Intervista tratta dal numero 40 di pig magazine del mese di marzo
L’intervallo del limite. I suoi esseri attraversano la realtà trasversalmente, come indifferenti alla loro diversità, incuranti di quella del mondo. Mangiano, dormono, giocano, vivono nella quotidianità a noi familiare. E se fosse la diversità l’assoluta normalità? Sono l’ombra jungiana o golem d’argilla?
Lo straniamento, scivolamento sulla buccia di banana è una visione lucida, pulita ogni tanto asetticamente avvolgente di una realtà e nel contempo del suo doppio. Il neutro di Karin Andersen è un intercapedine di vuoto tra la realtà e la favola dove tutto si fonde.
Partiamo dall’inizio. Fiaba o realtà?
Tutte e due e nessuna… forse una zona di confine. La dimensione della fiaba per me ha qualcosa di claustrofobico, è come vivere in una bolla di sapone. La realtà invece è fin troppo convenzionale. Mi piacerebbe far scoppiare la bolla di sapone.
Un artista per poter rappresentare la sua realtà deve cercare di spogliare la vita dalle idealizzazioni. È possibile vivere senza idealizzare secondo te? E se la realtà di un artista fosse così pazzoide da poter essere rappresentata soltanto attraverso le idee e le idealizzazioni? Ad ogni modo, dipende da cosa intendi per “idealizzare”…
Se significa investire qualcuno o qualcosa di un’idea di superiorità trascendentale, può essere anche pericoloso. Per quel che mi riguarda, visto che mi occupo spesso di esseri mutanti, ho ben presente come questo tipo di creature tradizionalmente rappresentino significati ideali o, contrariamente, oscuri e demoniaci. Faccio volentieri a meno di caratterizzare le mie immagini in questi termini e mi piace l’idea del personaggio “neutro”; in tale senso effettivamente cerco di evitare le idealizzazioni. In generale è ovvio che per chi intende raggiungere un buon grado di realismo nell’arte e nella vita è utile ridimensionare gli ideali e l’immaginazione, ma non credo che sia possibile azzerarli in assoluto.

Le tue creature vivono la nostra realtà. Pensi a loro come a integrati o come emarginati?La gente li riconosce?
Immagina uno straniero che vive in Italia: si sentirà integrato o emarginato in base alle situazioni che gli capitano e alle relazioni che stabilisce con gli Italiani. Qualcosa di analogo vale per i miei mutanti: la loro integrazione/emarginazione dipende dalla valutazione di chi li guarda, non da me. L’unica cosa certa è che si sentono, appunto, stranieri, magari anche un po’ strani. Ultimamente, insieme a Christian Rainer, artista e musicista, ho realizzato un videoclip, per un brano del suo nuovo CD in prossima uscita. Non a caso la canzone che abbiamo scelto per il video si intitola Stranger…
La gente ti riconosce?
Molte volte sì, dicono che gli esseri dei miei lavori mi assomigliano… credo che la somiglianza fra opera e autore riguardi tanti artisti in maniera più o meno involontaria, a meno che non si parli di autoritratti (e io non ne faccio). Se nei miei lavori vedete una persona che mi assomiglia vagamente, sappiate che si tratta di una mia cugina di terzo grado…

Tu ti riconosci?
Non mi piace l’idea che i miei lavori siano degli specchi in cui riconoscermi, anche se a volte è inevitabile… mi piace di più l’idea che i miei lavori rivelino qualcosa di me di cui non ero consapevole.
Se i tuoi golem avessero la voce, quali caratteristiche avrebbe? In che lingua parlerebbero?
Hanno la voce e parlano: in tedesco, italiano, inglese e un po’ di francese, qualcuno sa anche il cinese, sto progettandone alcuni che parlano portoghese e altri che sanno le lingue scandinave e il russo.
Se dovessi quantificare il tempo di lavoro di una giornata…
Nella mia vita le barriere tra “lavoro” e “non lavoro” sono assai labili, per non dire inesistenti. Quindi, risulta molto difficile definire il tempo di lavoro.

Il bianco come principio, inizio o, come nella cultura orientale, lutto?
Per me il bianco non ha valore, non ha attributi, è solo neutro e luminoso…
Qual è il tuo colore preferito?
Cambia ogni giorno… oggi è E66E31
Perché quando penso a te mi viene in mente Björk?
Lo prendo come un complimento? Ad ogni modo, non saprei… forse perché entrambe abbiamo un nome scandinavo e ci piace Matthew Barney…

Secondo te l’imperfezione che è di questo mondo, è soprattutto nell’arte?
Secondo me, si trova nell’arte come in tutti gli altri ambiti della nostra vita.
Del resto ho qualche dubbio sul concetto stesso di perfezione/imperfezione. Noi umani siamo ossessionati dall’idea della perfezione, a tutti i livelli. Pensiamo sempre a un punto di arrivo.
Non credo abbia molto senso.

L’imperfezione può portare alla vertigine?
Secondo me, no. Come ti dicevo prima, per me la condizione dell’imperfezione va benissimo ed è normale.

E’ più probabile che l’idea della perfezione possa portare alla vertigine… vertigine in senso metaforico, intendo.Per quanto riguarda invece la vertigine in senso più concreto, fisico e spaziale, mio padre diceva sempre che soffrire di vertigini capita soprattutto a soggetti particolarmente sensibili, intelligenti e dotati di capacità di immaginazione…

Soffri di vertigini?
Da qualche anno, ma solo se fra me e il suolo esiste un collegamento fisico. Perfino quando salgo su una scala per piantare un chiodo in alto o per cambiare una lampadina devo stare attenta a non suggestionarmi.
Non avrei invece nessun problema a fare un viaggio in mongolfiera.
Di Giovanni Cervi

15 Settembre 2006 alle 19:21
bello stile
18 Settembre 2006 alle 13:15
[...] Karin è una donna mutante. E non sta mai ferma. In questi giorni è protagonista di tre mostre collettive: Zoomanity a Sassuolo (Modena), “Imperfect Realities” a Bologna e “EPIDERMIS Strategie mimetiche di vitalità organica” che inaugura domani a Torino alla Galleria Passo Blu. Qui l’intervista che ci ha rilasciato mesi fa. [...]