Faile

di Verbavolant  1 Marzo 2005  Arte, Interviste

DSC06690s.jpg(English here) Sotto i cieli notturni di una lontana New York City si muovono come lupi. Sono Patrick McNeil, Aiko Nakagawa e Patrick Miller, ma si chiamano Faile. Il loro stile trasuda grande mela, facendo colare la pop art più iconoclasta insieme alla cultura street più selvaggia, lasciando un alone malato come forse solo chi sta a New York può. Dalle strade di Brooklyn sono arrivati a collaborare con il mondo della moda (da Comme des Garçon a Onitsuka Tiger) senza vendersi e a pubblicare libri tematici ai quali contribuiscono artisti da tutto il mondo. Sotto i cieli notturni di una lontana New York City si muovono come lupi, per dare magia a un muro dove tutti gli altri ci pisciano, con una bacchetta magica a serramanico che ti apre gli occhi. Finalmente.

Faile e lo studio.

Come vi siete incontrati?
Faile si è formato in due tempi. Patrick McNeil e Patrick Miller sono amici dai tempi del liceo, in Arizona. Credo che non ci sia stato un solo momento dal nostro incontro nel quale non ci siamo scambiati qualche sketchbook, o che non abbiamo collaborato su qualche pezzo o anche solo parlato di qualche progetto. E’ andata avanti così fino all’inizio dell’università, poi ci siamo spostati di qua e di là, ma sempre mantanendo la nostra amicizia. Abbiamo parlato da sempre di metter su uno studio insieme, è semplicemente eccitante il fatto che abbiamo fatto. Durante i corsi d’arte a Minneapolis e New York, McNeil e Aiko (che in quel periodo si stava diplomando) si incontrarono in un club a NYC, lei faceva la motion graphic vj mentre lui aveva in mostra i suoi quadri. Aiko si sentiva un po’ limitata a lavorare solo nei club, McNeil le fece conoscere un nuovo mondo, la street art; lei sentì emergere una nuova passione, amando anche il lato comunitario degli artisti street e la qualità delle loro opere.Con l’ingresso del terzo membro iniziammo, lentamente, a realizzare le nostre idée, basate su grandi illustrazioni stampate… erano i primi mesi del 2000.
Penso che tutti e tre fossimo interessati all’idea di far parte di un art group, che è un po’ come essere in una band musicale ma di artisti visual; un gruppo nel quale la collaborazione è il risultato dello sforzo di ogni membro. Io e Pat ci siamo cresciuti con quest’idea e quando abbiamo iniziato a realizzarla è comparsa Aiko e tutto ha cominciato ad avere un senso compiuto.

Voi siete un trio, ma come trovate i vostri spazi personali (sia fisicamente nel vostro studio che artisticamente)?
Beh, c’è Faile, che è un marchio sotto al quale lavoriamo dall’inizio e che conosciamo come le nostre tasche. Faile ha una propria identità e un propio “sentire” che conosciamo bene. C’è un approccio comune e open ai lavori. Ogni membro mette in tavola delle idee diverse, che è ciò che fa di noi Faile. E’ un gruppo molto unito. Senza uno di noi si sentirebbe la mancanza di una parte fondamentale, come potrebbe succedere nelle rock band; senza nulla togliere alle nostre individualità, considerando che ognuno ha il proprio stile e le proprie competenze. Ognuno ha il proprio spazio nel quale vive e può sperimentare liberamente da solo. Ad oggi ci siamo sempre esposti “uniti”, ma forse un giorno faremo una mostra nella quale ognuno di noi mostrerà il proprio stile. O forse no. vedremo.

E’ stato difficile arrivare dove siete ora?
Se l’avessimo pianificato la risposta non potrebbe che essere sì. Abbiamo lavorato molto. Ma la risposta vera è no, perché non ci sembra di lavorare, amiamo quello che facciamo. Non l’abbiamo pianificato. Avevavo solo delle idee e dei progetti da realizzare, il resto è storia. Passare dall’amore al business è stata una sfida. Non avremmo mai pensato di avere a che fare con contratti, compensi o la complessità del mondo del commercio. Volevamo solo divertirci, realizzare le nostre opere, ma è stata un’esperienza anche imparare a chiudere un contratto.

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Faile e la strada.

Perché riempite le strade dei vostri lavori?
Ci siamo ispirati agli artisti che vedevamo per strada, come BAST, Shepard Fairey (aka Obey Giant), e WK Interact. Vedere i loro lavori ci ha portato a fare parte di quello che succedeva per strada a quei tempi.

Amate i vostri vicini?
Patrick e Aiko vivono a Brooklyn. E amano stare là. Dove vive Pat è carino e curato. Ci sono ristoranti e parchi ed è un posto sicuro nel quale vivere, protetto dagli italiani del posto. Aiko invece vive in una zona abbastanza hardcore per una piccola ragazza giapponese. Puoi tranquillamente dire che vive in mezzo alla merda. E’ un mix di tutte le razze e le religioni del pianeta e non è certo il posto più sicuro di Brooklyn, ma a lei piacciono i posti così, non ancora imborghesiti e un po’ dannati. Ma credo che desideri avere vicino un bel posto dove comprare del cibo e non solo pizzerie al taglio e chioschi indiani dietro l’angolo. Io vivo a Hell’s Kitchen e mi piace. E’ un po’ freddo e conosco la gente del quartiere. E’ sicuro e ci sono i migliori negozi di generi alimentari. Questo è importante perché amo cucinare. Ogni posto ha pregi e difetti, ma credo che tutti amiamo dove stiamo.

Come scegliete i luoghi delle vostre “actions”?
Beh… camminiamo e quando vediamo un angolo che ci piace ci muoviamo e lo ravviviamo. In genere sono azioni casuali, basate sul sentimento che ci ispira quell posto… è un po’ come essere cani-artisti che marcano il proprio territorio.
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Faile e New York.

New York è magica?
Sì, è magica. Prima di tutto ha un’energia davvero intensa, come la gente che ci vive. Cercano tutti di “andare oltre”, scambiandosi nuove idee e progetti; non sai mai cosa succcederà, sembra sempre che salti fuori qualche magia. E’ una città nella quale i sogni possono diventare realtà. Nulla sembra impossibile a NYC. Per questo Faile è qui.

E i newyorkesi cosa pensano dei lavori di Faile?
Questa è una domanda difficile. Non facciamo ricerche di marketing o cose del genere. La street art è un’esperienza individuale. Può piacere o no. A noi piace.

La street art è un mezzo per far guardare la gente con più attenzione a quello che hanno intorno?
Non credo. Credo che sia un mezzo che un singolo ha per fare vedere le sue opere al pubblico. Non credo che serva per far diventare qualcuno più conscio di quello che lo circonda… o è già in sintonia o non lo è. E’ solo qualcuno che vuole lasciare il proprio marchio.
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Faile e gli USA.

Avete dichiarato che intendete “dare qualcosa di inaspettato e far pensare” chi guarda le vostre opere…e lo fate…ma perché secondo voi le persone hanno bisogno di input per pensare?
C’è sempre un posto per far uscire la gente dalla loro solita routine di pensiero. E c’è sempre un posto per portare qualcosa di bello all’attenzione di qualcuno. Può capitarti da un momento all’altro di incrociare una vista inaspettata che ti apre gli occhi e che ti fa vedere il mondo in un modo diverso. Dovremmo impegnarci tutti di più per provocare pensieri negli altri, positivi e creativi. E’ facile smettere di cercare la meraviglia e l’incanto nel mondo. Noi cerchiamo di condividere quella magia quando la troviamo.

Cosa c’è che non funziona nel mondo della comunicazione?
Ci sono due modi di affrontare questa domanda. Da un lato c’è una saturazione mediatica. Siamo bombardati da ogni forma di comunicazione. Siamo saturati da tutto questo spam mediatico. L’aspetto fondamentale della comunicazione è che la gente ascolti, e molti oggi hanno il cervello costipato e la diarrea dalla bocca. Dall’altro lato c’è da dire che non c’è nulla che non funzioni. Il telefono e internet ci stanno rendendo tutto più facile rispetto alle epoche passate. Se solo tutto fosse fatto con più senso…

Arte e politica: dov’è il legame? Cosa pensi della recente “political wave” di molti artisti?
Credo che se uno sente di dover far uscire un messaggio e ha i mezzi deve farlo. Ma io non ho molto da dire al riguardo. Non mixo arte e politica.

Cosa pensi degli USA quando sei all’estero? E quando torni?
Non ci penso proprio quando sono via, a parte quando qualcuno vuole dirmi ad ogni costo quanto odia George Bush o dov’ero l’11-9. Quando torno penso solo a farmi un sandwich col formaggio, uova e bacon.
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Faile e il mondo.

Tutti i vostri progetti collaborativi sono un bisogno fisico?
No, anche se è un po’ come portare cibo e acqua in una grande città. Sono divertenti. Ci mantengono freschi, e i nostri colleghi ci costringono sempre ad aprire, quando è il nostro turno.

Le città non americane che vi hanno impressionato di più?
Quasi tutte quelle dove siamo stati, ma se dovessi sceglierne una direi Berlino. E’ industriale e la gente è meravigliosa. E poi non è cara, non si spende molto ad andarci in giro. E’ un peccato che ci siano molti disoccupati, ma forse è anche per quello i prezzi sono bassi.

L’opera più bella che avete visto per le strade?
E’ stata fatta da Banksy. Non so quale fosse, ma sono tutte fantastiche. Quell ragazzo è davvero bravo, furbo, talentuoso ed è anche bello. More power to you, Banksy. Andate a www.banksy.co.uk se non mi credete.
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Faile e l’universo.

Credete negli Ufo e negli alieni?
Certo, ci sono più stelle in cielo che granelli di sabbia sulla terra.
Non possiamo essere soli.

Credete nelle lacrime di sangue che scendono dalle statue della Madonna?
Potrtebbero essere dovute alla condensa, o essere colla, ma la nostra opinione proprio non importa perché queste sono cose personali, c’entrano con l’individuo e la sua fede. La gente crede a quello in cui vuole credere.

Vi piacerebbe fare qualche lavoro nelle strade di Marte?
Certo. Basta che ci paghino il volo, l’hotel e il cibo.

Faile… e oltre.

L’arte ci rende immortali?
In un certo senso penso di sì, finché ci sarà qualcuno a cui piace quello che vede. Poi l’arte e la vita possono coincidere, definire qualcosa come arte è solo una questione di prospettive. Se quella prospettiva è giusta allora il processo creativo è indistinguibile dal resto, facendo del tempo un fattore irrilevante.
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www.faile.net


Un commento per “Faile”

  1. dio Dice:

    bella per l’articolo.


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