Intervista tratta dal numero 41 di pig magazine del mese di aprile
Deep Cut. Quando il sole tramonta e i colori si spengono nel buio, un raggio artificiale illumina la penombra: è freddo ma a poco a poco riscalda un ambiente desolato e apparentemente cupo…
Due figure in controluce, un ragazzo e una ragazza, emergono dall’oscurità varcando la sottile linea d’ombra oltre la quale la musica pop si spoglia dei vestiti da festa in favore di abiti monocromatici e maschere ancestrali.
Alle loro spalle, l’alba di un nuovo giorno. I The Knife sono svedesi, fratello e sorella, e hanno appena pubblicato “Silent Shout”, un disco che, ricodificando in maniera radicale il loro medium espressivo, apre scenari inediti per la musica pop del terzo millennio. Olof e Karin Dreijer sono due persone gentili e magnetiche, dal fascino discreto, emanano un’alchimia impalpabile, inafferrabile, riservata e allo stesso tempo impossibile da non notare. Complessi, sfaccettati, riflessivi. Per certi versi tormentati, eppure, tuttavia, ironici e surreali, i due si circondano di uno scudo sottile, a protezione di un’intimità vissuta, senza spocchia né presunzione, come necessità inviolabile. Sono totalmente concentrati sulla musica e sulla loro arte facendo d’ogni rappresentazione esteriore un’ulteriore appendice del loro universo estetico ed emozionale. Descrivono con passione e attenzione l’universo che si cela dietro alla nuova fatica “Silent Shout” e si ritraggono garbatamente ad ogni incursione in territori extramusicali. Dietro le maschere di scena due volti nordici, limpidi e bellissimi. Ma in effetti, questo, non ha alcun significato sostanziale…
Silent Shout, il vostro ultimo album, introduce un cambiamento radicale sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista musicale. Da dove nasce la necessità di una metamorfosi così profonda? Perché la scelta di apparire in pubblico indossando delle maschere?
O: La scelta di indossare delle maschere ha due significati ambivalenti.
Prima di tutto è una sorta di dichiarazione d’intenti, una presa di posizione.
Concentrarci e di conseguenza fare in modo che anche l’ascoltatore si concentri esclusivamente sulla musica dei The Knife, sfuggendo alla fruizione tradizionale legata alla corporeità del musicista.
Ci affascina l’idea che la musica dei The Knife non sia ricollegabile a dei volti umani ma, al contrario, sia riconducibile a delle figure astratte.
Allo stesso tempo l’intento è anche quello di descrivere attraverso la componente estetica (vedi l’uso di maschere e impermeabili) un certo immaginario, dando una rappresentazione visiva della nostra musica. Creare un’appendice di significazione.
K: Non abbiamo fatto altro che indossare la nostra musica. Restituendone il lato oscuro, occulto, misterioso senza tralasciare la componente ironica e divertente.
Deep Cuts, il disco precedente, ha riscosso, e sta tuttora riscuotendo, un discreto successo anche all’estero; questo cambiamento d’immagine ha a che fare con la paura di sentirvi troppo al centro dell’attenzione? Avete il timore che troppa notorietà possa turbare la vostra vita di tutti i giorni?
K: Personalmente non provo nessun tipo di fascinazione nell’apparire come pop-star. E’ un qualcosa di completamente estraneo alla mia concezione della musica. Non voglio espormi fisicamente, non voglio essere riconoscibile…
O: Per i primi due dischi abbiamo fatto delle session fotografiche tradizionali e siamo anche apparsi in alcuni video. Quando il nome è iniziato a girare, in particolare qui in Svezia, la gente iniziava a riconoscermi…
La cosa semplicemente mi ha spaventato, messo in imbarazzo, e mi ha portato ad interrogarmi se quel tipo di riscontro era effettivamente quello che volevo.
La risposta è stata negativa. Non sono fatto per questo…
K: Il livello d’esposizione che avevamo raggiunto negli ultimi mesi, durante la lavorazione dell’album, e la possibilità che, dopo l’uscita del disco potesse crescere ulteriormente, ci ha portato a riflettere su come avremmo dovuto gestire l’aspetto legato all’immagine; la decisione presa è stata la più naturale, la più spontanea e la più onesta. L’unica che rispecchiasse completamente il nostro modo di essere…
Qual è stato il processo che ha portato il disco a suonare così “scuro” e soprattutto così diverso dal suo predecessore?
O: Il mondo dei The Knife è un mondo fatto di contrasti, di poli opposti che si attraggono e collidono, creando un qualcosa di nuovo e di diverso rispetto a ciò che erano stati in precedenza… E’ stato così anche per “Deep Cuts” che altro non era se non una reazione al nostro album d’esordio e alla sua naivetè.
K: “Deep Cuts” era un album colorato, variegato, ricco di sfumature e di messe a fuoco differenti. Con il nuovo album avevamo bisogno di cambiare ancora direzione, raggiungere un livello differente d’espressione. Focalizzare il nostro suono e spingerlo verso tonalità sempre più scure è stato un passo naturale. Sentivamo la necessità di un cambio d’atmosfera, di esplorare il lato meno “solare” della nostra musica; cercavamo una reazione al disco precedente e alle sue sonorità pop.
Com’è nato “Silent Shout”?
K: Abbiamo iniziato a lavorarci nel marzo del 2004. Abbiamo cambiato luogo di registrazione svariate volte, nel tentativo di entrare nel giusto mood compositivo.
E’ stato un vero e proprio tour de force fisico, emotivo e psicologico.
O: Le canzoni in alcuni casi si sono radicalmente trasformate rispetto alla stesura iniziale. Tutto il disco è stato un lavoro di messa a fuoco progressiva, quasi estenuante.
K: All’inizio abbiamo saturato ogni singolo brano d’arrangiamenti e variazioni differenti, creando quasi dei mostri elefantiaci, per poi, in seguito, svolgere un lavoro di sottrazione, che è durato mesi e ha creato non poche tensioni, nel tentativo di eliminare ogni orpello e ogni singolo suono che non risultasse indispensabile.
O: Volevamo ottenere qualcosa di estremamente focalizzato ed omogeneo. Abbiamo discusso per giorni interi cercando di esprimere e comprendere entrambi il risultato che volevamo raggiungere, il suono che avevamo nella testa…
E’ stata una sorta di terapia quindi? Siete riusciti a risolvere qualcosa?
K: E’ stata una sorta di viaggio all’interno delle nostre teste. Non è stato molto divertente (ride). Non sempre è piacevole raggiungere determinati livelli di consapevolezza…
O: Sei mai stato in analisi?
No e voi?
O: Sì. E un conto è avere qualcuno al tuo fianco: un medico, una persona esperta che è in grado di controllare il tuo percorso, le tue evoluzioni, lavorando in maniera consapevole attraverso un’emotività progressiva; in grado, quindi, di portarti ad un reale assorbimento di tale esperienza e ad una risoluzione degli eventuali conflitti. Un altro è essere da soli, scavare dentro se stessi senza nessun controllo e senza nessuno strumento di comprensione. Rischi di fare un gran casino… E, di sicuro, non arrivi a nessuna soluzione. Sei solo un po’ più consapevole dei fantasmi che hai dentro…Non sempre è positivo (ride)...
“Silent Shout” è il vostro album migliore?
K: Assolutamente sì. E’ l’inizio di un nuovo percorso. Per me è come se fosse il nostro primo album…
E’ un disco per certi versi estremo, non propriamente “popolare”. Non avete paura che possa essere un suicidio commerciale?
K: Abbiamo scritto questo disco prima di tutto per noi stessi. Il fatto di avere costruito negli anni una nostra struttura indipendente ci ha permesso di compiere scelte assolutamente slegate da ogni tipo di logica strettamente commerciale. E’ ovvio, abbiamo la nostra etichetta, e siamo in un certo senso dei discografici… Ma l’idea dal quale tutto è partito è stata quella di garantire la nostra libertà espressiva e la nostra indipendenza, senza dover rendere conto a nessuno… Se dovesse trattarsi di un suicidio commerciale posso sempre cantare una canzone nel prossimo disco dei Röyksopp (ride)…
Perché la scelta di “Silent Shout” come primo singolo?
O: Crediamo sia la canzone che rappresenti meglio il nostro nuovo disco. E’ dark, triste, tecnologica, fredda e allo stesso tempo evocativa, avvolgente e umana. Trasmette, nonostante tutto, una calore emotivo…
K: E’ la canzone che finora si avvicina maggiormente alla nostra idea di come i The Knife dovrebbero suonare.
Quale sarà il prossimo singolo?
O: “Marble House”, la traccia con Jay Jay Johansson ad affiancare la voce di Karin. E’ una splendida canzone pop malinconica.
Come nasce la collaborazione con Jay Jay Johansson?
O: Semplicemente abbiamo pensato che in questa traccia sarebbe stato perfetto avere una voce maschile come controparte a quella di Karin. Abbiamo pensato alle voci che avrebbero potuto funzionare e Jay Jay Johansson ci è sembrato perfetto. Non l’avevamo mai incontrato prima, non ci conoscevamo, pur vivendo entrambi a Stoccolma. Gli abbiamo chiesto di collaborare e ha accettato. Credo che il risultato ottenuto sia eccezionale. E’ una delle canzoni migliori dell’album…
C’è un aggettivo che vi piacerebbe associare a Silent Shout?
O: Occulto.
K: Oscuro.
Karin in questo disco la tua voce è molto più effettata che in precedenza, in certi momenti è completamente irriconoscibile, come snaturata, da dove nasce questa necessità?
K: La voce femminile, per una questione biologica, è dotata di una gamma di registri e di sfumature decisamente inferiori rispetto a quella maschile. In certe occasioni sono a mio agio con la mia voce naturale, in altre circostanze trovo che sia troppo limitata… Ci sono brani che richiedono un’interpretazione diversa, ed ecco che subentra l’uso degli effetti e della tecnologia. Per questo disco non volevo che la mia voce fosse riconducibile ad uno stereotipo sessuale legato al genere femminile. L’intenzione è stata quella di creare un qualcosa d’androgino, di asessuato, slegato dalla tradizionale divisione per sessi tipica della nostra società. Sentivo il bisogno di esprimermi come se fossi un uomo, come se fossi una donna, come se fossi una creatura non umana. Volevo dare il giusto mezzo espressivo ad ogni singolo personaggio d’ogni singola traccia, d’ogni singola storia, interpretando in maniera vocale le liriche e le atmosfere sottese… Manipolare la voce attraverso l’uso di filtri e diavolerie tecnologiche mi ha aperto ad una miriade di soluzioni interpretative diverse, andando a complicare ulteriormente il processo creativo.
O: Il problema più grande legato all’uso della tecnologia nella musica è proprio questo: ti apre un ventaglio di soluzioni e di manipolazioni e rielaborazioni infinita. Fermarsi e non continuare ad oltranza, in questa sorta di gioco esplorativo delle possibilità, è una delle cose più difficili. C’è il rischio di non riuscire a finire mai del tutto una canzone…
Come nascono le vostre canzoni? Lavorate entrambi sia alla musica che alle liriche o vi dividete i compiti?
O: Karin si occupa delle liriche, sulla parte musicale lavoriamo per lo più insieme. Di solito le canzoni sono frutto d’idee estemporanee che vengono in seguito sviscerate e sviluppate sia concettualmente che musicalmente. Possiamo lavorare in entrambi i modi, sia partendo da un testo sia da una linea melodica. Io in particolare curo in maniera più specifica la parte ritmica e prettamente strumentale, Karin più la parte che riguarda le melodie.
Quali sono state le influenze maggiori durante la lavorazione di “Silent Shout”?
K: La più grande influenza in assoluto per questo disco è stata l’opera di David Lynch, tutta la sua filmografia. Le atmosfere che è in grado di creare, i caratteri che è in grado di tratteggiare, la sensazione di obliquità che è in grado di suscitare…
O: Dal punto di vista musicale siamo stati influenzati dalla nuova ondata di techno minimale. Olandese, tedesca, sudamericana…
Il titolo dell’album fa riferimento alla situazione in cui sognando qualcosa a volte si vorrebbe urlare ma non si riesce ad emettere alcun suono. Fate dei sogni ricorrenti o avete fatto un sogno, di recente, particolarmente significativo?
K: Trovi la risposta in Silent Shout…
Il vostro progetto nasce nel 1999. Avete iniziato a suonare insieme o avete avuto altri progetti prima dei The Knife?
K: Prima di fondare i The Knife ho suonato in diverse band di matrice indie. Ho anche realizzato alcuni album con una band chiamata Honey is Cool. Suonavo la chitarra ed eravamo un qualcosa di simile ai Sonic Youth.
O: Quando sono nati i The Knife avevo 17 anni. Si può dire che sia stata la mia prima vera band in assoluto.
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di suonare in “famiglia”? Litigate spesso?
K: Inevitabilmente, essendo fratello e sorella, la situazione è più complessa del normale. Proprio gli aspetti positivi talvolta si trasformano in quelli negativi, rendendo il tutto più difficile.
Trascorriamo tantissimo tempo insieme, lavorando, sia ai The Knife che alla Rabid, la nostra etichetta discografica. Spesso arriviamo a un livello di saturazione tale da non sopportarci a vicenda e, quando accade, è veramente dura staccare la spina per un po’ perché in qualsiasi caso facciamo parte della stessa famiglia. Abbiamo una sorella, ci sono i nostri genitori, e siamo “costretti” a ritrovarci nonostante tutto, in un contesto che in teoria dovrebbe essere estraneo alla nostra professione ma che in concreto non riusciamo a separare. A volte può essere faticoso.
O: Se da un lato siamo riusciti ad instaurare un livello d’intimità e d’intesa difficile da raggiungere con una persona che non faccia parte della tua famiglia, d’altro canto, quando si litiga, si rischia di mettere da parte ogni filtro, finendo un po’ oltre, superando il limite…
K: E’ comunque un grande vantaggio non dover rendere conto a nessuno nel nostro lavoro, se non a noi stessi…
Prima di iniziare a fare musica insieme che tipo di rapporto avevate?
K: Avendo una differenza d’età di sei anni i nostri rapporti non erano mai stati particolarmente stretti, intimi. Abbiamo imparato a conoscerci veramente, a parlare di noi stessi, a confrontarci e confidarci soltanto dopo aver messo insieme la band.
O: Con il passare degli anni siamo entrati sempre più in profondità nelle nostre rispettive teste, negli equilibri legati al nostro rapporto… In un certo senso possiamo dire che si stia evolvendo in concomitanza con l’evoluzione della nostra musica.

Perché il nome The Knife, cosa sta a significare?
K: E’ solo un nome. Quando l’abbiamo scelto non gli abbiamo dato un peso così significativo (ride)... Facciamo musica che ha l’intento di pugnalarti. Pugnalarti al cuore, ed entrarti dentro… Una ferita non può lasciarti indifferente…
Che musica ascoltavate da piccoli?
K: I nostri genitori ascoltavano un sacco di world music e di musica popolare proveniente da tutte le parti del mondo.
O: Siamo cresciuti circondati da tutta questa musica così inusuale…Africana, gitana, sudamericana, russa…
La sensazione che ho avuto ascoltando alcuni brani della vostra produzione, alcune loro parti strumentali, alcune andature ritmiche, alcune aperture melodiche, è che contenessero degli elementi legati alla musica popolare, sia russa che balcanica. Sono elementi inconsci che derivano dai vostri ascolti infantili o è un qualcosa di più consapevole?
K: Ho sempre subito il fascino della musica balcanica e gitana. Oltre agli ascolti infantili di world music ho iniziato ad apprezzare questo tipo di musica, in maniera più consapevole, dopo aver visto “Il Tempo dei Gitani” di Kusturica, ormai quasi quindici anni fa… E’ una musica così ricca di mistero, di fascino, di malinconia…
Sì, alcuni elementi sono entrati a far parte del nostro corredo sonoro, prettamente di matrice elettronica, aumentando il grado di “calore” e umanità…
O: Hanno avuto una grande influenza anche la musica jazz est europea e la musica classica contemporanea…
Cosa state ascoltando ultimamente?
O: Techno minimale, sudamericana in particolare. Produttori come Villalobos, Luciano, John Tejada… Poi gente come Plastikman, Hieroglyphic Being, The Sun God…
K: Musica popolare africana. Su tutti Amadou & Mariam.

Avete studiato musica? Che strumenti suonate?
K: Io ho suonato la chitarra elettrica per anni ma non ho mai studiato musica.
O: Io ho studiato musica jazz per un po’. Suonavo il sassofono.
Karin hai dei punti di riferimento come cantante?
K: Kate Bush, su tutte… Ultimamente mi piace questa cantante africana che ti dicevo, Mariam.
Che strumenti utilizzate per comporre i pezzi dei The Knife?
O: Utilizziamo esclusivamente synth e software virtuali. Abbiamo una tastiera midi. Nient’altro. Tutto viene fatto al computer. Non usiamo strumentazione analogica.
Come descrivereste la vostra musica ad una persona che non l’ha mai ascoltata?
O: Esiste una parola in Svedese, intraducibile in Inglese, che significa a grandi linee “distese di campi innevati”. La descriverei così…

In sette anni d’esistenza avete suonato dal vivo in una sola occasione, l’anno scorso a Londra. Perché questa scelta? Farete dei live per promuovere l’uscita del disco?
K: Non ci interessa riprodurre la nostra musica dal vivo attraverso l’uso del computer, senza che nulla in realtà accada. Il live deve essere una dimensione significante, deve accadere qualcosa. Nell’unica occasione in cui ci siamo esibiti dal vivo abbiamo collaborato con Andreas Nillson, l’autore del video di “Heartbeats” e del nuovo “Silent Shout”. Insieme avevamo preparato uno spettacolo costruito sull’interazione tra musica e immagini… In realtà il tutto non è durato più di quindici minuti… Il live deve aggiungere quel quid che solo attraverso l’ascolto del disco non puoi ottenere…
O: Stiamo lavorando ancora con Andreas,… Non sappiamo se faremo dei live… Non abbiamo ancora avuto il tempo di riflettere nè preparare nulla.
Se dovesse accadere di sicuro saranno incentrati sull’aspetto visuale e sarà un qualcosa più vicino ad un’esibizione, ad un happening, che non a un concerto tradizionale…
L’immagine come elemento descrittivo è una componente fondamentale nel mondo dei The Knife, lo si evince anche dall’attenzione che dedicate ai vostri video. Quanto è importante il cinema all’interno del vostro immaginario?
K: Il cinema è una fonte d’ispirazione importantissima per noi. Nelle liriche delle canzoni non faccio altro che creare dei piccoli film, delle piccole storie dal taglio molto cinematografico, creando dei microcosmi privati. Nell’ultimo album in particolare, in cui la componente politica e femminista si è attenuata rispetto a “Deep Cuts”, dando spazio ad atmosfere più surreali ed introspettive.
O: I video per noi diventano a tutti gli effetti parte integrante del mondo dei The Knife. Non li concepiamo come spot pubblicitari ma come vera e propria arte, appendici delle nostre canzoni. L’ispirazione per l’ultimo video è partita da uno dei padri del cinema astratto, Oscar Fischinger.
Avete lavorato alla colonna sonora di un film svedese qualche anno fa?
Che tipo d’esperienza è stata? Di cosa parla il film?
K: Abbiamo composto le musiche della colonna sonora senza aver mai visto le immagini, siamo partiti dalla sceneggiatura e ci siamo fatti ispirare dalle parole.
E’ stato un processo compositivo abbastanza inedito e sperimentale.
O: Il film narra la storia di un’adolescente vegetariana e della sua iniziazione nel mondo degli adulti…
Fate anche i dj?
K: E’ una cosa che facevo qualche anno fa, adesso credo ci siano cose più interessanti da fare di notte (con uno sguardo misterioso)…
O: Io suono abbastanza regolarmente tra Londra e Berlino…
Karin, mi racconti qualcosa della tua collaborazione con i Röyksopp su “What Else Is There”. Ti piace la loro musica?
K: Mi hanno contattata chiedendomi di collaborare. Mi hanno inviato la traccia via internet e tutto è stato fatto senza mai incontrarci…
Mi piaceva molto il primo album…
Non li hai mai incontrati neanche in seguito?
K: No. Quando sono venuti a suonare a Stoccolma volevano che salissi sul palco con loro, ma come ti ho detto non mi piace la dimensione live e semplicemente non ero interessata alla cosa… Non sono stata neanche al concerto, eravamo troppo impegnati alla lavorazione del nuovo disco…
Qualche giorno fa ho ricevuto una loro mail nella quale mi chiedevano di esibirmi durante un importante programma inglese… Non gli ho risposto…(ride con aria colpevole)…

Come si è arrivati alla cover (che sta facendo il giro del mondo) di “Heartbeats” di Josè Gonzalèz? Vi piace?
K: Lui ha registrato la traccia e in seguito ci ha chiesto il permesso di pubblicarla.
In verità, anche se non ci avesse chiesto il permesso di farlo, avrebbe potuto inciderla ugualmente dato che l’aveva completamente riarrangiata…
Il pezzo è carino…
O: Mi piace il modo in cui arpeggia la chitarra, ha un modo molto particolare, sembra quasi suonata da un synth…
K: La sua versione è stata usata per uno spot della Sony di recente. L’unico motivo per il quale abbiamo autorizzato il tutto è perché non siamo noi a cantarla… Non avremmo mai accettato altrimenti…
Non credo sia una cosa positiva vendere la propria musica ad una pubblicità ma ci ha dato i soldi per aiutare la nostra label…
Mi dite qualcosa di più sulla vostra label, la Rabid Records. Vi piace il lavoro di discografici? Quanti artisti incidono per voi?
K: La Rabid è nata come struttura per produrre i miei progetti musicali già al tempo degli Honey is Cool. Con la nascita dei The Knife il progetto ha assunto un’altra direzione ed è diventato gradualmente quello che è oggi…
La Rabid è un’etichetta a conduzione familiare. Io e Olof ci occupiamo di ogni singolo aspetto. E’ un modo per avere il controllo su tutto ciò che riguarda la nostra musica e la nostra band… E’ un lavoro a tutti gli effetti… In cui rientrano tutti gli aspetti meno piacevoli di gestione, promozione ecc… Allo stato attuale il rooster della Rabid è costituito dai The Knife, da Jenny Wilson e dai progetti solisti di Olof come dj. Abbiamo deciso di concentrare tutte le nostre forze su progetti estremamente focalizzati e, per questo, così limitati. Non sembra, ma controllare ogni singolo aspetto che riguarda un’etichetta e una band comporta un lavoro enorme…
O: Dopo l’uscita dell’album dei The Knife ci separeremo per un po’ e ci concentreremo sui nostri rispettivi progetti solisti… Anche questi verranno alla luce su Rabid…
Da discografici, qual è lo stato della musica nel 2006? C’è davvero questa enorme crisi o siamo solo in una fase di transizione tra due epoche? Pensate che ci sia un futuro per la musica su supporto fisico?
K: Non sono in grado di darti un giudizio generale… Che il settore musicale sia in crisi è un dato di fatto indiscutibile… Internet è la nuova frontiera… Stiamo andando verso l’annullamento del supporto fisico. Se sia un bene o un male, non saprei…
O: Personalmente io compro i dischi solo attraverso internet, spesso direttamente sul sito delle etichette. Ultimamente ho iniziato a comprare i brani in formato mp3. E’ una comodità innegabile viaggiare solo con il tuo laptop piuttosto che con valige pesantissime…
Quanta Svezia c’è nell’universo dei The Knife? Non foste svedesi suonereste in maniera diversa?
K: La Svezia è il posto dove siamo nati e cresciuti. La sua cultura e i suoi paesaggi, la natura, il buio, il freddo, le lunghissime giornate estive ci hanno inevitabilmente condizionato… Il nostro modo di pensare e di relazionarci con l’arte e con il mondo esterno sarebbe probabilmente differente se fossimo cresciuti in una società diversa da quella svedese… Il tipo di società in cui vivi traccia dei segni profondi sulla sensibilità delle persone…
Qual è lo stato della musica in Svezia? Sembra che tutto stia accadendo qui ultimamente… Apprezzate qualche artista in particolare?
K: In verità non seguiamo molto quello che sta capitando intorno a noi ultimamente. La realizzazione dell’album ha assorbito tutto il resto…
C’è un grandissimo interesse da parte della stampa internazionale, questo lo percepiamo, ma noi viviamo un po’ appartati rispetto a tutto questo fenomeno… Siamo sempre stati un gruppo tendente all’isolamento… Credo che Jenny Wilson sia l’artista svedese più interessante al momento… Non solo perché incide per la nostra etichetta…
O: Io ero un grande fan della Svek negli anni novanta…
Il primo disco che avete acquistato?
O: Gli Shaboom, una band hard rock scandinava degli anni ottanta, tipo Europe.
K: Cindy Lauper, il singolo di “All trough the night”. 1983.
Che cosa vi rende felici?
K: La mia famiglia.
O: I miei amici.
E cosa vi rattrista?
K: Siamo persone normalissime… Fatti privati, anche loro normalissimi.
Qual è la cosa di cui avete più paura?
K: La paura è uno stato mentale… Non saprei… In verità ho paura di pensarci…
O: Mi fa paura quello che sta capitando in Danimarca. Mi fa paura il nazionalismo crescente… Il fatto che queste piccole realtà d’estrema destra stiano moltiplicandosi piano piano. In Danimarca, alle primarie, il partito ultranazionalista ha appena conquistato il 17%. Ho paura che tutto questo possa verificarsi anche in Svezia. Gli svedesi sono gente riservata non abituata ad esprimere apertamente quello che pensano…
Ho paura che questa sorta di morbo, silenziosamente, possa “infettare” anche noi…
Qual è il vostro sogno?
K: Non mi piace pensare in questi termini, pormi dei traguardi, costruirmi aspirazioni fittizie. Ho bisogno di vivere nel presente, passo dopo passo.
Se avessi un sogno dovrei ridisegnarlo in continuazione, aggiungere sfumature, alla fine trasformarlo in qualcos’altro…
O: Così su due piedi non saprei… Posso non rispondere? (un po’ in imbarazzo)…
Cosa volevate fare da piccoli?
K: L’avvocato o vivere in una fattoria…
O: Il cavaliere medievale. Un cavaliere del male.
Cosa vi viene in mente se pensate all’Italia?
K: Berlusconi… E al fatto che la condizione della donna, soprattutto nel sud dell’Italia, non è ai livelli standard europei in termini di possibilità di lavoro, di carriera, di maternità, di tutela…
Ci siete mai stai?
K: Siamo stati in Italia diverse volte. Soprattutto da piccoli con i nostri genitori. Per un mese abbiamo anche vissuto nella zona del lago di Como.
Nostro padre è architetto. Voleva aprire una scuola d’arte in Italia. Non sappiamo bene il perché ma alla fine non l’ha mai fatto.
Uno dei suoi migliori amici è ancora lì però. Lui, forse, alla fine l’ha aperta per davvero (ridono)… Ho anche studiato italiano per un po’…
Conoscete qualche artista italiano?
O: Seguo la Pigna Records sin dall’inizio e mi piacciono molto Francisco e Marco Passarani.
Vi piace viaggiare?
K: Adoro viaggiare. Anche se ultimamente è diventato più complicato. Ho una bambina di due anni, sono sposata, ho un’etichetta discografica da portare avanti e una band… Mi rimane pochissimo tempo…
O: Una volta terminato tutto il discorso promozionale legato al nuovo disco mi piacerebbe prendere una pausa e trasferirmi a Berlino per qualche mese, concentrarmi su me stesso…
Viaggiare per via dei The Knife è più che altro un fatto di lavoro, non abbiamo mai veramente tempo di apprezzare i posti dove andiamo…
Quali sono i vostri interessi al di fuori dell’ambito musicale?
K: La mia famiglia, la politica, tutto ciò che è arte e conoscenza…
O: Ho appena comprato una macchina fotografica digitale, sono come un bambino con il suo nuovo giocattolo…
Dieci anni fa cosa stavate facendo?
K: Musica.
O: Avevo quattordici anni. Studiavo musica jazz…
Tra dieci anni cosa farete?
K&O: Musica… Di qualche tipo…
Siete religiosi?
O: Siamo cresciuti in una famiglia cristiana, svedese. Da piccoli abbiamo avuto un’istruzione di stampo tradizionale, protestante, ricevuto i sacramenti canonici, festeggiato le festività classiche… Oggi come oggi non possiamo dire di essere religiosi in senso tradizionale…
Di sicuro non siamo ferventi praticanti… In qualsiasi caso, qualcosa di quel retaggio culturale è rimasto dentro di noi …
K: C’è un qualcosa nella religione che esercita un fascino misterioso su di me… Indipendentemente dalle dottrine… Appartiene più alla sfera privata, legata al tentativo di comprensione di ciò che fa scaturire la necessità di credere… Lo scarto derivante dall’insicurezza esistenziale e dall’insoddisfazione… A volte mi chiedo se la religione non sia solo un fatto di compensazione, di riparazione in un certo senso, di paure sublimate… Che legame ha la morte con tutto questo?
Sicuramente ho più domande che risposte, come sempre...(ride).
Non vi piace fare interviste, vero?
O: Non ci piace entrare troppo nel privato, parlare d’aspetti personali che con la musica poco hanno a che fare.
K: Sappiamo che sono fondamentali per farci conoscere in giro e danno l’opportunità a chi ci segue di entrare ancora più in profondità nel mondo dei The Knife.
O: Non è cosi facile incontrare persone che non hai mai visto prima e iniziare a parlare, di punto in bianco, di un qualcosa che rappresenta la tua vita… In cui hai messo tutto te stesso…
E’ come forzare un grado di confidenza che raggiungeresti, in circostanze normali, dopo mesi, anni forse. Ed il tutto è concentrato in qualche ora, spesso molto meno, di conversazione… Alla fine questa persona non la vedrai mai più…
K: Fare le interviste in Inglese è un po’ diverso… Esprimerti in un’altra lingua ti dà quel distacco, quella sorta di protezione aggiuntiva dovuta al fatto che ti stai esprimendo in una lingua che non è la tua. In Svedese è molto più faticoso. Sai esattamente come esprimerti. Si raggiunge un livello d’intimità che a volte per noi può essere doloroso.
O: E’ come andare in terapia una volta sola. Iniziare un rapporto di confidenza con qualcuno consapevoli che non ci sarà una seconda occasione per rivedersi…
Io, comunque, spero di rincontrarvi presto. E di continuare la terapia insieme…
Di Marco Lombardo e Depolique
Foto di Lena Modigh www.lenamodigh.co.uk
8 Settembre 2006 alle 02:20
Sono proprio degli strafighi… Sia musicalmente che come persone…
28 Settembre 2006 alle 18:56
[...] Leggi la nostra intervista ai The Knife qui. [...]
18 Dicembre 2006 alle 14:57
[...] Cliccate qui per scaricare la speciale canzone di Natale del geniale duo elettropop svedese The Knife. Se siete nel panico dei regali dell’ultimo minuto, vi consigliamo il loro album uscito a marzo di quest’anno, “Silent Shout”. Eccovi 2 link con una recensione di Ondarock e un’intervista di Pigmag. [...]
10 Febbraio 2007 alle 18:52
c’è solo una parola per descriverli: insuperabiliiiiiii!!!
10 Marzo 2008 alle 23:05
I’d prefer reading in my native language, because my knowledge of your languange is no so well. But it was interesting! Look for some my links: