Afterhours
Dopo aver celebrato la vaghezza e la caducità dell’essere in “Non E’ Per Sempre”, dopo aver cantato della mancanza di punti di riferimento in “Quello Che Non C’è”, giunge finalmente a compimento l’ultimo capitolo dell’opera marchiata Afterhours. “Ballate Per Piccole Iene”, il nuovo atteso album, arriva dopo tempi di curiosità assortite relative alle illustri compartecipazioni che ne hanno accompagnato la produzione. Anticipato in tutte le salse dalla notizia della liaison artistica con Greg Dulli, questo disco è nato anche sotto gli sguardi paterni di John Parish (al fianco, negli anni, di Sparklehorse, Eels e P.J. Harvey) e Davey Ray Moor (ex Cousteau, già al lavoro con Cristina Donà e Mambassa).
Ma non si tratta, come molti temevano, di un album palesemente “dulliano”; o meglio, l’ascendente del magnetico Greg si sente, ma non sposta gli equilibri di un suono ormai codificato, di una poetica, quella di Agnelli, che ha semmai trovato in questa collaborazione nuova linfa vitale. “Ballate Per Piccole Iene” è – a tutti gli effetti – la naturale conseguenza di “Quello Che Non C’è”, anche se qui regna una maggiore omogeneità: le aperture solari, le fughe e i guizzi umorali di “Hai Paura Del Buio?” e “Non E’ Per Sempre” sono ormai un ricordo lontano; sembra però che alcune campiture più scure si siano lievemente stemperate, favorendo così lo spiegarsi di una maturità che attraversa la sua stagione migliore. Aver metabolizzato la lezione appresa durante il viaggio in India (e le conseguenti ferite portate a casa) ha permesso a Manuel di proseguire quello scardinamento della canzone d’autore, cui anela vistosamente fin dagli inizi; quella canzone cui ha concesso uno statuto artistico sempre più legittimato. Questo nuovo album ne è la conferma attesa, già a partire dall’incipit quasi marziale di “La Sottile Linea Bianca”, che avvolge l’anima con falsetti mai di maniera, appena sbocciati su di un languido tappeto pianistico. Poco a poco si schiudono gli angoli nascosti del disco, che non riesce a mascherare il desiderio di colpire dritto al cuore, scatenando un vortice autocitazionista di previsioni sui “nuovi classici” della band: se “Ballata Per La Mia Piccola Iena” si candida vivamente ad occupare il trono vacante di “Quello Che Non C’è”, “Ci Sono Molti Modi” tenta un’impresa ancora più ardita, farsi largo nel cuore dei fan, per scoprirsi magari un giorno come la nuova “Voglio Una Pelle Splendida”… sarà il tempo a giudicare. “La Vedova Bianca” tradisce languidamente una predilezione che la band di Agnelli ha palesato fin dagli esordi (e dal nome scelto): quella per i Velvet Underground, masticati e digeriti con foga decisamente rapita agli Afghan Whigs. La morsa eterea di “Carne Fresca” ghiaccia i muscoli come fa il gelo al mattino, che si scoglie d’improvviso coi lampi di calore beatlesiano di “Male In Polvere”. Gli orfani dei primi album possono trovare sollievo con la foga di “E’ La Fine Più Importante”, brano più irruento dell’album, o col criptico ardore di “Chissà Com’E’”, poco prima che la scarnificata vena di “Il Sangue Di Giuda” (appoggiata su di un piano-sequenza vagamente “doorsiano”) esploda in un ritornello che non ha più alcuna “paura del buio”…
Rimane lo spazio per l’ultima confessione di “Il Compleanno Di Andrea”, che non chiede più nemmeno una riflessione e lascia la sua predizione in eredità al tempo, e a chi, nel tempo, la farà sua.
di Giacomo De Poli e Riccarco Maselli













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