Alexander Sterzel

di Verbavolant  20 Aprile 2006  Arte, Interviste

sterzel01_1.jpgIntervista tratta dal numero 39 di pig magazine del mese di febbraio

Il processo di Alexander Sterzel.
Un mondo fantastico popolato da fantasmi di esseri umani e dalla memoria dei loro sentimenti, della loro vulnerabilità, dei loro desideri e della loro agonia. Memoria che prende nuova forma e nuova vita fino a tendere al mito del superuomo.




Quando, dove e come sei nato?

Sono nato a Ludwigsburg, una città barocca a una ventina di chilometri a nord di Stoccarda in un giorno d’autunno del ’67. Credo di ricordarmi quel giorno, ma chi mi crederebbe?

Il tuo peggior ricordo scolastico?

Le due ore di ginnastica del lunedì mattina. Ci facevano arrampicare su una fune fino al soffitto. Non ce la facevo proprio, probabilmente perché l’importanza di farlo non mi era così ovvia… Da allora ho sempre trovato scuse per saltare le lezioni.

Quando hai cominciato ad essere stregato dalle vecchie fotografie?
Sono una persona nostalgica che viene da una famiglia circondata di cose antiche. Il nostro albero genealogico ha radici nel quindicesimo secolo. I vecchi ritratti dei miei avi e le loro molte foto mi hanno influenzato parecchio.

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Come ci lavori su? Dove le trovi? Ci sono negozi specializzati in foto usate in Germania??
Negli anni ottanta è nata la mia passione per coprire le foto di vernice nera per poi raschiarla via parzialmente.
Per invitare chi le avesse viste a guardare oltre le cose. In altre parole: a scavare, riscoprire e apprezzare tutte le sfumature della vita, non solo quelle più superficiali. Di solito le compro nei mercatini dell’usato e i miei amici me ne regalano in quantità notevoli.

Con la fotografia si ferma il presente… tu usi le immagini del passato per rappresentare il futuro?
Cerco di dare nuova vita alle persone delle vecchie foto. Anche se non li conosco. Li rispetto molto. Deve essere considerato una sorta di “homage” alla vita e alla morte; è anche un modo per dare attenzione a chi è stato dimenticato, anche se poi qualcuno mi chiama “zombie-maker” o “Dr. Frankenstein dellarte”.

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Come guardi le donne?
Con gli occhi di un uomo.

In Germania ci sono moltissimi artisti che sembrano ossessionati da un immaginario oscuro e malinconico… ci sai dire il perché? E il passato tedesco ha a che fare con questa ‘corrente’?
Non credo che sia connesso con il nostro terribile periodo del Terzo Reich. Credo semplicemente che i tedeschi abbiano un tempramento più “tragico” degli italiani. Abbiamo meno luce del sole, questo porta a vedere le cose con il cuore meno leggero. Pensa, ad esempio, all’opera.
Nei lavori di Bellini o Puccini l’agonia degli eroi è “vissuta” dallo spettatore e ti spezza il cuore. Wagner invece fa morire gli eroi piuttosto velocemente. I barbari tedeschi erano sicuramente più duri e rozzi dei contemporanei dell’impero romano. In Italia sento spesso dire che la mia arte è tipicamente tedesca. Dev’essere la mancanza del sole…

L’esperienza più spaventosa che hai avuto?
Sapere che non hai potere e che nessuno ti può aiutare.

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Tu sei anche un fotografo… come ti sentiresti se in un lontano futuro qualcuno intervenisse su uno dei tuoi scatti come fai tu con le vecchie foto?
Ne sarei onorato. Ci sono molti materiali che possono essere riciclati nell’arte, in molti modi. Perché non le mie foto?

Cosa è bello?
La musica di Wagner, Arvo Pärt e Giya Kancheli.

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Quando chiudi gli occhi per non vedere?
Mai.

Mi fai una lista delle cose nelle quali credi?
Credo nelle potenzialità creative e nel potere dell’uomo; e che un artista non scatenerebbe mai una guerra. Ci dovrebbero essere più artisti su questo pianeta. E tutti dovremmo permetterci di mostrare i nostri sentimenti e le nostre emozioni – e la compassione per il dolore degli altri.



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