M.A.N.D.Y.

Intervista tratta dal numero 42 di pig magazine del mese di maggio
Abbiamo incontrato Patrick Bodmer, metà del duo M.A.N.D.Y., in occasione del suo DJ set per il festival Elita che si è svolto a Milano durante il Salone del Mobile. Dopo molti giorni in giro per il mondo è sbarcato a Milano stanco e con i sintomi di un’influenza. Dovevamo intervistarlo presso il Plastic ma non ci sembrava molto disponibile, così abbiamo deciso di accompagnarlo in albergo e realizzare lì l’intevista, con più calma. Dopo un paio di giri di Jagermeister al bancone del bar, tra foto e chiacchiere siamo riusciti a resuscitarlo.
Come mai il nome M.A.N.D.Y.?
La storia è un po’ lunga a dire il vero, tutti me lo chiedono. E’ una questione piuttosto privata e personale. Tutto gira intorno ad una donna, ma è un po’ noioso spiegare tutto… solo se avessi molto tempo a disposizione potrebbe essere interessante.
Come hai conosciuto Philipp e come è iniziato il vostro viaggio nel mondo della musica?
Ho incontrato Philipp più di venti anni fa giocando a tennis. La seconda volta che ci siamo visti è stato in piscina, siamo saliti su un trampolino alto circa dieci metri che era giorno. Avevamo sui quindici anni, volevamo saltare giù, ma siamo rimasti lì, immobili per almeno otto ore, fino al tramonto. Al momento della chiusura sono arrivati i guardiani intimandoci di prendere una decisione: saltare giù o scendere. A quel punto ci siamo presi per mano e siamo saltati giù. E’ da qui che è cominciata la nostra grande amicizia.
Come e quando sei stato sedotto dalla musica elettronica?
Quando avevo quindici, sedici anni, circa a metà degli anni ottanta, nel periodo quindi in cui ho incontrato Philipp, scappavamo di casa dalla finestra senza che i genitori lo sapessero e ci incontravamo con altri amici. Bevevamo veramente tanto e poi cercavamo di entrare nei vari club.
Erano i primi approcci con il mondo della musica, con Prince, i Depeche Mode, New Order… e Phil Collins!
Come Phil Collins?!? Per me è lo stesso, ma non lo dico a nessuno (risate)!
Sì, io adoro Phil Collins, rappresenta un mix di vari stili.
E…I Kraftwerk?
No, sfortunatamente non c’era la possibilità di sentirli dove andavo, e neanche in casa, li ho conosciuti molto tempo dopo. La cosa bella è che la vita sociale della piccola città dove vivevo è stata influenzata da tutti i generi musicali, anche il punk. Persino il locale più frequentato aveva nella sua programmazione almeno un’ora di punk e di pogo sfrenato. Andare a ballare era molto impegnativo dal punto di vista fisico, si sudava molto e vibrava una buona energia in pista.
Per questo il nome “Get Physical”?
Sì, effetivamente l’approccio al dancefloor può essere molto fisico.
Il contrario del genere che produci o selezioni adesso, è più sexy ed io personalmente ad oggi lo preferisco ai generi che dominano anche ad Ibiza, dove il sound è più duro ed accelerato.
Sì, “Body Language” ad esempio rispecchia perfettamente la nostra idea di “dancefloor”. Si può dire che per noi la musica, quella che ci piace e che suoniamo, va di pari passo con il nostro modo di essere e di sentire. Per noi non si tratto “solo” di proporre musica ma di creare innanzitutto l’atmosfera tra le persone che si ritrovano nei club e che comunicano tra loro sia attraverso il linguaggio parlato che fondamentalmente con il linguaggio del corpo. La musica per noi è l’ingrediente essenziale che crea l’atmosfera di socialità e seduzione, deve poter dare spazio alla conversazione, al ballo e quindi anche dare la possibilità di trascorrere un buon momento. E’ basilare dare emozioni, non annoiare la gente cercando di capire le situazioni che ogni volta ti trovi davanti.
Com’è nata l’idea di creare un’etichetta che ad oggi è un vero e proprio punto di riferimento mondiale?
L’idea è nata quindici anni fa, abbiamo cominciato a produrre musica e a venderla a varie etichette. All’inizio non eravamo molto esperti, per cui nascevano sempre discussioni sulle tracce, le date di uscita e quant’altro… Dieci anni dopo ci siamo resi conto di quanto la nostra arte subisse l’influenza esterna per cui abbiamo sentito la necessità di diventare indipendenti. Si sta parlando di qualcosa di artistico, di molto personale, non influenzabile dalle regole del mercato. Abbiamo sentito l’esigenza di non creare pezzi obbligatoriamente orientati al dancefloor, ma musica che piacesse prima di tutto a noi.
Parlami del tuo incontro con DJ T
Ci siamo conosciuti in Thailandia, a Pipi Island, durante una vacanza. Eravamo in spiaggia a fare surf con anche Patrick del Monza Club. Gli abbiamo fatto sentire un po’ della nostra musica e ci invitarono a suonare in questo locale di Francoforte. Ci andammo subito e fu un successo immediato, tanto da proporci di diventare resident. Da quel momento abbiamo cominciato a conoscerci meglio e ben presto capimmo che era possibile realizzare un nostro comune sogno: creare una nostra etichetta indipendente.
Quindi i fondatori siete tu, Philipp, DJ T e… Booka Shade?
In realtà Walter di Booka Shade lo conosco da quando ho vent’anni, lo incontrai alla facoltà di Economia. Era seduto di fianco a me alla prima lezione e parlammo della nostra comune passione per la musica e di quanto ci stessimo annoiando in quel momento. Tempo dopo ci rincontrammo e mi disse: “questa è l’ultima volta che mi vedi qui, vado nel mio garage a fare musica, se vuoi venire a trovarmi questo è il mio numero”. Presto anch’io realizzai che l’Università non era per me e lo chiamai. Mi presentai da lui con Philipp nel suo studio. Faceva musica in stile Peter Gabriel e quando gli facemmo sentire la musica techno ne rimase affascinato. Gli lasciammo una cassetta mixata da Laurent Garnier del ’92 e tanto altro materiale techno. La volta dopo che lo incontrammo aveva già cominciato a buttare giù delle tracce che presto furono pubblicate da piccole etichette. Così iniziò la nostra avventura.
Cosa cerchi di comunicare nei tuoi DJ set?
E’ un’ottima domanda… Non si tratta solo di far ballare la gente, ma di comunicare realmente qualcosa. Negli ultimi quindici anni la musica elettronica è diventata un prodotto commerciale, ci sono grandi club, festival e posti tipo Ibiza dove basta mettere un buon impianto e qualcuno che mixi che tanto la gente balla comunque. Bisogna assumersi il rischio di sperimentare qualcosa di diverso e di proporre una situazione dove la musica sia da ascoltare e non solo da ballare. A noi piace proporre diversi stili di musica, dall’electro alla techno. E’ molto divertente e lo scopo è quello di riuscire ad ottenere un unico groove. Ogni volta è come avere un interlocutore diverso a cui comunicare; è come raccontare ogni volta una storia diversa a seconda del luogo e della situazione che ti trovi davanti.
Avendo la possibilità di viaggiare molto, hai avuto modo di vedere un cambiamento della club culture mondiale negli ultimi tempi?
Ho notato che negli ultimi due anni qualcosa è cambiato, per esempio ad Ibiza molti DJ orientati alla techno progressive hanno proposto “Body Language” come il loro pezzo dell’anno. Quasi tutti i club del mondo però mantengono un orientamento piuttosto commerciale, alla moda… Ho avuto comunque la possibilità di riscontrare grande interesse verso quello che noi cerchiamo di proporre, la cosa interessante è che in tutti i posti in cui sono stato, dalla Costa Rica a Chicago passando per l’Australia, potevo suonare sempre gli stessi pezzi evitando gli hit ed avendo sempre un risultato strabiliante, come se fossi stato a Francoforte o a Berlino.
Come vivi questo momento di successo, ha influenzato il vostro rapporto con il mondo femminile? Qualcuno mi ha detto che avete iniziato a fare i DJ per questo… E’ la verità?
No, è vero proprio il contrario, non ho mai cominciato a suonare per le ragazze. Prima di diventare un DJ professionista avevamo rapporti con il mondo femminile cinque volte tanto rispetto ad oggi. Quando vado a suonare ho sempre un sacco di ragazze che sono nelle immediate vicinanze della consolle ma io non le vedo neanche. Sono concentrato su quello che sto facendo e se parlo con qualcuno non vedo se è una ragazza interessata a me ma noto solo se si tratta di una persona carina o meno. Mi piace sempre mantenere una certa distanza quando suono.
Foto di Sean













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