Tinker Hatfield

di PIG Mag  25 Agosto 2006  Design, Interviste, Moda

Tinker7.jpgIn attesa del nuovo sito vi anticipiamo un intervista che sarà sul numero di Settembre di Pig Mag in edicola.

Un nome non molto noto, neanche tra gli appassionati sportivi e di sneakers. Un signore di mezza età, con aria tipicamente americana. Pantaloncini corti, calzino bianco e abbronzatura stile anglosassone, molto gentile, disponibile ed educato, che lavora in Nike. Da trent’anni. Praticamente da quando l’azienda era solamente un piccolo studio formato da giovani sognatori che passavano le sere a “costruire” scarpe e i week-end a correre per le strade del loro piccolo paesino: Beaverton, Oregon. Un signore simpatico, che nella sua carriera ha disegnato qualche scarpetta qua e là, come le prime Air Max e alcuni modelli di Air Jordan più di successo (tra cui le numero 5, preferite da Pig)… Un signore che ora è vice presidente dell’azienda, e che abbiamo incontrato a Londra prima dell’estate, insieme ad altri ragazzi provenienti da varie testate giornalistiche da tutta Europa. Quando si incontra un personaggio come lui, non si può fare a meno di approfittare del momento per chiedergli di tutto, curiosare tra gli aneddoti e scoprire qualche segreto. Nike è la prima azienda sportiva al mondo e le nostre curiosità in merito sono moltissime. Dopo il salto, l’intervista e le foto…

Qual è la tua formazione?
La mia grande passione è sempre stata quella di disegnare. Per una serie di eventi mi sono iscritto e laureato alla facoltà di architettura, anche se mi sono sempre divertito a disegnare le cose più svariate. Ero anche un atleta agonista sia al liceo che all’università…

Quindi da lì ti sei messo a disegnare scarpe?
Beh, prima di entrare a far parte di Nike come designer ho collaborato con i due fondatori, Philip Knight e Bill Bowerman, come tester per i nuovi modelli, ed infatti ero lo “shoe tester” per Nike negli anni 70. Sono piaciuto molto a loro due perché quando testavo le scarpe, non solo ero in grado di fare commenti tecnici, ma da subito potevo disegnare il modello sulla base dei miei commenti; è così che cominciai a disegnare scarpe. La mia fortuna è stata anche il fatto che in quegli anni il mondo delle sneakers era veramente agli albori del boom che ha avuto poi in seguito, e ho avuto la possibilità di partecipare a questa storica evoluzione come parte attiva.

Qual è il tuo approccio con il design?
Intanto vorrei dire che ci sono diversi tipi di approcci per diversi tipi di designer. Io mi sento un designer che risolve i problemi di funzionalità, quindi parto da un aspetto tecnico e poi passo allo stile, al colore, alle varie texture ecc. Agli inizi, quando avevo più tempo per farlo, intervistavo veramente tutti, da atleti famosi come Michael Jordan ai ragazzini per strada, per capire quale potesse essere il punto di incontro tra i due mondi e offrire un prodotto tecnicamente perfetto e visivamente accattivante; oggi questi tipi di sondaggi sono chiaramente molto più sofisticati e fatti su scale ancora più grandi, ma il concetto e la filosofia rimangono gli stessi; sono sondaggi che di solito prendo molto in considerazione.

Ma con tutte queste ricerche di mercato e con tutti i modelli che Nike ha fatto e farà, immagini che ci sarà un giorno “x” in cui ci sarà “La Scarpa”, quella perfetta e che andrà sempre bene?
Le persone sono sempre diverse tra loro, quindi credo che sia meglio dire che c’è e ci sarà “La Scarpa” per te e “La Scarpa” per lui. Nike lavora su due grandi aspetti: la tecnicità e il design. Nel primo caso si lavora sull’aria, sui diversi tipi di cuscinetti e sull’innovazione: una scarpa ben rappresentativa è la Air Max 360. Ma non tutti hanno bisogno di una scarpa con una suola spessa e che attutisca dei forti impatti, alcuni atleti hanno invece bisogno di una scarpa che non si senta neanche, quindi si lavora molto sui materiali, i colori e le texture.

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Air Max 360
Pensi che ci sarà un momento in cui si potrà dire di aver già fatto tutto?
In passato abbiamo fatto una campagna dove in un percorso non c’era la linea del traguardo. Beh credo che sia più o meno lo stesso. Fino ad ora le tecnologie ci hanno sempre offerto nuovi stimoli e spunti di lavoro, quindi è difficile dire se arriveremo ad un punto in cui niente si potrà più inventare. Come ho già detto, finora non è ancora successo. Se guardi invece all’aspetto fashion di Nike, direi che ho visto cambiamenti ancora più veloci e diversi e questa è la ragione per la quale spendiamo un sacco di soldi e di tempo per il design, con un gruppo di designer che supera le 500 persone.

Ho sempre sentito storie sul fatto che alcuni modelli, che ebbero poi molto successo, fecero invece molta fatica ad essere approvati ed essere effettivamente messi sul mercato. Come mai?
Più conflitto c’era all’interno di Nike, più successo faceva la scarpa. Sono convinto che questo dipenda dal fatto che più un prodotto è innovativo e diverso da quelli che si è abituati a vedere o fare, più difficoltà avrà di essere compreso. Ricordo che le Rift hanno rischiato di non uscire perché c’erano tante persone che si opponevano al design, sostenendo che erano troppo strane e che nessuno le avrebbe comprate; anche il primissimo modello delle Air Max originali ha fatto molta fatica ad uscire perché il dipartimento marketing sosteneva che fare un buco nella suola per mostrare il cuscinetto d’aria avrebbe dato l’impressione di una scarpa instabile su cui si sarebbe camminato o corso male; chiaramente si sbagliavano (ride). Ci sono quindi un sacco di conflitti ogni volta che si cerca di innovare o semplicemente nei confronti dei nuovi prodotti; essendo parte del reparto più sperimentale, per quasi tutte le scarpe che faccio io c’è sempre qualcuno che ha qualcosa di negativo da dire. La buona notizia per me è che ora sono il Vice Presidente (ride).

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Air Max 1 - 1987

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Rift - 1996

Ci puoi spiegare bene che cos’è l’”Innovation Kitchen”?
Con gli anni Nike cresceva sempre di più e bisognava trovare il modo migliore per aiutare questa crescita. Si è deciso quindi, ad un certo punto, di dividere in tanti piccoli mondi i vari segmenti di Nike sui vari sport come il tennis, il football, il calcio e anche gli accessori e l’abbigliamento. Ognuno di questi business aveva i propri direttori, da quello creativo a quello marketing, e avevano piena responsabilità anche dei profitti e delle perdite. Tutto questo ha permesso di gestire ogni singolo settore in modo più preciso e attento ma ha anche creato un effetto collaterale prevedibile nell’innovazione del prodotto. Queste responsabilità hanno creato una situazione in cui il manager tendeva a tagliare e risparmiare su dipartimenti troppo rischiosi investendo tempo e risorse su prodotti che già funzionavano bene. Per questa ragione Nike decise di aprire un nuovo dipartimento, quello dei “Progetti Speciali”, non investendolo delle responsabilità di business, ma dando alle persone che ci lavoravano dentro il solo compito di studiare, disegnare e innovare. Sono stato messo a capo di questo dipartimento che aveva, e ha tuttora, un sistema e una struttura diversa da tutti gli altri (nessuna gerarchia ma una tavola rotonda) dove tutti lavorano insieme, ognuno con i propri disegni e le proprie idee. Siccome gli uffici erano a fianco alla cucina del campus Nike, piano piano il nome si è trasformato in “Innovation Kitchen”.

Quali scarpe sono uscite da lì?
Le Nike Free, le Moire che sono le nuove scarpe fatte in collaborazione con la Apple e che si collegano direttamente all’iPod, molti dei modelli per gli atleti olimpici, gli ultimi modelli delle Converse e tanti altri.

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Free - 2005

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Nike+ (Apple) Moire - 2006

E le 360?
Bella domanda. Questo è un modello molto rappresentativo per quanto riguarda l’interazione dei vari dipartimenti e gruppi. Tutta la parte dell’innovazione della scarpa è stata studiata nella Kitchen e il design nel dipartimento Living.

Cosa ne pensi della modularità delle 360?
Una domanda che mi è stata fatta poco fa riguardava la scarpa finale, quella che andava bene per tutti… fare scarpe sta diventando sempre più costoso visti i nuovi materiali e le nuove tecnologie e questo spinge aziende come Nike a creare modelli personalizzabili sulla base di caratteristiche comuni, avvicinandosi ad un processo che oggi avviene nel mondo delle automobili. Una persona ha la possibilità di costruirsi la macchina che è meglio per lui attraverso la cilindrata, il colore e gli svariati optional, un modo per dare un prodotto che veramente si adatta il più possibile alla persona; è un aspetto su cui stiamo mettendo molte risorse ed energie.

Verso la metà degli anni ottanta siete usciti con l’idea delle “Cross Training” che prima non esistevano. Qual è stato lo spunto?
Nel 1982 frequentavo una palestra dove si facevano gli sport più svariati, dalla corsa al tennis, e mi capitava di vedere ragazzi di diverse classi che passavano dal basket, ai pesi, alla corsa utilizzando prevalentemente scarpe da basket; altri invece se ne portavano 2 o 3 paia in base allo sport che avrebbero fatto quel giorno. Da lì mi è sembrato molto naturale pensare ad un modello di scarpe che si potesse usare con la stessa efficienza e comodità in diversi sport, così mi misi a disegnare e nel 1984 nacquero le “Cross Training”. Ricordo che ho girato letteralmente il mondo per vedere i più svariati modelli di scarpe, fino a quando ho fatto il disegno finale di un prototipo. Ho ricevuto la scarpa quando ero a Parigi, le ho subito messe e sono andato a correre super entusiasta all’idea di avere indosso un modello rivoluzionario disegnato da me; non era né una scarpa da corsa né una scarpa da basket e sia mentre correvo, che quando mi fermavo o cambiavo bruscamente strada, era comunque adatta e comoda. L’unico inconveniente era che nevicava e la gente vedeva questo strano personaggio correre e fermarsi, scattare e girarsi come se combattesse con un insetto gigante invisibile (ride)…

Immagino che anche in quel caso ci furono persone che non credevano nel progetto…
Infatti in quel caso specifico io e il mio collega (ora CEO di Nike) abbiamo rischiato il licenziamento perché si diceva che una scarpa del genere avrebbe rovinato il mercato di Nike, molto forte sia in quello del basket che in quello della corsa. La svolta l’ha data John McEnroe (per chi non lo conoscesse è una persona piuttosto irascibile e irritabile) che era molto insoddisfatto delle sue scarpe da tennis Nike e si lamentava sempre; decidemmo allora di fare una riunione insieme a lui per capire quali miglioramenti si potevano fare. Finita la riunione gli dicemmo di provare questo modello nuovo mentre apportavamo modifiche alla sua scarpa, e così se ne andò. In seguito lo vedemmo ad un’importante partita in televisione proprio con quelle “Cross Training” e a quel punto tutti quelli che erano contrari non poterono più dire nulla. Devo dire che è pazzesco perché spesso, quando si realizza un modello nuovo, c’è bisogno della convalida di atleti famosi, come in questo caso. Ricordo anche che ogni modello nuovo di Air Jordan non piaceva mai a nessuno ma appena le metteva Michael Jordan, beh, diventavano le numero uno.

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Cross Trainer One - 1984

Ho letto che Nike è stata multata quando Jordan le ha indossate per la prima volta…
In realtà non è stata la Nike a beccarsi la multa ma Jordan…

Ma fu perché non erano bianche, no?
All’epoca le regole imponevano che tutti i componenti della squadra avessero le scarpe dello stesso colore. In quella occasione non solo tutti le avevano bianche e Jordan scure, ma erano anche di due colori: nero e rosso. Erano veramente troppo diverse dagli altri e gli hanno dato una multa di 10.000 dollari. Lui continuò comunque a metterle per un periodo e loro continuarono a multarlo.

Ho letto anche che è stato così ostinato nel volerle continuare ad indossare che alla fine la NBA cambiò le regole e permise ai giocatori di indossare scarpe diverse…
In effetti le regole sono cambiate, ma non saprei veramente dirti quando e soprattutto se fu per quel motivo.

Ci puoi raccontare di quando avete presentato le Jordan 3? Si vociferava che Jordan stesse per lasciare Nike…
Era così infatti. Intanto devo dire che non sono stato coinvolto nella realizzazione delle prime due ma sono entrato in gioco proprio per la 3, e ricordo che in quel periodo conobbi Michael col quale ebbi modo di parlare molto per capire bene quali potessero essere i cambiamenti da apportare in termini di indossabilità e di design. Una delle modifiche più importanti fu quella di disegnare la prima scarpa da basket con quello che si chiama “Mid Cut”, un taglio intermedio. Quindi lavorammo molto assieme, anche se in realtà lui non aveva mai visto il prototipo dal vero, e in quel periodo sapevamo che c’era un’azienda concorrente che stava trattando con Micheal per portarlo via da Nike; diciamo quindi che non sembrava più molto coinvolto nel progetto perché si stava indirizzando verso questa nuova proposta. Fissammo una riunione per presentare finalmente a Michael il prototipo e ricordo che erano presenti Philip Knight (fondatore dell’azienda -ndr) e altri capi di Nike. Micheal accettò di venire anche se sembrava ormai evidente che avrebbe lasciato Nike, ma sapevamo che quella era anche un’occasione per parlare del suo contratto con noi. Ci fece aspettare ben 4 ore prima di arrivare perché era in un campo da golf a parlare con i dirigenti dell’altra azienda. Alla fine arrivò e non sembrava proprio di ottimo umore, esattamente come Philip Knight che stava rischiando di perdere forse il miglior giocatore di basket di tutti i tempi, e in questo clima iniziai la mia presentazione del nuovo modello con uno stato d’animo che vi lascio immaginare. Parlai di tutte le cose di cui avevamo discusso, dei nuovi materiali più pregiati che intendevamo usare, dei colori, del taglio e poi cominciai a mostrare disegni e, all’ultimo, tirai fuori la scarpa. Nel giro di un minuto Michael cominciò a sorridere e a cambiare umore, cosa che successe anche a Philip, e nel giro di 20 minuti siamo passati da una situazione in cui Nike stava per perdere il più grande campione di tutti i tempi all’entusiasmo dello stesso di far parte di un team come quello di Nike. Il resto è storia.

E il logo “Jump Man” delle Jordan come entrò in scena?
Un ex dipendente di Nike, Peter Moore, disegnò quel logo che vidi soltanto quando lui non era più in Nike. Appena lo guardai mi resi conto che Micheal era un campione talmente importante che, in effetti, avrebbe potuto anche avere un brand suo, messo a rappresentare l’eccellenza e l’efficienza. Quindi, con i malumori di mezza Nike, misi il logo sulla Jordan 3 e tolsi lo Swoosh dal lato mettendolo piccolo sul retro della scarpa. Oggi Jordan non gioca più ma il suo brand è rimasto.

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Air Jordan III - 1987-88

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Air Jordan IV - 1988-89

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Air Jordan V - 1989-90 (Le Sneaker in assoluto preferite da Pig)


Come è nata invece l’idea di fare un buco nella suola e rendere visibile l’aria all’interno?
E’ nata per 2 motivi: il primo è che il dipartimento che si occupa di sviluppare i componenti si è presentato con un “air bag” più grande del normale, così grande da non poter stare chiuso all’interno della suola; per rimediare le abbiamo fatto un buco e ci siamo resi conto che in questo modo era perfetto perché l’air bag si sistemava all’interno, allargandosi leggermente dentro il buco. Il secondo motivo è che dal punto di vista del design ci sembrava un’ottima idea quella di rendere visibile il cuore di quella scarpa, in modo che quando si parlava di “aria nella scarpa” fosse subito chiaro a che cosa ci si riferisse.

Prima dicevi che andavi in giro a parlare alle persone, bambini, atleti ecc. per prendere ispirazione. Lo fai ancora?
In realtà devo dire che non credo mai molto a quello che leggo… anzi forse non dovrei dirlo ora (ride)… diciamo che credo a quello che leggo, ma in un modo o nell’altro so che è comunque stato filtrato da una o più persone, quindi in questo senso mi faccio ispirare tenendo sempre in considerazione queste cose. Se vuoi ottenere informazioni di prima mano, reali e sincere, devi andare in giro per le strade a parlare con le persone, quindi continuo a farlo, non tanto come un tempo, ma cerco di farlo il più possibile. Anche osservare, però, è un metodo molto efficace e cerchiamo di stimolare tutti i designer di Nike a non perdere di vista il mondo che li circonda in ogni occasione, perché è sempre pronto ad offrire qualche stimolo in un senso o nell’altro.

Quanto è importante il colore nel design?
Ti dirò, il colore non solo è una della parti più importanti, ma è anche l’aspetto più complicato, perchè se veramente guardi le persone per le strade ti rendi conto che tutti hanno un colore preferito o una combinazione preferita, tutti sono esperti di loro stessi nel colore e anche in questo senso mettiamo molte energie per capire quali possano essere gli abbinamenti migliori per le diverse situazioni.

Quali sono le tue sneaker preferite?
In questo momento mi piacciono molto le nuove 360.

Quanta pressione senti addosso quando ti metti a disegnare una scarpa, visti i livelli in cui si lavora oggi?
Devo dire che sono sempre stato un po’ preoccupato di quale sarebbe stato il mio risultato ogni volta che iniziavo a disegnare e vedevo il foglio bianco. Credo però che questa leggera ansia sia anche un modo per riuscire a spingerti sempre un pochino più in là e che aiuti a dare sempre il massimo. Non mi dispiace che i designer di Nike abbiano questo stimolo in più.

Hai qualche rituale prima di iniziare a disegnare?
Intanto un bel bicchiere di tequila, poi inizio a ballare nudo sul tavolo… (ride)… no, nessun rituale.

Non sei stufo del tuo lavoro?
Se avessi pensato di fare questo lavoro per così tanto tempo in effetti avrei pensato che mi sarei stufato, ma non è andata così, sono ancora pieno di stimoli, sicuramente perché non disegno solo scarpe da corsa, ma faccio tante altre cose.

Cosa vorresti che rimanesse di te e del tuo lavoro il giorno che lascerai?
Vorrei poter pensare di aver contribuito a migliorare la mobilità degli atleti e delle persone comuni di oggi e, perché no, anche del futuro.
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Air Tech Challenge (Agassi) - 1990

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Huarache - 1991

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Air Max - 1990

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Air 180 - 1991

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Air Max - 1993

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Air Jordan V - 1989/91
(Le Sneaker in assoluto preferite da Pig, in versione Black/Red)


3 Commenti per “Tinker Hatfield”

  1. Pingback: Pig Mag » Blog Archive » In uscita Sabato le Nike più attese dell’anno Dice:

    [...] P.S. io porto size 10US. Grazie Tutti gli articoli di Pig Mag | Tags: Moda Iscriviti a questo articolo via RSS » Lascia uncommento: [...]

  2. antonio Dice:

    dove s trovano le air max 90 di quei colori???

  3. oldschoolomane Dice:

    ste scarpe spaccano di brutto!!!!!!!!old school forever è uno stile indelebile nel tempo……..universal super style!!!!!!!


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