Intervista tratta dal numero 41 di pig magazine del mese di aprile
Anima house. Abbiamo incontrato Chelonis R. Jones prima della sua performance al Plastic di Milano, per una lunga e notturna (da mezzanotte all’una) intervista che vi riportiamo integralmente…Newyorkese di nascita, ma europeo (tedesco) di adozione, Chelonis è un artista nel senso più ampio del termine: scrive poesie e canzoni, dipinge e canta fin da piccolo, in modo originale e con una punta di eccentricità. Il calore e la ricchezza della sua voce soul, in particolare, hanno stravolto certi canoni che volevano la musica house fredda e asettica. L’artista si è aperto con sincerità, dopo aver superato i primi imbarazzi tipici di una persona riservata, e ha rivelato lentamente le sue doti migliori come l’ironia, la serenità interiore e soprattutto una profonda umanità.
I vissuti e gli aneddoti (come il fallimento dei suoi 23 gruppi indie-rock) sono raccontati col sorriso di chi vive in armonia con se stesso, ha superato le barriere ideologiche imposte dalla società (lui è di colore e anche piuttosto androgino) e conserva con orgoglio quel guizzo che lo fa guardare avanti pieno di curiosità e di speranze. Ne abbiamo approfittato per tornare con Chelonis sui passi di “Dislocated Genious”, un album con cui ha debuttato per la Get Physical qualche anno fa ma di successo solo recente, scoprendo quanto sia stata importante (benché fortuita) la sua “spaghetti connection” e avendo l’ennesima conferma di come sia lontana la scena musicale americana da quella europea. Ci ha parlato anche del suo nuovo album “Chatterton” che, a detta sua, sarà una vera sorpresa.
Sappiamo che vivi in Europa, ma non esattamente dove. La tua figura è velata da misteri.
Mantengo il segreto così la gente non mi segue (risata). Ora vivo in Germania, a Francoforte, anche se molti mi credono a Berlino.
Sei in Europa da circa dieci anni giusto?
Un po’ di più. Sono già stato qui da piccolo con mio padre, quando era un militare. Con l’Europa è stato amore a prima vista e quindi, una volta raggiunta l’età adulta, sono tornato da solo per viverci.
Sempre in Germania?
Di base sì, ma ho vissuto anche a Londra e in Francia.
Com’è nata la tua ispirazione artistica?
Ho iniziato facendo parte di vari gruppi indie-rock. Sono sempre stato ossessionato da artisti come Smiths, The Wedding Present, Velvet Underground, Television e Suicide, tuttora le mie band preferite, ma non ha funzionato. Ho deciso allora di scrivere canzoni e poesie per album mai pubblicati e, nello stesso tempo, ho cominciato a dipingere.
Quanti anni avevi?
19.
Sei stato in ben 23 gruppi rock…
Sì, ho tentato in tutti i modi di entrare in un gruppo trendy facendo provini in Inghilterra, Francia e Germania, ma alla fine nessuno mi ha voluto.
Tranne i Coon.
Esatto, tra l’altro abbiamo appena ultimato i pezzi in studio e il disco è quasi pronto. E’ il mio secondo album: forse non ho più bisogno di altre band (risata).
Sei un artista poliedrico però, non solo musicale.
Ho scelto da subito una (buona) etichetta indipendente per non sottostare alle decisioni di altre persone. Non sono una popstar, se mi fossi legato alle catene di una major non avrei avuto la possibilità (o il lusso) di dedicarmi contemporaneamente al resto. Per esempio, non mi avrebbero neanche consentito le collaborazioni che ho qui in Italia.
Come sei entrato in contatto con la Get Physical?
Ho scritto alcune canzoni per un artista italiano che vive a Milano, ma non lo nomino altrimenti mi fa causa. Uno dei suoi manager mi ha portato nel suo studio dove c’era Arno (Kammermeier, uno dei fondatori della label e dei Booka Shade, ndr). Arno ha iniziato a chiederci chi aveva scritto i pezzi di alcuni demo che aveva in mano. “Io”, ho risposto. Poi di seguito: “Chi canta?”. “Io”. E ancora: “Chi suona la musica?”. “Io”. Dopo pochi minuti Arno non era più interessato all’altro ragazzo.
Come fai a distribuirti allo stesso tempo su musica, poesia e pittura?
Credo di farcela perché sono sincero. Chi mi conosce lo sa. C’è molta gente lì fuori che invece gioca a fare l’artista mentre i responsabili degli studi d’arte li inseguono e li imprigionano. L’ho vissuto in prima persona, per strada. Arrivo a fatica alla fine della giornata, ma ho una sensazione di reale e non un’immagine fasulla di me stesso. Sono io. E’ per questo che anche le copertine dei miei album le disegno io. Preferisco parlare meno e concretizzare di più.
Non deve essere facile esprimere in pubblico i propri sentimenti sotto forma d’arte, in particolare quando sono così intimi come nel tuo caso.
Intimità è la parola chiave e, infatti, è molto difficile per me esibirmi in pubblico. Non bevo e non mi drogo. Sono una persona così riservata, anche se sembro il contrario quando faccio uno show, che alla fine dello spettacolo vorrei che fosse l’ultimo. Penso a come potrei cantare ogni sera le stesse canzoni con il sorriso sempre stampato sulla faccia, anche dopo due o tre anni, senza sentirmi diversamente. Adesso rispetto molto di più gli artisti pop.
Il rispetto di cui parli emerge nell’anima pop del tuo disco, come l’intimità del resto, eppure non sono valori comuni all’interno della scena elettronica e dance.
Ho cercato di mischiare gli stili dopo aver realizzato, da Americano, che molta gente lì, pur avendo una vasta collezione musicale, rimane chiusa a determinati generi. In Europa non frega a nessuno di avere il disco di un artista straniero a fianco a quello di Eminem, non bisogna nasconderlo sotto il letto perché ci si vergogna di avere gusti eclettici o della varietà stilistica di certa musica. Qui si passa come se niente fosse dal concerto di Eminem a un vecchio disco di Johnny Cash. In America, soprattutto nella cultura black, è improponibile una cosa del genere. Non avrei avuto nessuna chance stando lì, anche per gli argomenti di cui parlo.
Com’è, se c’è, la scena elettronica e dance in America rispetto a quella europea?
Hai detto bene, non c’è. Per quanto ne so io, è tutta concentrata in Germania e Italia. In questo momento, poi, si sta rivalutando parecchio l’italo dance. Gli Americani sono bravi a usare la chitarra, a suonare rock. Molti amici di New York mi confermano che là non ci sono artisti all’avanguardia nell’elettronica, a parte qualche dj occasionale di black house.
Cosa ne pensi del fenomeno DFA?
Mia madre dice che quando non hai le parole adatte, è meglio non parlare proprio (risata).
Come hai fatto a realizzare da solo “Dislocated Genious” non sapendo nemmeno usare un computer?
Ancora oggi le nuove tecnologie mi mettono a disagio. Pensa che stasera a un terminale ho imparato un nuovo termine, “Mp4”. Il fatto è che non sono portato, devo riflettere a lungo prima di capire come funziona un computer. Non mi scatta in modo naturale come creare una melodia, una forma scultoria o pittorica. E’ un dono anche quello.
E quindi?
Programmi, tesoro, esistono i programmi. Per me la cosa più importante rimane l’ispirazione. I computer e tutto il resto vengono dopo. Chi pensa che il G4 faccia tutto si sbaglia. Più volte ho acceso il computer dicendogli: “ok, componi”, ma non usciva fuori mai nulla. Il mio rapporto con la tecnologia rimarrà sempre di odio-amore, un po’ come con la fidanzata di cui ci si vuole sempre liberare senza poterne fare a meno.
Allora sei tu il “genio dislocato”?
No. Io ho cercato di fare un album di rottura da cui la gente può trarre ispirazione. Oggi c’è molta musica usa e getta, che si dimentica subito. Sai darmi 5 titoli di Britney Spears in 20 secondi? Lo vedi, nonostante lei sia tra gli artisti più popolari di tutti i tempi. La mia ricetta è fare qualcosa che non venga amata dalla massa, ma quando la gente ne parla deve conoscerne ogni dettaglio, dai titoli ai contenuti più profondi. E’ quanto mi sta capitando, ha funzionato. Le persone mi dicono cose dell’album che neanche io conosco, è incredibile. Non sono mai stato cool o trendy, sai di quelli che “per favore, amami”. Ma è stata molto dura all’inizio, in Germania, quando nel 2001 nessuno amava questo tipo di house o la prendeva in modo superficiale. Sono contento di aver contribuito al cambiamento.
Sul tuo sito ci sono una serie di equazioni che ti descrivono, sei davvero così?
Ero giovane quando ho scritto quelle cose, perdonami, avevo bisogno di soldi (risata). E’ il mio passato nella letteratura, quando ero da solo e avevo molti eroi con cui cercavo di fare breccia.
Chi per esempio?
Thomas Mann, EE Cummings e tanti altri. Ma è forse più interessante il mio modo di pensare, che è un po’ particolare e si riallaccia ai temi delle canzoni. Io non sento me stesso come essere uomo o donna, nero o bianco, ma come non-identità. Questo è un vantaggio perché vedo le cose da più prospettive e riesco a scrivere canzoni originali, su tematiche gay come su mia moglie, senza rimorsi. Nel folk ti considerano un genio se sei così: Johnny Cash parlava di uccisioni e sparatorie, quelle che nel rap sono considerate pericolose o negative. Io voglio fare lo stesso nella musica dance e vedere cosa succede.
“Dislocated Genious” è stato senz’altro un album di rottura da questo punto di vista.
Il mio nuovo album è ancora più rischioso se per questo.
E’ già pronto? Puoi descriverlo? Quando uscirà?
Sì, è peggio del primo nel senso che ha suscitato le reazioni più scomposte da chi l’ha ascoltato, proprio come desideravo. Chi ha detto che è orrendo e avrebbe voluto prenderlo a martellate mi ha fatto un piacere enorme. Ha più spessore, è oscuro, intenso, estremo e imprevedibile (contiene due pezzi rock, uno funk e uno tribale). Ho suonato di più gli strumenti, ma soprattutto l’ho fatto col cuore e con la voglia di sperimentare, senza pensare a possibili hit di successo o al denaro. Potrebbe non piacere all’etichetta e se mi licenziano non uscirà così presto.
C’è anche qui lo zampino di Booka Shade e MANDY (già dietro i singoli “I Don’t Know?” e “One & One”, ndr)?
Avrei voluto, ma stavolta erano davvero troppo occupati a fare altro. In realtà in “Dislocated” la loro partecipazione è avvenuta quasi per caso e sono più contento che per “Chatterton” (il titolo del nuovo album è tratto dal nome di un poeta, ndr) siano stati impegnati, perché sarebbe venuto fuori completamente diverso.
Cos’è il successo per un artista?
Per me significa solo una parola: immortalità. Qualsiasi disco che oggi dura più di cinque anni può considerarsi in parte vicino a tale obiettivo. Io credo di esserci riuscito: oggi “Dislocated” non lo gettano via facilmente. Da ragazzo ero intransigente, ma poi ho capito che non avrei cambiato il mondo forzando le persone a diventare diverse da come sono e da allora non ho più dato importanza ai loro giudizi su di me. Mi sono sentito più forte e questo è stato il mio vero successo.
Esiste ancora un interesse culturale nelle persone?
C’è n’è molto meno oggi perché il periodo stesso in cui viviamo ci interessa poco, sembra che le persone non abbiano il tempo o la voglia di piacersi. Amare se stessi risolverebbe gran parte dei problemi, si diventerebbe più rispettosi nei confronti degli altri e non si perderebbe tutto quel tempo a gettargli la merda addosso. Sembra un concetto stupido, eppure è così semplice. Quando vivevo per strada e non avevo niente da mangiare le persone più carine con me erano quelle senza un soldo. Questo mi ha reso dolce, umano, con i piedi per terra, diverso dal fotomodello medio di colore che trovi sui manifesti.
Quali artisti recenti ti piace ascoltare?
Amo “Dummy” dei Portishead. E’ l’unico gruppo più o meno recente che si avvicina all’idea che ho di artista pop, anche se non fa figo dirlo quando si è associati alla musica dance. E’ uno dei motivi per cui non vivo a Berlino. Lì è tutto ultra cool. Quando ci sono andato ho pensato di trovarmi nel film sbagliato, che non era giusto cercare di diventare biondo per piacere a tutti i costi.
Di Gaetano Scippa. Foto di Sean Beolchini.
Special Thanks: Nicola Bonandrini

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