Intervista tratta dal numero 40 di pig magazine del mese di marzo
La riscossa silenziosa. Quando dieci anni fa i Belle And Sebastian si autoprodussero “Tigermilk” (solo 1000 copie in vinile) nessuno, soprattutto loro, avrebbe immaginato dove sarebbero arrivati. In fondo si trattava di sette ragazzi di Glasgow, timidi e un po’ sfigati, che si erano trovati durante l’high school a suonare le canzoni scritte da Stuart Murdoch. Il nome, preso da una serie televisiva francese su un ragazzino e il suo cane, iniziò subito a circolare negli ambienti più sotterranei: la fragilità vocale di Murdoch, la profondità e la freschezza compositiva nei testi sospesi tra il quotidiano e il surreale, la cura maniacale per i dettagli, l’eclettismo dei musicisti e una naturale predisposizione per le melodie dolci ma non sdolcinate avevano definitivamente conquistato il versante romantico e intellettuale degli studenti.
Un culto elitario da preservare e custodire gelosamente, ma che in breve tempo sarebbe diventato sinonimo di “indiepop” e avrebbe avuto ripercussioni sociali, inducendo un’intera generazione ad immaginarsi parte di un mondo colorato pastello, a rimanere in eterno stato post adolescenziale. Con “The Life Pursuit” la sensibilità pop-folk dei B&S raggiunge una piena maturità e, anzi, si vede arricchita di elementi glam e funk anni Settanta che ne rinnovano la brillantezza. Il gruppo conserva la spontaneità degli esordi, nonostante la dipartita di Stuart David (co-fondatore con Murdoch) e Isobel Campbell, le smancerie del precedente “Dear Catastrophe Waitress” (prodotto dal Trevor Horn di TATU e Frankie Goes To Hollywood), il plebiscito che li ha eletti miglior band scozzese della storia, i concerti sempre più grandi (30mila persone a Benicassim) e i video in rotazione su MTV. I “cantastorie” scozzesi sono tornati in gran spolvero e questa volta sì, rischiano di fare il botto. Ne parliamo al telefono con un cordialissimo Bob Kildea, bassista del gruppo.
“The Life Pursuit” è il vostro settimo album in studio e già si parla del migliore che abbiate mai fatto. Sei d’accordo?
Quando pensi al migliore speri sempre che sia il prossimo.
Per quanto riguarda i vecchi album, il mio preferito rimane “Tigermilk”. Siamo comunque tutti molto soddisfatti del nuovo lavoro e speriamo che anche la gente lo apprezzi.
Ritieni che Stuart sia al suo apice compositivo?
Credo che stia scrivendo delle canzoni davvero molto solide. In questo periodo è in fiamme: ha scritto ben 18 canzoni che abbiamo provato e infine registrato a Los Angeles, tutte valide per un doppio album come doveva inizialmente essere “The Life Pursuit”.
Come recita il comunicato “non esiste un doppio album memorabile, a parte forse ‘London Calling’”: come avete selezionato le 13 delle 18 tracce e dove finiranno le altre 5?
Le 13 canzoni selezionate sono quelle che meglio si amalgamano nell’insieme, fluiscono naturalmente le une nelle altre, insomma funzionano. Le restanti, che non sono meno valide ma magari solo più veloci, verrano utilizzate come b-sides o negli EP.
Com’è nato l’album?
Le sessioni si sono svolte diversamente dalle altre volte.
Abbiamo organizzato uno studio a Glasgow aperto giorno e notte, in modo che in qualsiasi momento avessimo avuto idee avremmo potuto registrarle. Alla fine di ogni settimana ognuno di noi si portava a casa un CD con le registrazioni fatte fino a quel punto, per potersi poi confrontare con gli altri. E’ un modo di lavorare positivo. L’album è stato registrato stando ore in sala a posizionare gli strumenti in punti diversi da canzone a canzone e a sperimentare sui suoni. In particolare abbiamo lavorato molto sulla batteria, ad esempio piazzandola al centro con tutti noi intorno a cantare.
Sono canzoni più fisiche, il cui “beat” dovrebbe rendere al meglio proprio in concerto…
Dobbiamo imparare di nuovo a suonare, non le abbiamo ancora eseguite dal vivo!
Perché avete deciso di lavorare con Tony Hoffer invece che con Trevor Horn (il produttore del precedente “Dear Catastrophe Waitress”)?
Solo per provare qualcosa di diverso. Nulla di personale.
La scelta è avvenuta esattamente come per Trevor, nel senso che Tony ci ha scritto una email dicendo che gli sarebbe piaciuto lavorare con noi. Ci siamo incontrati a Glasgow, dove lui ha disposto ogni cosa per il meglio e quindi ci siamo affidati a lui. A conti fatti, però, è stato fondamentale raggiungerlo nel suo studio di Los Angeles.
Avete subito l’influenza di qualche band in particolare?
Non proprio. Siamo un gruppo di sette elementi, tutti diversi e con i propri gusti musicali. Ognuno ci mette del suo in questo senso. Da un altro punto di vista ci è stato utile suonare in passato molte cover di stili differenti. Siamo diventati più sicuri dei nostri mezzi.
Il tema religioso viene descritto con una sottile ironia. Siete credenti?
Per quanto mi riguarda non sono particolarmente religioso, né credo che gli altri lo siano. Stuart canta ancora come corista in chiesa, ma è una cosa molto personale e lui non ne parla. Noi, in tutta sincerità, non glielo chiediamo (risata, ndr).
L’estetica dell’album, pur essendo riconducibile agli anni Sessanta e Settanta, non cade negli stereotipi dell’epoca. Cosa rara di questi tempi…
Se è un complimento ti ringrazio. In effetti non abbiamo nessuna agenda tipica del rock’n’roll che ci dica quando o come fare gli album. Seguiamo il nostro istinto e facciamo le cose così come ci vengono, senza troppi pensieri.
Bob, com’è avvenuto il tuo ingresso nel gruppo 5 anni fa?
Eravamo amici molto prima che si formassero i Belle And Sebastian.
Suonavo già con Chris nei V-Twin, gruppo in cui hanno militato anche tutti gli altri, da Stevie a Richard. Tutti tranne Mick. Non credo che lui fosse un fan dei V-Twin (risata, ndr).
Allora vivevo nello stesso appartamento con Sarah e comunque a Glasgow ci si conosce tutti. Non è una città così grande: vedi sempre le stesse facce ai concerti, nei bar…
Come ti sei sentito a sostituire Stuart David, fondatore della band con Stuart Murdoch?
Quando sono entrato a tempo pieno nel gruppo, Stuart se ne era già andato da oltre un anno.
Era un periodo tranquillo per i B&S, che mi chiesero di suonare la chitarra per alcuni concerti, mentre al basso era stato messo Mick. Quindi non è stato un proprio un rimpiazzo.
Cosa si prova a suonare nel “miglior gruppo scozzese di sempre” (riferito al sondaggio popolare del 2005)?
(Risata, ndr). Mi sembra assurdo l’esito di quel sondaggio. Siamo davanti a gruppi grandiosi come i Teenage Fanclub o i Jesus and Mary Chain, o altri che hanno venduto milioni di copie nel mondo.
Comunque è stato carino far votare il pubblico e siamo fortunati che abbia scelto noi.
Siete persino davanti al fenomeno del momento, i Franz Ferdinand…
Oh, i Franz Ferdinand sono grandi. Sono “hot” e non solo dal punto di vista musicale. Sono una grande pop band, hanno rivoluzionato lo stile.
Oggi le loro maglie a strisce nere e rosse le trovi in tutti i negozi del centro di Glasgow! Capisci, sono riusciti ad entrare dentro la macchina sociale.
Proprio come voi…
Esattamente (risata, ndr).
Cosa vi ha spinto a registrare “If You’re Feeling Sinister: Live at Barbican”?
Si è trattato di uno dei concerti di All Tomorrow’s Parties tenutisi a Londra nel mese di Settembre. Barry Hogan ci ha chiamato per suonare dal vivo un nostro vecchio album. Abbiamo scelto “If You’re Feeling Sinister” perché ai tempi non eravamo soddisfatti di come era stato registrato pur essendo il nostro lavoro preferito. Inoltre abbiamo suonato sullo stesso palco dei Lemonheads e contribuito alla raccolta di fondi per il terremoto in Asia (il live è disponibile solo su iTunes Music Store, ndr).
Ci siamo divertiti e le registrazioni sono venute fuori bene.
Hai già sentito il nuovo disco di Isobel con Mark Lanegan?
Ho comprato “Amorino” quando è uscito. L’ultimo non ancora.
Quando Isobel mi ha detto di aver iniziato a lavorare con Mark, le ho risposto che finalmente aveva trovato il suo Lee.
E’ sempre stata una grandissima fan di Nancy Sinatra e Lee Hazlewood e quindi penso che sia stata molto felice.
Vi appassiona ancora il calcio?
A me personalmente no. Solo Chris, Stuart (che ci giocano due volte alla settimana) e Richard lo seguono.
C’è qualcosa che non vedi l’ora di fare?
Oh sì, è da un anno e mezzo che non andiamo in tour e mi manca molto.
Sogno di andare a suonare in posti sconosciuti, magari davanti a persone che non ci conoscono. Mi interessano le loro reazioni, sapere se quest’album gli è piaciuto o meno.
Preferisci un concerto riuscito o una fruttuosa session in studio?
Entrambi. Una cosa non esclude l’altra per fortuna. Poter andare in giro a suonare e viaggiare è senza dubbio un gran privilegio, anche solo per raccogliere impressioni su quel posto che altrimenti non avresti visitato (ma a volte non hai il tempo di soffermarti: passi dal bus al palco e poi ancora sul bus per andare in un’altra città).
Abbiamo suonato persino in Brasile, Giappone e Australia!
Speriamo allora di rivedervi in Italia…
Anche io lo spero, l’ultimo concerto a Milano è stato fantastico.
Di Gaetano Scippa

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