Mac Premo

macinstudio.jpgIntervista tratta dal numero 37 di pig magazine del mese di novembre

Un artigiano della realtà. Nella prima pagina del suo sito, si definisce come un artista, un regista, un animatore, un carpentiere e uno che ci tiene a realizzare “robe” e mangiar bene. L’abbiamo scoperto grazie a un progetto intitolato “The book” (www.lookatbook.com), un semplice libro dalle pagine bianche da riempire. I quattro artisti coinvolti nel progetto si passavano l’un l’altro il libro in una staffetta creativa durata trentasei settimane…

…Ognuno era impossibilitato a parlare del progetto con gli altri del gruppo, e l’unica regola per completare il libro, era realizzare delle grafiche prendendo spunto dalle pagine realizzate a turno dagli altri tre artisti. Ne è venuto fuori un libro bellissimo che abbiamo notato un giorno in rete, come quasi sempre accade con le cose belle, per caso. Ci ha colpito in particolare Mac Premo perchè è un carpentiere, un artigiano della realtà, un operaio specializzato che arricchisce di significati dei pezzi altrimenti inutilizzabili. Costruisce cose, legnochiodicollacartaoggettidimetallo sono la materia che plasma con il suo senso estetico. E così, scarti si trasformano in opere, sotto le sue dita. Figure diventano metafore, immagini diventano simboli. Domande diventano risposte.

Come ti chiami?
Mac Premo

Età?

32

Dove sei nato? Dove vivi?
Sono nato a Washington D.C. Ora vivo a Brooklyn, New York.

Quando hai iniziato a fare ciò che fai?

Dipende da cosa intendi per “ciò che faccio”… La mia storia inizia così: dopo essermi laureato alla Scuola di Design del Rhode Island, mi sono trasferito a New York. Lì, ho iniziato a lavorare per una casa di produzione chiamata The Farm, mi occupavo di animazione e dirigevo spot. Il lavoro è scemato all’inizio degli anni novanta, almeno per me, e ho capito che non mi interessava poi così tanto. Ho guardato un po’ indietro al mio percorso personale e ho realizzato che l’unica costante nella mia vita era l’arte. Così, ho cominciato a concentrarmi maggiormente su dei progetti miei, combinando il mio pensiero con piccoli lavoretti di carpenteria per poter sopravvivere. Negli ultimi anni, mi sono occupato soprattutto di animazione e di illustrazione. Vivo al contrario di come facevo prima, quando lavoravo principalmente e mi dedicavo all’arte nel resto del tempo. Se quello che intendi per “ciò che faccio” è il concetto più generico di costruire cose, beh allora lo faccio da quando avevo quattro anni, quando mio nonno mi portava nel suo laboratorio e mi dava martello e chiodi e del legno e mi aiutava a costruire aeroplani..

Cosa facevi prima di fare ciò che fai?

Penso di aver già risposto prima. Ma se vuoi una definizione, scrivi pure “cooper”.

Quando hai iniziato a fare ciò che fai?

Non è stata una scelta. Non sono religioso, non sono nemmeno un uomo con un forte lato spirituale. Non credo nel destino nè nel karma. Detto questo, perso che tutte le mie strade portino all’arte. Non mi è mai passato in mente di smettere di costruire cose. Credo di essere predestinato. Credo che ci siano mestieri più nobili da fare, ma …chissenefrega!

Quando hai incominciato a vivere di quello che fai?

Immediatamente dopo aver terminato l’università ho iniziato la carriera artistica. La casa di produzione mi permetteva di fare cose molto creative, credo che questo abbia influito molto. Ultimamente, le mie traversie commerciali non possono proprio essere definite “arte”, per cui è opinabile dire che io sia un’artista e viva di quello. Per fortuna, non ho mai avuto un lavoro “dalle 9 alle 5”, altrimenti sarei finito come uno di quei pazzoidi che va fuori di testa e fa fuori tutti i suoi colleghi..

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Cos’è l’arte per te?
L’arte è un mezzo per organizzare il mondo intorno a me. La stessa cosa può essere fare conti per un commercialista, la filosofia, o guidare macchine da corse rispettivamente per un commercialista, un filosofo o un pilota. Ma nessuna di queste cose sono primariamente apprezzate per le loro qualità estetiche plastiche..

Hai mai pensato di usare qualcuno dei tuoi layout per magliette o per altro merchandising? Se sì, come riesci a conciliare arte e marketing?

Ho usato alcuni miei layout per delle magliette. Le vendo in un negozietto di Brooklyn e ne realizzo personalmente qualcuna anche per i miei amici. I design nascono come opere d’arte senza scopi commerciali, per cui le magliette sono praticamente un ripiego. Sarei felice di vendere le mie magliette in tutto il mondo. Se dovesse farsi viva questa possibilità, ci penserei su volentieri, ma credo sia difficile pagare un affitto a New York solo con le magliette. Per quanto riguarda il conciliare l’arte e il marketing, penso che tutto dipenda dalla motivazione iniziale.
A quel punto, è arte oppure non lo è. Se faccio qualcosa semplicemente per venderla, non è arte, indipendentemente da quanto sia bella o quanto sia pregiata la fattura. Se mi chiedi se sarei in grado di piegare la mia abilità per fare della non-arte, ti risponderei “assolutamente sì”.

Che cos’è un libro per te?

Qualcosa che tiene insieme delle pagine.

Qual è il primo libro che hai letto?

Sinceramente, non mi ricordo, ma riesco a ricordare la copertina. Era un romanzo per bambini, narrava la storia di questi due amici alle elementari e tutte le loro idee strambe, e le loro intenzioni di fare degli scherzi elaboratissimi e diabolici. Uno di loro aveva sempre una sciarpa rossa. Credo fosse il suo elemento distintivo.

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Come hai reagito quando ti hanno proposto il progetto del Libro?
Veramente, l’idea è nostra. Non che sia un gran che di idea… Ogni artista ha pensato alla corrispondenza, e al fatto di avere un qualcosa da usare come terreno comune per scambiarsi idee. La differenza sta nel modo in cui l’abbiamo completato. Noi quattro (Oliver and Rory Jeffers a Belfast, e io e Duke Riley a Brooklyn) abbiamo lavorato insieme per un motivo. Sarebbe stato un progetto veramente schifoso se l’avessimo fatto col culo. Ogni artista avrebbe detto “beh, un’altra idea poco originale realizzata alla cazzo”. Lavorando con queste persone, invece, (ci chiamiamo il collettivo OAR) sapevo che saremmo riusciti ad arrivare al punto in cui tutti avrebbero detto “un’altra idea poco originale realizzata estremamente bene.”

Se qualcuno ti dicesse che devi passare il resto della tua vita in una delle pagine del libro, in quale ti sentiresti più a tuo agio?

La copertina. Da lì c’è la vista migliore.

A pagina # del libro c’è la scritta “I’m sorry”. Per cosa hai voluto scusarti?

Non mi ricordo della pagina di cui parli, per cui non posso essere specifico. In generale, credo che tutti abbiamo qualcosa per cui chiedere scusa. Questo non significa che lo farò..

Da dove arrivano le immagini che metti nei tuoi collages? Li disegni o li collezioni per poi usarle in futuro?

Alcune le disegno, altre le rubo, altre ancora le trovo in giro e le metto via, insomma le colleziono. Non mi importa molto se chi guarda capisca se so disegnare o meno, o se riconosca la provenienza di certi oggetti o certe figure. Il risultato finale è cio che conta, per me. Colleziono un sacco di cose e le tengo via per usi futuri. Ho valige intere piene di cose di ogni genere. Mi definisco un catalogo di robaccia.

Alcuni dei tuoi visual sono decisamente onirici. Quanto è importante il sogno nel tuo lavoro?
Oddio, ho addirittura un problema con la parola onirico. I Sogni e i Viaggi e gli Unicorni etc… tutte puttanate. Sono più interessato ai sistemi, al modo in cui le cose sono organizzate. Detto questo non precludo la possibilità che i sogni siano parte di un sistema di organizzazione. Sono probabilmente troppo cinico a strappare ai sogni la loro aurea di misticismo.

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Hai un modo molto particolare di mischiare oggetti e tecniche insieme. Puoi definirlo tu per noi?
Sto facendo una banca di simboli. Attribuisco un significato specifico ai simboli per poi usarli e riusarli in contesti più ampi. Credo che il modo più arrogante e autocompiaciuto per spiegare questo concetto sia dire che mi sto creando un lessico. Di nuovo, trovo sia lo scopo dell’arte quello di dare un assetto e un’organizzazione a tutto ciò che mi circonda.

Qual è il traguardo che vorresti raggiungere nella tua carriera? C’è una galleria in particolare con cui vorresti collaborare? Un posto in cui andare? O magari vuoi fare un film? O realizzare un video per un gruppo di tuo gusto?

Voglio avere delle scelte. Voglio essere un artista, uno che riesce a vivere di quello che crea. Se decido di fare una copertina per un album o una performance su un’isola, voglio che sia una mia decisione, che non dipenda dal fatto che il mio portafoglio si stia svuotando. Per quanto riguarda le gallerie, beh, mi piacerebbe tentare alla Saatchi, solo per vedere come vivono quelli che ce l’hanno fatta. E se i Jon Spencer and the Blues Explosion! volessero fare un video, cazzarola, mi piacerebbe lavorare con loro!

Ci racconti un po’ del progetto BUILDING di cui ti stai occupando al momento?

Come dicevo prima, faccio parte di un collettivo di quattro artisti che si chiama OAR, nato con l’idea del libro “Book”. Qualcuno del Laganside, una corporation di Belfast che è sempre stata incline alle collaborazini con gli artisti, ci ha fatto vedere ciò che veniva usato fino a un po’ di tempo come una centrale elettrica. Una switch room essenzialmente come un commutatore di casa. Tutto il flusso elettrico viene immagazzinato e poi distribuito in posti diversi a seconda delle necessità municipali.
Questo edificio era come una capsula del tempo. Dato che certe funzioni di questo edificio sono superate, è stato abbandonato di punto in bianco. Così com’era. Finalmente, nel 2003 l’edificio è stato chiuso e comprato da uno studio di architettura. Quando siamo entrati nel palazzo, siamo stati invasi da questo ambiente fantastico fatto di pezzi metallici di altri tempi, lampadine, griglie, pannelli elettrici dal sapore retrò. E sapere che Belfast era stata alimentata da tutto questo ambiente era affascinante. Quando sei mesi dopo lo studio di architettura Robinson McIlwaine ha comprato l’intero edificio pensammo: ok ce lo siamo giocato. Invece, venne fuori che lo studio aveva la nostra stessa intenzione di sfruttarlo come spazio espositivo. Robinson McIlwaine ha rinnovato gli ultimi due piani superiori dell’edificio, tenendoli come base per il proprio studio, lasciando scoperto il primo piano e il piano terra, ripulendo tutto l’interno. Prima che i lavori di ristrutturazione fossero finiti, ci siamo presentati noi salvando tutto il materiale elettrico che potevamo salvare, sistemandolo al primo piano.
Abbiamo anche fatto fare delle foto a un fotografo bravissimo di nome Chris Heaney, che però noi chiamiamo Will Crispy. Noi quattro ora stiamo realizzando dei lavori usando e riciclando i materiali recuperati nell’edificio, esplorandone la funzione originaria. Realizzeremo una mostra con i nostri lavori al piano terra, che durerà fino al 23 dicembre. Dopo di che, lo studio di Robinson Mcllwaine promuoverà lo spazio come galleria d’arte con il nome The Switch Room. Io sto completando delle grafiche animate usando vecchio materiale elettrico. Il risultato dovrebbe essere come un museo per bambini con filmati riguardanti fatti accaduti alla centrale, con cassetti da aprire e bottoni da schiacciare. Credo che fare qualcosa di tangibile e di interattivo sia più interessante che realizzare un’opera d’arte statica, solo da guardare.

Se il mondo dovesse finire domani, cosa faresti? E di chi sarebbe la colpa?

Su due piedi ti direi che mi metterei subito a chiamare i miei amici, la mia famiglia e cercherei di dare un senso alla fine, ma ora che ci penso bene credo sarebbe impossibile. Così, invece di cadere nel baratro del compatimento, mi getterei sul provinciale: aprirei una bottiglia di vino con mia moglie. Più tardi, berremmo altro vino. E prima o poi il mondo finirebbe. Arrivederci. Non potrei sapere di chi è la colpa, perché avrei bisogno di leggerlo nel giornale del giorno dopo… Comunque, credo che avrebbe qualcosa a che fare con il rapporto tra noi americani e i musulmani..

Qual è la domanda che vorresti ti fosse fatta, ma nessuno ti fa mai?

La domanda che vorrei mi fosse fatta ma nessuno mi fa mai.

Ci racconti uno dei tuoi segreti?

No

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Ho letto da qualche parte che i collages sono il risultato di una personalità fratturata, ossessivo-compulsiva. Il loro scopo è la frammentazione della realtà, per renderla innocua e meno dolorosa. Pensi che possa essere vero?
Sono perfettamente d’accordo. Penso che questa teoria abbia delle solide basi. Ne sono la prova. Tre parole adatte per descrivere la mia personalità sono proprio “frammentata, ossessiva e compulsiva”. In ogni caso, non credo di sfruttare questi tratti per anestetizzarmi dalla realtà. Le mie opere non servono a fare sembrare la realtà più facile o innocua. Allo stesso tempo, penso che esprimere con l’arte quanto sia dura la vita e quanto si soffra sia un’attitudine che deve terminare quando si compiono i diciott’anni.
Cosa fai nel tuo tempo libero?
Farò una lista:
1. Mi godo il baseball
2. Mi preoccupo del fatto che ho del tempo libero
3. Mi rendo conto di quanto sia forte mia moglie
4. Scrivo liste

Qual è il tuo artista preferito e perchè? (lo so che è difficile sceglierne solo uno… ma tu provaci lo stesso!)

Cambia sempre, non credo di avere un artista preferito. Recentemente, mio cugino Chris mi ha fatto conoscere un artista di nome Arthur Ganson. Vive nel Massachusetts e costruisce macchine che si accendono da sole, grazie a un sistema di motori progettati in maniera molto elaborata per alimentarsi da soli. Secondo me è grande, ma probabilmente avrà successo tra circa un migliaio d’anni.

Com’è lo stato dell’arte negli Stati Uniti? E’ difficile essere un artista o c’è un ambiente favorevole lì da voi?

In America, specialmente a New York, ci sono un sacco di artisti. Di conseguenza c’è molto interesse ma anche molta competizione. C’è anche tanta roba brutta, e questo è deprimente. Almeno, a me fa venire i nervi. Ma l’America è la “terra delle opportunità”, e ci sono tantissime fonti di ispirazione e stimoli. Sicuramente, non è la terra dei finanziamenti. Gli incentivi statali nei confronti dell’arte fanno schifo, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. Le nazioni europee sembrano considerare l’arte come qualcosa di più radicato nel tessuto culturale. Credo che questo abbia a che fare con le dimensioni. Definire l’attitudine di un paese grosso come gli States nei confronti dell’arte è come cercare di abbracciare un SUV.

Cosa ne pensi del panorama artistico europeo?

Come ho detto, penso che l’Europa considerata come un tutt’uno abbracci l’arte in maniera più evidente. Non credo che un qualunque contribuente consideri l’arte come un bel modo di spendere i soldi delle sue tasse. Anzi, credo che più verosimilmente, lo ritenga uno spreco di denaro.
I soldi dei finanziamenti pubblici che ho ottenuto dall’Inghilterra siano di gran lunga superiori a quello che potrei mai ricevere negli Stati Uniti nel resto dei miei giorni su questa terra. Sento un genuino senso di responsabilità. E’ come se dovessi qualcosa a Belfast, e anche se è la mia città preferita in assoluto, a volte New York mi sembra ostile.

Quale posto o città ti sembra il più stimolante per il tuo lavoro?

New York mi ha sempre ispirato, a partire dalla prima volta che ho visto gli Yankees quando avevo sette anni fino a due settimane fa, quando ho assistito a una coppia di Portoricani che litigavano nella metrò.
Vivo a New York per una ragione. Come ho detto prima, penso di dovere molto a Belfast, non solo perché ho ricevuto dei soldi ma perché mi ha dato delle opportunità. Trovo che sia un posto incredibilmente affascinante; è della giusta misura per permettere di vivere i grandi dilemmi della vita con il minimo ammontare di disturbo.

di Chiara Valentina Dehò




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