Aurélien Police
Aurélien Police. Francese. Autodidatta. Si sposta da un passato inesistente da cui ruba sogni ed incubi, ad un futuro post-atomico con un solo battito di ali. Meccaniche, ovviamente. Innesta sui nostri corpi addormentati cornetti acustici e mani d’argento per metterci meglio a nostro agio e risvegliare i nostri sensi. Esploratore di mondi che trasforma, fa, disfà, accorcia, taglia e ricuce di nuovo, il tutto a tempo di Depeche Mode e David Bowie. Piccolo viaggio all’interno della sua personale archeologia industriale dal quale tornerete sicuramente mutati…
Potresti raccontarmi come comincia un tuo lavoro? E come finisce?
Dipende. Qualche volta ho un’idea ben precisa in testa, un’immagine che ho lasciato maturare qualche giorno nel mio spirito senza fare nemmeno uno schizzo, poi quando sento che la posseggo perfettamente mi metto al lavoro, tentando di riprodurla fedelmente rispetto a ciò che immaginavo. Mi capita anche di trasporre un sogno che ho fatto, questo mi succede ogni tanto. L’immagine Riding West con il cavalcatore di balene per esempio è un sogno che avevo fatto qualche mese fa. La gente utilizzava le balene come mezzo di trasporto. L’immagine Machine Girl è anch’essa frutto di un sogno, beh non proprio quell’immagine precisa ma l’universo che ci si attacca (sto facendo diversi lavori attorno a quest’idea occidentale di steampunk [steampunk(steam=vapore): corrente letteraria della fantascienza che immagina come sarebbe stato diverso il passato se il futuro fosse accaduto prima. N.d.R.] e, chissà, forse questo darà luogo a una sorta di nuova grafica perché il mio sogno era molto preciso. Oppure capita molto spesso che sia ispirato da una foto che mi evoca un’immagine; io mi lascio guidare, brancolando per lasciare apparire quello che ci si nasconde. E’ difficile sapere quando si finisce un’immagine, si è sempre tentati di aggiungere qualche ritocco a destra e a manca. In generale mi fermo quando non sono più nello stato adatto a lavorare, quando mi fa male la schiena e gli occhi mi bruciano… Stampo quindi l’immagine e la lascio lontano dalla mia scrivania per conservarla a portata di vista e sapere se così è soddisfacente o no. Mi succede anche di mettere il lavoro non terminato come sfondo dello schermo del mio computer, sempre per averlo sotto gli occhi il più spesso possibile e capire col tempo se è finito o no.
Sei tu che osservi la città o è la città che osserva te?
Credo che l’entità che rappresenta la città non si preoccupi molto delle mie piccole deambulazioni. Quindi direi che sono io che la ispeziono piuttosto che il contrario. Comparo spesso mentalmente la città a quella scena di Metropolis in cui si vede un’enorme testa dalla bocca spalancata apparire in mezzo alle macchine. Una bocca che ingoia un torrente di persone senza interruzione in mezzo ad un getto di vapore che nasconde i visi, rendendoli tutti anonimi.
Dijon. Com’è la tua città? L’hai scelta tu oppure ti ci hanno messo?
Dijon è una piccola città molto carina, molto piacevole da viverci tutti i giorni. Non è molto grande ma ci sono abbastanza cose per non annoiarsi troppo alla svelta. La sua architettura è superba, mescola edifici di tipo haussmaniano e art decò ad altri di costruzione medievale… Ci sono sempre dei piccoli dettagli da scoprire. Vivendo in centro e non avendo un’automobile il mio unico rimpianto è che non ci siano delle vecchie fabbriche in disuso a portata di macchina fotografica. Una ciminiera arrugginita, annerita dall’inquinamento, in mezzo a delle dimore borghesi ricoperte di glicine, sarebbe un paesaggio abbastanza interessante, devo ammetterlo… E non mi ci hanno messo dal momento che ho scelto di abitarci per raggiungere la mia compagna che già ci si trovava; è dunque una scelta consapevole.

Guardi mai le finestre illuminate negli appartamenti, la mattina o la sera? Le scene di vita della gente che non conosci, mentre prendono il caffè_guardano la tv_ridono_piangono…
Si e l’adoro. Quando si avvicina l’inverno e fa notte molto prima, sento spesso una punta di eccitazione e di curiosità nel rubare così qualche istante a queste persone che si spostano in un dominio così privato come quello della loro casa. Do anche molta importanza a come sono decorate le loro stanze, vedere se si possono notare delle librerie, quale tipo di mobili, se fanno festa oppure guardano semplicemente la televisione… La luce della televisione di notte è accattivante, non si vede che un alone blu che cambia continuamente di intensità come una specie di faro nella notte. Le finestre illuminate sulle facciate dei palazzi sono come dei pozzi di luce tagliati nella notte, dei pozzi di breve esistenza su di un muro nero.
Le tue fabbriche producono sogni? O incubi? O possiamo scegliere?
Le mie fabbriche producono sia sogni che incubi ma le loro tarature disordinate li hanno assemblati e intrecciati gli uni con gli altri, rendendoli inseparabili. Dentro un’unica cosa si troverà così un aspetto per certi versi poetico ma terrificante per altri.

Prevedi il futuro?
Nella vita normale, si lo vedo fin troppo bene e la cosa non è tra le più rassicuranti. Una semplice estrapolazione di quello che viviamo attualmente può offrire un panorama sufficientemente evocatore da non volerci più pensare troppo.Nel mio lavoro, le mie immagini si aggrappano molto spesso ad un passato fantasma (vecchi macchinari, vestiti del XIX° secolo, colori passati etc.) ma in realtà non fanno che riflettere l’immagine di noi che corriamo con la testa bassa. La mia immagine “L’Ombrelle” rappresenta bene tutto questo secondo me: un mondo devastato dall’uomo il quale continua però a ergersi con tutto il suo orgoglio malgrado le devastazioni che ha potuto compiere, cieco a tutto ciò che gli sta intorno.
Se ci tocchiamo non ci possiamo vedere. Se non ci tocchiamo siamo soli. E’ veramente difficile abitare i tuoi mondi…
E’ vero che le mie immagini sono spesso depopolate o non mostrano che una creatura sola. Penso sia legato a due ragioni. Da una parte provo ad arrivare all’essenziale attraverso le mie immagini focalizzandomi su un punto principale che si farà vettore della maggior parte dei sentimenti e/o emozioni che desidero affrontare. Dall’altra parte, non desidero fare apparire una folla o un gruppo nella maggior parte delle mie immagini dato che rappresentano il luogo o molto spesso il non-luogo che l’individuo ha dentro il suo universo. Si può dire anche che la figura evocata rappresenta l’insieme delle creature di questo mondo, annegate dentro un’immensità che ignora la sua esistenza.
La luce. Arriva spesso dalla persona [o dall’oggetto] che esiste dentro il quadro. Siamo luminescenti? E’ inutile accendere la luce?
Ho avuto questa tendenza a mettere in rilievo i soggetti principali delle mie immagini attraverso una sorta di alone luminoso o altro.
Non so troppo per quale ragione, forse per paura che passassero inosservati o che perdessero di intensità… Tendo a farlo meno ora, lasciando alla composizione globale dell’immagine il compito di attirare naturalmente l’occhio sul soggetto importante. Non bisogna sempre forzare la gente a vedere quello che vogliamo, in modo tale che ognuno possa prendere dall’immagine ciò che vuole veramente vederci, lasciando da parte cose che ci erano sembrate essenziali e scoprendone altre che non avremmo immaginato.
Si può quasi sentire una colonna sonora nei tuoi quadri. Mi canti qualcosa?
Ascolto molta musica costruendo le mie immagini e questo deve influenzarmi direttamente. Mi faccio qualche volta anche delle playlist per evocare un’atmosfera generale che desidero dare all’immagine. Comunque, sarà molto molto difficile cantarti o, almeno, ritrascriverti le parole di una canzone, dato che sono spesso toccato più dalla musicalità che dal senso stesso delle parole. Ho tuttavia qualche strofa in testa che ritorna come leitmotiv senza che me ne accorga e che mi ha marcato per il suo senso o per delle ragioni che mi sono completamente oscure… Per esempio:
Nine Inch Nails, Piggy
nothing can stop me now
cause I don’t care anymore
Deam Martin, Sway
I can hear the sounds of violins
Long before it begins
Make me thrill as only you know how
Sway me smooth, sway me now
The Beatles, A Day in the Life
I read the news today oh, boy
About a lucky man who made the grade
And though the news was rather sad
Well I just had to laugh and
I saw the photograph
He blew his mind out in a car
He didn’t notice that the lights had changed
A crowd of people stood and stared
They’d seen his face before,
Nobody was really sure if he was from the house of lords.
Depeche Mode, Enjoy the Silence
Words are very unnecessary
They can only do harm
Se mi tocchi mi rompo? E se mi rompo, comunque, posso veramente ricostruirmi con dei pezzi che trovo in strada? Non fa male?
Oh, no, non fa male. Forse è un po’ fastidioso all’inizio perché pizzica ma ci si abitua facilmente. Il vantaggio di ricostruirsi così, è che si ha tutto il divertimento di scegliere i propri pezzi, di provarne alcuni, dato che quelli che sono forniti a tutti gli umani non sono per forza adatti a quello che si vuole fare. E poi c’è anche una certa magia a vedere un tubo diventare un braccio o anche un cornetto acustico una vera orecchia. Con questi nuovi pezzi si esprime forse meglio dall’esterno quello che si sentiva fino ad ora sotto un guscio di banale carne.
Il tuo mondo di sogni, mi sembra molto reale. A volte non è difficile uscirne?
C’è sempre una forte impronta “fantastica” o immaginaria nel mio lavoro ma, in effetti, non lo dissocio dalla realtà per questo.
E’ molto divertente vedere che, dopo ormai diverse decine d’anni, la letteratura detta di genere, che sia fantasy, science-fiction o altro, sia la sola a riflettere con precisione i giochi del nostro mondo e i suoi mal funzionamenti.
La letteratura bianca, invece, sembra essere ad anni luce da tutto questo, perduta in orbita attorno a non so quale pianeta di egocentrismo.

Per rispondere alla tua domanda, quindi, no non è difficile uscire dal mio mondo, dato che non ne esco perché si tratta della mia realtà. C’è una speranza?
Ce ne deve essere da qualche parte, si. I miei personaggi/creatura sono molto spesso fragili, isolati, deformati, sofferenti di malformazioni o di assemblaggi contro natura in un universo che tante volte è distante e freddo. Eppure non si lasciano sprofondare, cercano di vivere o di sopravvivere, cercando forse un modo di ritrovare il loro stato originale o più semplicemente un po’ di calore.
Quindi si, devono avere un po’ di speranza in fondo in fondo, anche se non si nota subito al primo colpo d’occhio.
Dove?
I miei personaggi sono soli come ho già detto prima, quindi la speranza è in loro stessi, anche se non lo sanno. Devono percorrere un preciso cammino personale per lasciarla sbocciare e venire alla luce… E così potrebbe darsi che il loro universo ne venga trasformato…

Gli angeli passano. Ma non si fermano mai?
Non bisogna che si fermino altrimenti ci abitueremmo alla loro presenza.
E finirebbero per non essere più angeli.













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2 Commenti per “Aurélien Police”
zuzdrkagtc ha scritto:
31 gennaio 2007 alle 22:25
mwzdjxqp
Scoperte ad Afterville: Aurelien Police « mezzanottefonda ha scritto:
5 gennaio 2009 alle 01:55
[...] un’intervista a Police del 2005, in italiano [...]
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