Liars

di Gaetano Scippa  20 Aprile 2006  Interviste, Musica

04.jpgIntervista tratta dal numero 39 di pig magazine del mese di febbraio

Se c’è un gruppo capace di elogiare la follia come Erasmo da Rotterdam traducendola in musica, o meglio in rumori organici e digitali, quello sono i Liars. A tre anni dal folgorante esordio punk-funk (con la sua ritmica serrata e implacabile à-la Gang of Four e P.I.L.) e dopo un secondo album più spigoloso e destrutturato (parente se vogliamo di A Certain Ratio e Pop Group), i Liars si presentano come un umile gruppo dotato di grande personalità e classe, (auto)ironico e coeso fino al midollo.

Angus, Aaron e Julian vivono in perfetta simbiosi la propria esperienza artistica, che si manifesta nelle trovate spiazzanti e provocatorie dei loro album (i titoli lunghissimi, il loop ripetuto all’infinito dell’ultima traccia di They Threw Us…, l’esoterismo come metafora del terrore di They Were Wrong…, l’orgia gay sulla copertina di It Fit When I Was a Kid) e negli assurdi psicodrammi teatrali in cui si immergono sul palco: definire i loro concerti come sabba catartici è un eufemismo. Il tutto, contrariamente al credo comune, senza alcuna assunzione di sostanze stupefacenti e all’insegna di una genialità mai repressa, condivisa per altro con i loro compagni di merende neopsichedeliche Oneida. Abbiamo incontrato lo sciamano Angus lo scorso novembre per chiedergli dell’ultimo lavoro che, date le premesse (il nome Drum’s Not Dead e il suono tribale del nuovo singolo), si preannuncia quanto mai ancestrale e un ritorno alle origini dell’umanità.

Gran parte dei gruppi diventa più accessibile con il passare del tempo, al contrario di voi. Come mai? Come nascono i vostri album?
La nostra non è una scelta del tutto conscia e forse per questo i nostri lavori sono così diversi. L’allontanamento dal sound del primo album può dipendere dal fatto che ci è sembrato troppo scontato, con la sua formula tutta a base di batteria e basso cool. Abbiamo cercato di cambiare in questo senso e qualcuno ora dice che il nostro nuovo disco è più duro del precedente, mentre a me suona più poppy (risata, ndr).

E’ imprevedibile come “They Were Wrong…”?
E’ leggermente diverso. Questa volta abbiamo provato a fare le cose in modo più tradizionale usando il pianoforte, le chitarre acustiche e roba simile. E’ un altro gradino, capisci, e in ogni modo credo che ci siano canzoni più facili e immediate rispetto a quanto fatto in passato.

Puoi darmi qualche informazione in più su Drum’s Not Dead?

L’abbiamo registrato a Berlino, che per noi è stata una nuova fonte d’ispirazione come tutta l’Europa del resto. Ci siamo spostati molto durante le registrazioni, specie nei Paesi dell’Est, per cercare un punto di vista diverso da quello americano. Berlino è molto economica, perciò ci siamo potuti permettere un buono (e particolare) studio di registrazione, che si trova all’interno degli studi televisivi e radiofonici della ex-Germania dell’Est. Ogni stanza lì è piena di vecchi gradini, pavimenti di legno e altri oggetti con cui creare dei suoni. E’ stato divertentissimo. Un’altra cosa che abbiamo fatto è associare, ad ogni canzone registrata, tre video girati e montati da noi (uno a testa). Con le 12 canzoni dell’album, quindi, uscirà anche un DVD con 36 video. E’ stato il massimo far tutto da sé, senza dover pagare qualcuno per girare i nostri filmati.

Cosa avete ripreso?
Molto è stato girato durante il tour in Paesi come la Slovenia e la Slovacchia, ma anche in fase di registrazione.
Julian (Gross, il batterista, ndr) si occupa di animazione e certe sue trovate sono esilaranti. I miei video sono più semplici e un po’ noiosi, visto che ho ripreso per diversi giorni il lento movimento delle lumache.

Cosa vogliono comunicare i vostri videoclip?
Come ti accennavo prima, l’idea è che non devi essere necessariamente un professionista per fare qualcosa di creativo. Lo stesso vale per la musica: io davvero non so come si suoni. Ciò che conta è provarci. Non so come si faccia a fare un video, ma il punto è che oggi con un computer lo posso fare. E’ importante perché con il downloading l’album in sé ha perso di valore e spetta all’artista trovare nuove strade per renderlo appetibile.

Siete ancora interessati alla stregoneria?

Certo, anche se abbiamo approfondito l’argomento nel secondo album e a quello abbiamo preferito circoscriverlo.

Cosa avete in comune con gli Oneida, oltre a quello splendido split che si chiama “Atheists, reconsider”?

Quei ragazzi sono simili a noi. Li abbiamo conosciuti quando vivevamo tutti a Brooklyn: erano tipi rilassati, divertenti e ottimi musicisti (cosa che noi ovviamente non siamo, ma la mentalità è la stessa). Ci siamo ritrovati sul palco a voler suonare gli uni le canzoni degli altri, solo che per loro è stato semplicissimo mentre per noi una vera fatica! Alla fine ce l’abbiamo fatta ed è stato fantastico, tanto che adesso stiamo lavorando ancora con loro per un nuovo split.

Ottima notizia, quando dovrebbe uscire?
Siamo ancora in fase di concept ma spero presto, di sicuro entro il 2006. Gli Oneida sono bravissimi, hanno anche aperto la propria etichetta su cui dovrebbe uscire questo split.

Perché anche voi non aprite la vostra label?
Forse perché non abbiamo i soldi (risata, ndr). In realtà non abbiamo né il tempo né la capacità di star dietro ai conti e inoltre il nostro contratto con la Mute (con cui ci troviamo bene) prevede altri 4 album.

Quattro? Sono moltissimi!
Lo so, sono preoccupato (risata, ndr).

Avete in atto altri progetti o collaborazioni?
Aaron suona con un tizio degli Young People, mentre io ho un progetto noise (Scalp School) che è ancora agli albori e per ora prevede solo due chitarre. Nessuna reale collaborazione, ma siamo quasi giunti al punto in cui possiamo farlo. Abbiamo impiegato del tempo per abituarci al modo in cui lavoriamo insieme e questo nuovo album ne è ulteriore prova.

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Angus, che musica stai ascoltando?
Di recente sono tornato indietro ai Rage Against The Machine, una grandissima band. Ascolto anche i Celebration, nostri amici della 4AD, e uno strano gruppo inglese che si chiama Leopord Leg, costituito da dieci batteriste donne. Figo no?

Vi piace provocare? Penso alla cover del vostro nuovo singolo It Fit When I was a Kid…

Oh yeah! (risata, ndr). La gente non lo capisce, ma essere in una band è come essere sposati con gli altri componenti del gruppo. Si dorme insieme, si mangia insieme, ci si presta le cose…

…e si fa sesso insieme…

(risata, ndr). No, appunto. E’ l’unica cosa che non facciamo, ma quella immagine vuole mostrare il feeling che abbiamo raggiunto, far vedere come si avvicini a un rapporto completo. E’ quasi come se ogni volta che suoniamo insieme ci scopassimo a vicenda e cercassimo di renderci felici.

I Liars in concerto sono folli e memorabili. Cosa provi sul palco?
Ogni volta mi sento agitato prima di salire sul palco. L’idea di suonare anche davanti a poche persone mi spaventa, non devo pensarci. Poi però l’adrenalina che deriva da questa paura mi porta a sfogarmi e così fanno anche gli altri ragazzi. Urliamo, improvvisiamo, non calcoliamo il caos, non abbiamo regole anche se a volte penso che ci servirebbero (risata, ndr).

Suonate per divertimento o per soldi?
Oh, decisamente per soldi. E’ ciò che ci permette di vivere, al contrario dei dischi (di cui non vediamo una lira). E’ dura suonare ogni giorno, ma è anche molto divertente: è un’esperienza catartica, l’occasione giusta per buttare fuori tutta l’energia che abbiamo dentro.

In quale misura i Liars sono umani e in quale gli umani sono liars? Dov’è la verità?

Entrambe le tue affermazioni sono vere. L’intento è quello di rimanere sempre persone oneste e con i piedi per terra, perché ognuno dice bugie. Piccole bugie quotidiane anche verso noi stessi, per autoilluderci. Bisogna ammettere di avere certi limiti, saper dire: “E’ una farsa”. Ci crederai o no, io ad esempio sono una farsa sul palco (risata, ndr).

Che impressioni ti sei fatto sull’Italia?

La amo. Mi voglio trasferire in Italia, a Palermo.

Gli Italiani invece vogliono trasferirsi all’estero…
No, perché mai? E’ così bello qui. Per ora vivo a Berlino, ma fa troppo freddo e l’inverno è opprimente. In realtà per il lavoro che faccio (spesso in tour) potrei vivere ovunque, anche in Russia. Ma ora desidero un clima soleggiato e la spiaggia.

Potresti lanciare un messaggio al nostro Primo Ministro?
Non ha ancora ritirato le truppe dall’Iraq? Ok, finisci il lavoro Berlusconi e porta via l’esercito. Non sentirti minacciato dagli Americani, l’Europa ha bisogno di restare unita.

Di Gaetano Scippa. Foto di Sean Beolchini



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