
Intervista pubblicata sul numero 28 di Pig Magazine, Dicembre 2004.
“Problemes D’Amour” è un brano che ho incontrato la prima volta due anni fa, perso nei meandri di qualche compilation electroclash. Portava la firma di un certo Alexander Robotnick, nome a me sconosciuto all’interno di una playlist che comprendeva molti dei nomi di punta della scena del momento. La mia curiosità è montata esponenzialmente quando ho scoperto che la canzone risaliva al 1983, ma che soprattutto portava la firma di un italiano.
Dietro il bizzarro pseudonimo di Robotnick si cela, Maurizio Dami, musicista fiorentino, che poco più di un ventennio fa ha lasciato la sua impronta nel panorama musicale, nazionale e non, con un paio di fortunati singoli di italodisco “illuminata”, prima di intraprendere la lunga e tortuosa strada della World music.
A distanza di tutto questo tempo, per via del ciclico susseguirsi delle stagioni musicali, il nome di Robotnick è riemerso dall’oblio, anche per merito di alcuni suoi celebri estimatori.
Carl Craig (per via di un bootleg), Miss Kittin (includendo la sua “Dance Boy Dance” nel suo mix “Radio Caroline”), The Hacker e Kiko (attraverso una serie di ristampe e remix) riportano la sua musica nei dancefloor, preparandone il ritorno.
La storia di Robotnick (un esule russo in Francia, personaggio nato dall’unione della sua passione per la musica e per il teatro) però non ricalca quella di Maurizio Dami; infatti nel corso della sua carriera musicale, iniziata più di venticinque anni fa, oltre all’elettronica, l’artista fiorentino si è occupato di altro, tanto altro.
Il jazz degli esordi lascia spazio alla sua passione per i Kraftwerk, per la New Wave e la neonata Disco music (questo il periodo d’oro di Robotnick); quindi viene un’esperienza multimediale come quella dei “Giovanotti Mondani Meccanici”, un collettivo che scriveva musiche per lavori teatrali, video ed installazioni.
Poi musica Ambient (ha sonorizzato eventi e sfilate), lavori per il cinema (ha scritto colonne sonore per registi quali Alessandro Benvenuti e Marco Risi), ma soprattutto la grande passione per la World music.
Un’esperienza che nasce dall’incontro con musicisti indiani, africani e kurdi che suonavano in Italia e che trova sbocco in numerosi progetti ed altrettanti album. Una passione che lo porta a viaggiare molto e a confrontarsi con tradizioni musicali e culturali diverse dalla sua.
Nel 2002 Maurizio si riavvicina alla “sua” disco; esce infatti “Oh no… Robotnick”, il ritorno della sua celebre creatura. Ma è nel 2003, alla tenera età di cinquantadue anni, che gli arriva una telefonata che cambia le carte in tavola.
Una voce dall’altra parte della cornetta gli chiede se fa ancora il dj, Maurizio, che nel corso della sua carriera non l’aveva mai fatto, vuoi per una certa avversione nei confronti della figura, vuoi per una scarsa passione per il supporto vinile, coglie la palla al balzo e risponde così: “Certo, ma non con i dischi, con il computer”.
Ed è da qui che ricomincia l’avventura di Robotnick, che da più di un anno e mezzo gira il mondo con il suo show. In bilico tra un atipico dj set e un concerto con connotati teatrali (canta sui suoi brani, una tecnica che per certi versi ricorda il dj kicks di Erlend Oye, che Maurizio non conosce), le sue performance sono un’esperienza suggestiva e originale, soprattutto se confrontate ai limiti congeniti e alla monotonia dell’esibizione di un qualunque dj.
Grazie alla lungimiranza artistica della Red Bull, Dami viene invitato a parlare all’Academy a Roma, e successivamente ad esibirsi in una delle serate al club Akab.
Colpito dalla sua performance, io che avevo scelto i tempi della mia visita all’Academy proprio in modo da farla coincidere con la sua esibizione, preferendola a quella di artisti più blasonati, lo avvicino a fine serata per fargli i complimenti e chiedergli un’intervista.
Ci diamo appuntamento pochi giorni dopo, in occasione di una suo show all’ombra della Madonnina.
Nel tempo tra il soundcheck e l’orario d’inizio accompagno Robotnick, alcuni amici e membri del suo staff, a cena.
Si comincia a chiacchierare del più e del meno, degli anni ’80 e di Firenze, dell’ Italo Disco e della New Wave, dei Righeira e dei Gaznevada. Poi della Red Bull Music Academy e della World music, del disco che andrà a produrre a Calcutta a Gennaio, e del fatto che, con il ritorno di Robotnick, sta mettendo da parte qualche soldino per trasferirsi a vivere in India, tra qualche anno, perché là è tutta un’altra cosa…
Contagiata dal mio entusiasmo la penna scrive e poi non scrive più, il registratore, dal canto suo, registra a singhiozzo.
Questo è quanto ho recuperato, anche se ci sarebbe molto di più.
Come è andata la tua lezione all’Academy?
Ho tenuto la lezione in inglese, o meglio con il mio inglese approssimativo, davanti a ragazzi che mi sembravano molto interessati. Abbiamo fatto un discorso abbastanza specifico, ho parlato loro delle tecniche che uso per fare il dj, dei programmi e della mia strumentazione.
Trovo che per loro sia una grande opportunità, vengono da tutto il mondo e hanno la possibilità di confrontarsi con altre realtà, con un gran numero di artisti, e di imparare qualcosa che possa servirgli veramente in futuro. Poi quello che dovrà accadere accadrà, magari diventeranno bravissimi e famosi…
A proposito della tua esibizione; come la definiresti: un dj set o un concerto?
L’altra sera il pubblico mi sembrava molto coinvolto, ballavano, si, ma l’attenzione nei tuoi confronti era altissima, quasi non ti staccavano gli occhi di dosso…
A volte succede così, ma non sempre; spesso ballano e basta. Io sto cercando di inventare una nuova tecnica, ho una certa età… non sono mai stato un dj e non ho mai avuto la passione dei vinili. Usando un laptop ho la possibilità di virare più sul live oppure più sul dj set, a seconda delle situazioni e di come mi gira. Mi piace mescolare le cose mie con quelle degli altri, ho trovato un modo diverso di fare il dj; in più lavorando con queste tecniche ho la possibilità di remixare, di lavorare su brani che normalmente non sarebbe possibile ballare. A volte prendo degli spunti da alcune canzoni e li ripeto, a me piace molto ballare su delle “canzoni” è una cosa che non succede più da tantissimo tempo: la gente è abituata a ballare su dei loop di una certa misura, poi dopo entra un altro brano, un altro ancora e così via…
Il che, dal punto di vista tecnico, per ballare, funziona molto bene. Funziona meno da un punto di vista dell’ascolto: c’è poca dinamica emotiva, è tutto abbastanza piatto, soprattutto per quelli come me che vengono da un periodo in cui si ballavano le canzoni, quest’esperienza dà poche emozioni. Nel dj set che propongo mi piace creare momenti in cui si riconosce una certa canzone.
Credo che questa possa rappresentare un’evoluzione del djing.
Mixare i dischi è un’arte: prima di iniziare a fare il dj non avevo una grande considerazione dei dj, quando ho cominciato ho capito che non è assolutamente una cosa facile. E’ difficile creare le giuste tensioni, la giusta dinamica durante la serata.
Comunque l’altra sera mi sembra sia andata benissimo, credo che la gente si sia divertita non poco; va sempre così bene?
Beh, c’è da dire che l’altra sera giocavo in casa, poi c’erano i ragazzi dell’Academy… comunque in generale è così.
A parte l’anno scorso, quando ho suonato a Torino, la stessa sera dei Kraftwerk, che non andavano in tour da un secolo, ci sono solo pochi posti in cui non ha funzionato. Al Concorde a Parigi la gente andava via mentre suonavo, mentre la sera prima in un altro posto era stato un successo. Poi a Calvi, in Corsica, quest’estate, dopo mezz’ora arriva il proprietario del locale e mi dice di smettere. Il giorno dopo suonavo in Grecia ed è andata benissimo, quello dopo ancora al Ten Days Techno: gente in delirio. In Irlanda, a Dublino, la gente mi adora; se sanno che vado, due mesi prima cominciano a mandarmi delle e-mail. Anche a Londra è sempre andata piuttosto bene.
In “The Discoteque Of Alexander Robotnick” sono ben rappresentati i nomi nuovi di questo ondata electro anni ’80: ci sono Tiga, Kiko, Miss Kittin & The Hacker. Di solito c’è sempre molto scetticismo sui revival, soprattutto da parte dei protagonisti del movimento originale, però mi sembra di capire che tu non sia di questa idea…
Hai ragione, la prima cosa che mi sono detto, cominciando ad ascoltare questa musica, è stata che non dovevo fare come fanno sempre i vecchi, che dicono: “Ah! Ai nostri tempi si che la musica era ganza… Ora invece…”.
Ho cercato di ascoltarla con il cuore, senza pregiudizi, e ho scoperto degli artisti bravissimi, delle canzoni bellissime che se fossero state proposte negli anni ’80 non sarebbero state capite.
Non dimentichiamoci che a quei tempi la musica elettronica c’era, era diffusa, però non aveva lo stesso successo di altri generi musicali; tutto rimaneva abbastanza underground. Adesso questi artisti hanno molte più possibilità di farsi sentire.
Ho cominciato ascoltando molte cose della Gigolo, e di altre etichette tedesche e belghe; su cinquanta brani ne trovavo un paio che mi piacevano veramente, però più o meno era la stessa percentuale di vent’anni fa…
Non pensi che questo revival porti ad un certo revisionismo sull’atmosfera di quei tempi, ad una certa “euforizzazione” di quella decade?
Io ti posso parlare della mia esperienza, di Firenze, che negli anni ’80 era assolutamente il posto migliore dove poter ascoltare quella musica e respirare quell’atmosfera. A livello di New Wave Milano non esisteva, Roma nemmeno, c’era qualcosa a Bologna, a Pordenone e allo Slego a Rimini.
La caratteristica di quegli anni a Firenze era che la musica proposta era tetra, devastante, dark, molto introversa, ma l’aria che si respirava tra la gente era completamente opposta. Da parte nostra c’era una grande gioia nel vivere il dark; è molto difficile spiegarlo oggi.
Adesso mi sembra che la situazione si sia capovolta: si propone una musica in stile anni ’80, però molto leggera, basata sull’ottimismo e sull’allegria, mentre le persone che vivono questa cosa non lo sono, mi sembrano molto meno allegre rispetto a quanto lo eravamo noi.
Ti saresti aspettato a vent’anni dalla nascita di Robotnick, di portarlo in giro per l’Europa, per il mondo, a suonare?
Mi aspettavo un ritorno di Robotnick, questo sì: tutto torna dopo vent’anni, è matematico.
Come matematico?
Questa storia, quest’automatismo dei vent’anni viene da una considerazione molto pratica e molto facile da chiarire. Se tu ascolti la musica del decennio scorso, ti prende male.
Perché c’è una serie di cose, di persone, di emozioni che hai vissuto, che ti fa male rievocare.
Questa è la ragione per cui devi aspettare venti anni per riascoltare un certo tipo di musica.
Ero sicuro che dopo questo periodo sarebbero ritornati gli anni ’80; non mi aspettavo di poter avere io questo successo, questa considerazione che ho da un anno e mezzo a questa parte.
Sei una persona che ha girato molto il mondo; com’è il mondo visto dai tuoi occhi?
Il mondo visto dai miei occhi è bello perché è vario. Per me è una gioia visitare altri paesi, conoscere altri popoli, ascoltare altre musiche così diverse dalla nostra. Sono molto attirato dall’Oriente, l’ho girato molto, dal Vietnam all’India. Ci torno continuamente.
Ascolta il podcast speciale realizzato da Robotnick per Pig Radio
www.robotnick.it
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