Calla

di Gaetano Scippa  17 Maggio 2006  Interviste, Musica

calla.jpgIntervista tratta dal numero 39 di pig magazine del mese di febbraio

Un fiore nel deserto.La musica dei Calla presenta le stesse caratteristiche della pianta con cui condivide il nome: discreta ed elegante, robusta e al tempo stesso delicata, ha una straordinaria capacità di adattamento. Può nascere nei paesaggi sconfinati e desertici del Texas, libera e incontaminata, per riempire con la sua filmica presenza il trascorrere di una giornata senza tempo.


Ma per crescere e fiorire colorata sceglie, mutevole, una metropoli come New York. Così è per Aurelio Valle (chitarra e voce), Wayne B. Magruder (batteria) e Peter Gannon (basso) i quali, dopo un esordio all’insegna della sperimentazione elettronica e del post-rock più cinematico, virano verso la forma canzone (prima spinti dalla mano di Michael Gira, poi dalle performance dal vivo) e si dirigono a vele spiegate nella pop-land di “Collisions”. Il nuovo album non perde del tutto la propria matrice dark e slowcore, ma sconfina pericolosamente in quei territori dove orde di nu-wavers si sentono già stretti. Sentiamo cosa ne pensano Wayne e Peter.

“Collisions” segue le linee melodiche di “Televise” in modo ancora più immediato, molto diverso dai vostri esordi. Com’è nato quest’album?
P: E’ esatto ciò che dici. Nei nostri album c’è una certa progressione, il songwriting è diventato sempre più limpido e Aurelio più a suo agio con i testi e il modo di cantare. Abbiamo scelto di lavorare alla struttura delle canzoni affinché risultassero al tempo stesso più solide ed immediate, come quelle che ascoltavamo o suonavamo da ragazzi. Quest’album è stato concepito come lavoro di continuazione e, insieme all’esperienza fatta dal vivo con “Televise” per quasi due anni, ci ha trasformato in un vero gruppo rock. Quando i Calla hanno cominciato erano un esperimento, poi si sono evoluti in quella che considero una progressione perversa perché non so dove ci porterà. Ma questo è il bello.

Peter, com’è stato sostituire Sean Donovan al basso?
P: In realtà suonavo già con Aurelio e Wayne dai tempi delle superiori. Ci chiamavamo The Factory Press, ci siamo trasferiti a New York nel 1995, ma due anni dopo ci siamo sciolti e io sono tornato nel Texas per finire il College. Al mio posto è entrato Sean e sono nati i Calla.
Da lì in poi ho contribuito sporadicamente alle parti di chitarra e alle linee di basso del gruppo fin quando, nel gennaio del 2003, ho finito gli studi e sono rientrato nella line-up.

E’ stato un cambio indolore?
W: Sean ha lasciato per motivi personali, ma non mi piace parlare di quella faccenda. Durante le registrazioni di “Televise” abbiamo avuto molti problemi, legati alla mancanza di soldi da parte dell’etichetta, al management poco professionale e anche al fatto che non avevamo le idee chiare su come fare l’album. Una situazione stressante.

Su “Collisions” l’impronta di Aurelio sembra preponderare, siete d’accordo?
P: Può darsi, ma non la vedo in senso negativo. Come dicevo prima Aurelio è migliorato di album in album, agli inizi sussurrava soltanto invece che cantare. Comunque ognuno di noi partecipa in eguale misura al concept: lavoriamo individualmente ma poi ci riuniamo per mettere insieme le idee, siamo collaborativi.
W: Mai come prima, ad esempio, pensiamo insieme alla durata delle canzoni, ai tagli giusti da effettuare, a far emergere la melodia o un certo tipo di voce. Ci fidiamo gli uni degli altri, sappiamo ascoltarci.

Siete soddisfatti del risultato?

W: Sì, io lo sono dopo ogni album. Anche se, ogni volta, tornerei indietro per fare qualche piccola modifica.

Avete sacrificato la sperimentazione in nome della melodia. Non rischiate di perdervi nel marasma delle indie band?
P: Fa parte della sfida. Siamo consapevoli che in questa direzione rischiamo di fallire, ma allo stesso tempo non crediamo di aver perso totalmente i nostri caratteri distintivi, la nostra sensibilità slowcore.
W: E’ una critica che ci arriva dai primi fan, quelli più snob. Fare un buon disco pop, delle buone canzoni, credo sia più difficile che sperimentare sull’elettronica.

Come deve essere una canzone pop?

W: Ad un primo livello dovrebbe avere una melodia che ricordi, catturare la tua attenzione e gratificarti al punto da spingerti a riascoltarla. Ad un secondo livello, che magari coincide con il decimo (ma anche centesimo) ascolto, dovrebbe darti sensazioni differenti dovute a sfumature che prima non avevi colto. Non credo che la nostra musica sia recepibile al primo ascolto, per entrarci dentro devi ascoltare i pezzi più volte.
P: Ripenso a grandi band come i Velvet Underground, i Jesus And Mary Chain, gli Echo And the Bunnymen… Gruppi dotati di personalità, dall’atteggiamento giusto, che creavano atmosfera attorno a sé, ma soprattutto accomunati dall’aver scritto canzoni pop semplici. Cerchiamo di prendere il loro esempio col massimo rispetto.

…e senza cadere nell’emulazione.
P: Siamo consapevoli di non essere del tutto unici (abbiamo ovviamente le nostre influenze), ma cerchiamo di essere onesti.

Quale obiettivi sperate di raggiungere a breve?
W: Speriamo di avere una distribuzione migliore per raggiungere un pubblico sempre più vasto. Quando cominceremo il tour (si parla di Febbraio-Marzo 2006, ndr) avremo i primi riscontri. La gente non si rende conto di quanti gruppi underground non desiderino esserlo. Se per assurdo vendessimo milioni di copie del primo album, scherzi, sarebbe un sogno.

Sembrate aver raggiunto la giusta maturità artistica per camminare da soli. Non avrete più bisogno di collaborazioni come quella con Michael Gira?
W: Anche se ci sentiamo molto più sicuri come gruppo, ciò non toglie che ci piacerebbe lavorare con certi produttori. Sfortunatamente non possiamo ancora permettercelo.

Con chi vorreste dividere il palco?
W:
Sarebbe fantastico aprire per Tom Waits. Lo abbiamo già fatto per Nick Cave, di cui siamo fan dai tempi dei Birthday Party. Poi ci sarebbero i New Order, gli Stone Roses, i Flaming Lips e i Radiohead. Sono un grande fan anche dell’ultimo album dei My Morning Jacket…

So che ti piace anche l’hip hop…
W:
Sì, non riesco ad ascoltare molto rock, ad esempio adoro l’ultimo album di Kanye West o Dizzee Rascal.

Come vedete l’attuale scena newyorkese?
W: Come per altre scene, all’inizio c’erano grandi band su cui tutto si costruiva attorno e che influenzavano le altre. In particolare Brooklyn era un punto d’incontro, ora non lo è più e tutti suonano la stessa roba.
P: New York è un posto come un altro, anche se è così grande che puoi trovare qualsiasi genere di artista.
W: Sì, è una cosa strana. Diciamo che ci sono ancora dei buoni gruppi, ad esempio gli Interpol (con cui abbiamo suonato spesso), che non guardano al passato e, anzi, vengono imitati da molti altri.

Il loro primo album era molto vicino ai Joy Division…
W: Sì, infatti io preferisco l’ultimo.

Qual è la migliore location per suonare?

P: Il Bowery Ballroom di New York: è un posto sufficientemente spazioso per il pubblico (circa 500 posti) ma allo stesso tempo intimo da permettere a tutti una buona visione, con una sala molto bella, uno spazio apposito per il merchandise e un’ottima struttura per le band che vi suonano.
Però abbiamo suonato anche in grandi venues, in Inghilterra o in quella splendida del Portogallo assieme a PJ Harvey e Yeah Yeah Yeahs (Paredes de Coura, 2003, ndr).
W: Il suono per noi è fondamentale e al Bowery è perfetto. Ci sono altri posti piccoli dove l’impianto non è potente abbastanza e lo show ne risente.

Hanno scelto “It Dawned On Me” per la compilation in sostegno delle vittime di Katrina. Come vi sentite?
W: E’ un desiderio che si avvera. Un giorno ci hanno chiamato per chiederci se volevamo partecipare e abbiamo risposto con entusiasmo. Oltre alla giusta causa, la scelta dei gruppi è stata eccellente.

Musica e cinema: quale rwegista preferite?

W: Jim Jarmusch, senza ombra di dubbio.

Intervista di Gaetano Scippa

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