa partire una serie di ingranaggi. Il pupazzo si ridesta all’improvviso e inizia a girovagare per una specie di città, cammina fino ad arrivare a delle bambole che lo vestono e… Insomma è molto difficile da spiegare perché non c’è una vera storia, ma ha una forza trascinante, ti obbliga a seguire gli eventi e in qualche modo mi ha aperto gli occhi. L’atmosfera del film è veramente mozzafiato.

Nei tuoi lavori, anche nei tuoi corti, c’è qualcosa che ricorda Lynch. L’immaginario, forse. Ti piace come regista?
Decisamente sì. Trovo estremamente interessante che un autore possa iniziare la propria carriera con un film come “Eraserhead” – totalmente sconnesso dal punto di vista visivo e concettuale – per poi arrivare, solo dopo anni, a raccontare secondo canoni normali, come fa in “Una Storia Vera”, facendo nel mezzo altri film come “Velluto Blu”. È il percorso inverso rispetto al solito.

Tornando a MirrorMask, qual è stato il processo creativo alla base della stesura del film? Da cosa parti quando vuoi raccontare qualcosa? Da bozzetti, da frasi…?
Non ho un metodo fisso, non ho una struttura. Parto dalle sensazioni. Da una battuta. Sento qualcosa e me la segno. Poi segno qualcos’altro, poi ancora altro. Alla fine metto tutto su un tavolo e, immaginando l’atmosfera che deve avere la cosa che ho in mente, collego gli elementi e riempio i buchi del puzzle. A volte parto dalla musica. Ad esempio quando io e Neil ci siamo incontrati per buttare giù le idee per MirrorMask e discutere della storia, siamo andati a comprare un gran numero di cd da ascoltare insieme. Solo dopo abbiamo cercato di dare un senso organizzato alle sensazioni e di trasformarle in qualcosa di nuovo. È un lavoro a 360°.
E ora, l’ultima, stupida domanda. Vista la tua vicinanza al mondo dei fumetti, se potessi essere un supereroe per un giorno, chi vorresti essere?
Oh, Gesù… Uno qualsiasi o uno di quelli già esistenti?

Qualsiasi tipo di supereroe già inventato…
Mah… Mi piacciono i fumetti, ma non ho mai amato troppo i supereroi. Ci sono stati dei personaggi che mi piacevano molto ma… Forse ho trovato. Conoscete Mister X? E’ un architetto che ha deciso di costruire una città meravigliosa, Radiant City. Ma la città è stata costruita in modo sbagliato e tutti gli errori dei palazzi e delle strade fanno impazzire la gente. La città viene ribattezzata Somnopolis (!!) e psicologicamente ha effetti devastanti sugli abitanti. Mister X, per rimediare ai suoi errori, inizia ad assumere delle sostanze per rimanere sempre sveglio e proteggere la gente comune.

Ti senti più Mister X o uno dei cittadini impazziti?
Probabilmente entrambi! Ma mi piace di più Mister X!

A cura di Chiara Valentina Dehò e Elena Ravera



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