Mogwai

di Gaetano Scippa  18 Maggio 2006  Interviste, Musica

Senza_titolo_1.jpgIntervista tratta dal numero 40 di pig magazine del mese di marzo

Come on don’t die young Mogwai.
Non hanno inventato il post-rock, ma nel giro di dieci anni il loro nome è cresciuto fino a diventare l’espressione più fulgida e concreta di questo genere musicale…

…I Mogwai sono partiti dalla Scozia, senza pretese intellettuali, per inondare il mondo con la propria forza d’urto, fatta di rabbiose tempeste e feedback ai limiti del noise alternati a momenti di straordinaria quiete. Le composizioni degli esordi, in prevalenza strumentali, hanno pian piano abbracciato piccoli ricami vocali, abbandonando le variazioni sul tema per cercare una rotta precisa, all’insegna del ritmo e della melodia. I paesaggi disegnati dalle loro orchestrazioni, soavi e malinconiche, sono luoghi che lasciano il segno.


All’alba dell’uscita di “Mr Beast”, quinto capitolo del libro Mogwai, abbiamo incontrato Barry Burns, con il suo humour vivace e John Cummings, dalla pronuncia quasi incomprensibile. I due, con il primo che ha tirato fuori una scatola di confetti alla mandorla e ne ha mangiato per tutta la durata dell’intervista (ammettendone la dipendenza), ci hanno parlato di come l’album sia nato per i concerti e del suo significato, a partire dal titolo, prima di sconfinare nell’ambito dei remix, delle colonne sonore e in quello meno serioso dei coffee shop.

Facciamo la prova del microfono. Dite una cosa qualsiasi.
B:
Sweet banana!

Bene, ora parliamo di “Mr Beast”. Ci sono diversi elementi oltre a due canzoni di rock massiccio come “Glasgow Mega-Snake” e “We’re No Here” che fanno pensare a un ritorno al passato. Come mai?
J: Il motivo è che nello scegliere le canzoni che avremmo suonato dal vivo, abbiamo pensato all’impatto e alla durata dei nuovi pezzi. Questi sono molto più brevi che in passato, perché devono rendere bene in concerto.
B: Vogliamo divertirci sul palco, non annoiarci con la nostra stessa musica.
Le nuove canzoni sono rumorose come quelle vecchie ma anche più godibili, perché devono mantenere alta l’attenzione del pubblico.

Vi siete divertiti a registrare l’album?

J: Più che altro quando stai in studio ti senti tranquillo, sei a casa e fai le cose con calma. A me è piaciuto provare, sperimentare nuove soluzioni soprattutto perché è passato del tempo dalle precedenti registrazioni.
B: No, no. Per me è sempre terribilmente noioso fare le prove, stare lì ore e ore. E’ stato bello una volta finito, quando mi sono goduto il risultato dopo sei mesi di fatica. In ogni caso io mi diverto molto di più in tour.

In “Acid Food” esplorate nuovi terreni. Mi piace pensare che oserete ancor di più in futuro…
J: Cerchiamo sempre di guardare avanti e di sfruttare al massimo il tempo, ma è impossibile approfondire tutto e quindi rimane un lavoro extra. In effetti, sarebbe interessante recuperare il materiale (anche vecchio) più sperimentale e magari farne un album a sé.
B: Se vedi quanto abbiamo fatto finora ti rendi conto che ogni nostro disco racchiude qualcosa di particolare.
Ci piace spaziare piuttosto che ripetere le stesse cose all’infinito.

Come si fa a non ripetersi?
B: Non lo so, prendi quello che hai già fatto e lo butti via?

Ha ancora senso oggi il termine “post-rock”?
J: Penso che non l’abbia mai avuto. E’ una di quelle generalizzazioni terminologiche inventate dai giornalisti.

Pur non essendone i precursori, però ne siete diventati i “diffusori” influenzando molte altre band…
B: Questo mi fa molto piacere, è commovente (risata, ndr). Soprattutto perché non abbiamo mai pianificato nulla, abbiamo solo fatto la musica che ci piace. A volte la gente fatica a capirlo.
J: E’ una fortuna che altri gruppi suonino musica simile alla nostra.
E’ una soddisfazione sapere che quello che fai per te stesso allo stesso tempo riscuote consensi in giro. Non è solo un vantaggio economico, anche se ovviamente vendi più album. Più la nostra musica si diffonde e più la gente ha modo di giudicarla in base ai propri gusti. E’ un principio democratico, come le elezioni.

Come giudicheranno “Mr Beast”?
B: Finora il giudizio di chi gli ha dato un rapido ascolto è stato molto buono. Penso che andrà bene, lo spero. Così almeno dicono quelli che se lo sono scaricato da Internet. Probabilmente ce l’hanno già tutti (risata, ndr). Pensa che le prime due settimane che l’ho ascoltato ero perplesso, mi faceva schifo. Poi l’ho risentito meglio e dopo aver suonato i pezzi dal vivo ho cambiato idea.

A proposito di ascolto, che fine ha fatto il delay?
B:
In effetti in passato lo abbiamo usato così tanto, suonando le chitarre, che ci siamo stufati. Lo utilizziamo ancora, ma molto meno.

Il vostro manager dice che “Mr Beast” è “l’album di art-rock più raffinato dai tempi di Loveless dei My Bloody Valentine”. Commenti?

B: Tu sai, io so e lui sa (indicando John e ridendo, ndr) che sono cazzate. Per questo abbiamo lui come manager! E’ un ragazzo molto entusiasta e pure un po’ pazzo.

Perché avete intitolato così l’album?
B: Perché è divertente.

Come Mr Bean?
B:
No, no (risata, ndr).
J: Hai presente i cartelli che i tassisti mettono all’uscita degli aeroporti per farsi riconoscere dalle persone? Ecco, eravamo in Florida e uno di questi aveva la scritta “Mr Beast”. Sul serio, non è uno scherzo.

Ci sono molte bestie in giro…
B: Oh sì, multi-beast, mega-beast (risata, ndr).

E’ per questo che “viaggiare è pericoloso” (altro titolo presente nell’album)?
B: Sì.

Non morite giovani, per favore…
B: Come on! (autocitazione, ndr)
J: Una volta, trovandoci all’aeroporto di Amsterdam e non sapendo cosa fare tra un volo e l’altro, abbiamo pensato di rilassarci…
B: Ehm, hai capito in che modo no? Abbiamo così esagerato che siamo andati in paranoia, rischiando di rimanere all’aeroporto. Forse saremmo dovuti rimanere lì.

Sapete che parlano di chiudere i coffee shop?
J: L’ho sentito dire, ma non so se lo faranno davvero. E comunque non è un modo per impedire alla gente di fumare.

In quali posti dove non siete ancora stati vorreste andare?
B: Hawaii e Argentina.

Che ci fa e cosa dice Tetsuya Fukagawa (degli Envy) in “I Chose Horses”?
J: Volevamo farlo cantare in una qualsiasi nostra canzone per il suono della sua voce. In realtà anche noi non sappiamo quello che dice.

E il contributo alla tastiera di Craig Armstrong?
J: Ci ha contattato qualche anno fa per contribuire a un suo album e abbiamo ricambiato il favore.

Avete remixato cose diverse, da Kid 606 a Bloc Party, ma anche la vostra musica è stata oggetto di remix. Cosa preferite?

B: E’ più divertente remixare, vedere come si riesce a trasformare un pezzo di un’altra band.
J: A me per esempio è piaciuto il lavoro sul brano degli Engineers.

Quale altro gruppo vorreste remixare?
J: Un paio d’anni fa i Super Furry Animals ci chiesero di lavorare su un loro brano, ma ci diedero solo due giorni per finirlo e quindi la possibilità sfumò.

I giovani registi italiani sembrano apprezzare particolarmente la vostra musica. Avete visto “Le conseguenze dell’amore” e “Provincia meccanica”?
B: Purtroppo no, non ci hanno nemmeno mandato una copia del film.

Avete fatto altre collaborazioni con registi stranieri?
B: Sì, qualcosa negli scorsi anni. Tra l’altro abbiamo appena ultimato la colonna sonora per un film americano che uscirà l’anno prossimo, di cui però non possiamo ancora rivelare il nome.

Qual è il vostro film preferito?
B: “Il Grande Lebowsky”, ma in generale tutti quelli dei fratelli Cohen.
J: Anche a me. Mi piacciono i film divertenti, basta che siano intelligenti.

Il gruppo del momento?

B e J: LCD Soundsystem.

Di Gaetano Scippa

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