Mazarin

di Depolique  31 Ottobre 2006  Interviste, Musica

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Intervista tratta dal numero 43 di pig magazine del mese di giugno.

Quentin Stoltzfus. Personaggio a dir poco atipico Quentin Stoltzfus, songwriter, intellettuale e sognatore americano che ha preso ispirazione da Giulio Raimondo Mazzarino, Cardinale francese di origini italiane del 17esimo secolo, per dare un nome e un senso al suo personale progetto musicale. Mazarin nasce sul finire del decennio scorso; sulla scia di altre esperienze musicali Quentin decide di buttare giù le sue canzoni e vedere cosa succede…
..succede che i brani piacciono, che la gente ha voglia di sentirli dal vivo e così con l’aiuto di amici e colleghi, pronti ad alternarsi al suo fianco, nasce una band. Alla fine dell’anno scorso arriva “We’re Already There”, il terzo album di Mazarin, sicuramente il migliore, punto d’equilibrio perfetto tra l’innata vena pop di Quentin e la sua passione per la psichedelia. Di seguito il resoconto di parte della lunga chiacchierata avvenuta con Quentin prima della sua unica data italiana.

Come nasce questo progetto? Ricordo anni fa un tuo album in un negozio di dischi (“Watch It Happen”), ero convinto si trattasse di una one man band; non è proprio così però… Beh ci sei andato vicino… Tutto è cominciato nella mia camera da letto con un registratore 4 tracce, più o meno nel1998. Non si trattava però della mia prima esperienza musicale, ho suonato in una band decisamente più sperimentale, con cui ho girato molto in tour, gli Azusa Plane. Mentre suonavo la batteria in quel gruppo ho iniziato a lavorare su materiale mio. Piano piano sono nate tutta una serie di canzoni che hanno visto la luce proprio nel 1999, all’interno dell’album che hai citato tu prima.

Allora non mi sbagliavo…
Non ti sbagliavi, il gruppo è nato grazie all’aiuto di vari amici che suonavano in altri gruppi: il disco era piaciuto molto e mi erano arrivate diverse richieste per esibirmi dal vivo, cosa che non era possibile senza una vera e propria band. Da allora ho fatto due album, ma le cose non è che siano cambiate molto, tanti amici si sono alternati al mio fianco: credo di aver cambiato una decina di line-up… Il più fedele è il bassista, Mickey, che suona con me da due anni.

Sei tu però a scrivere le canzoni?
Sì, la maggior parte del lavoro a livello compositivo è mio; chiaramente ogni persona che arriva porta le sue idee e il suo bagaglio esperienza.
Credo sia stato il fatto di aver girato molto in questi anni in tour con vari gruppi e vari musicisti che mi ha reso così aperto…

Mi dici uno di questi gruppi con cui hai suonato che ti ha colpito particolarmente?
Su tutti sicuramente i Walkmen, una band di NYC.

Io li adoro, purtroppo in Italia non sono distribuiti quindi non sono molto conosciuti…
Sono una delle mie band preferite, adoro i loro live. Siamo stati in tour insieme per circa un mese e siamo diventati grandi amici, in particolare con il tastierista, adoro il suo stile. A volte ti succede di andare in tour con band che non ti piacciono particolarmente o con cui non vai un granchè d’accordo; con loro è stato l’opposto: ogni sera assistevamo al loro show e loro facevano lo stesso con noi.

Senti Quentin puoi dirmi qualcosa a proposito di questo nome, Mazarin; da dove l’hai tirato fuori?
L’ho preso dalle vostre parti… da un libro di Umberto Eco, scrittore e professore di Semiotica. Nel 1997 ho scoperto i suoi libri tra cui “Il Pendolo Di Foucalt” e “Il Nome Della Rosa”. E’ uno degli autori che mi appassionano di più. A quel tempo, come ti dicevo prima, ero alle prese con i miei primi lavori solisti ed ero alla ricerca di un nome che suonasse bene e che mi piacesse anche da vedere scritto. Stavo leggendo “L’Isola Del Giorno Prima” e sono rimasto colpito da uno dei personaggi: Jules Mazarin, un cardinale francese di origini italiane. Il libro racconta la storia di un naufrago, che in seguito ad una tempesta comincia a vagare nell’oceano aggrappato ai resti della sua nave fino a raggiungere un’altra barca, abbandonata ma ricca di piante, d’acqua, di generi alimentari e di tanti altri “comfort”.
Comincia a vivere lì ma è ossessionato dalla visone di un’isola non molto lontana che immagina bellissima ma che non può raggiungere perché non sa come arrivarci. Così mano a mano perde il senno, impazzisce, comincia a pensare che ci sia qualcun altro a bordo con lui…

E tutto questo che significato ha per te?
Mi sembra una metafora stupenda, buona per descrivere tutte quelle persone che non sono soddisfatte, che non si rendono conto di quello che hanno e mirano a qualcos’altro.

E tu sei soddisfatto di quello che hai in questo momento o stai cercando altro?
Credo che ognuno di noi si trovi in una posizione da cui intravede qualcosa di migliore per sé, per la sua vita e per il suo futuro. Penso però che la cosa più importante sia dare il giusto valore a quello che abbiamo: una casa, la salute, il cibo… Si tratta di cose che dovremmo essere in grado di apprezzare maggiormente.

Quentin, non c’entra niente con questa domanda, ma questa chiaccherata mi ha fatto venire in mente David Berman e i suoi Silver Jews: anche lui è un appassionato di Semiotica e anche lui inizialmente non aveva concepito la sua creatura (i Silver Jews) come qualcosa da portare in giro live… Tra le altre cose forse c’è anche una vaga somiglianza….
Interessante, davvero!… Adoro David, al nostro chitarrista Brian piace davvero tantissimo. Se è vero che ognuno di noi ha un doppio, magari lui è il mio.
Penso che si tratti di un percorso comune a molti artisti quello di cui parliamo; quando qualcuno si mette a scrivere musica non sempre pensa all’eventualità di doverla proporre dal vivo. Trasportare la tua musica dallo studio al palco è una cosa che bisogna imparare a fare. Se ascolti i dischi di alcuni musicisti, anche tra i più grandi del passato, penso a Bob Dylan o ai Velvet Underground, noterai sicuramente delle differenze tra album in studio e dischi dal vivo. Sono due momenti, due esperienze completamente diverse, sia per chi ascolta sia per chi suona. Per me si tratta di interpretare le canzoni dal vivo, non di renderle così come sono su disco; forse è proprio per questo che mi trovo bene con i vari musicisti che si sono sempre alternati al mio fianco. Non dico mai a loro cosa fare, magari vediamo qualche passaggio chiave insieme ma poi ognuno è libero di muoversi come meglio crede…

Questo modo di intendere la musica ha molto a che fare con il jazz…
Sì, è vero: una grossa parte è affidata all’improvvisazione, infatti le nostre canzoni suonano diverse ogni sera.

Rimanendo in tema di improvvisazione e quindi di sperimentazione, ho letto che il krautrock, così come la psichedelia degli anni ‘60, è una delle tue passioni musicali. Se da un lato è più “visibile” l’influenza di atmosfere sixties nel tuo sound dove possiamo rintracciare questa componente elettronica “primordiale”…
Sicuramente nella ripetitività. Mi capita spesso di “addormentarmi” su uno stesso accordo, mi piace tantissimo il Sol, adoro ripeterlo ad oltranza.
Tutto ciò si nota in maniera più evidente dal vivo rispetto al disco. Penso si tratti davvero di qualcosa di primordiale; la ripetizione di una stessa nota è qualcosa che mi affascina, sin da prima di sapere chi fossero i Kraftwerk, i Faust o i Neu!. Mi ricordo che da piccolo mi sedevo al piano dei miei genitori e mi fossilizzavo su dei tasti, suonavo degli accordi e continuavo a ripeterli… E’ qualcosa che appartiene anche alla natura… Pensa al suono degli uccelli, delle cicale… Dal punto di vista musicale, prima del krautrock si può rintracciare nel blues, così come nella musica degli indiani. Non saprei (mentre il pensiero vola chissà dove, le sue parole si fanno più lente), è qualcosa che… ti manda in trance… ti ipnotizza…
…Oddio non mi ricordo più la domanda!

Non importa Quentin, hai reso benissimo l’idea.

Special Thanks To Francesco Napoleone, Circolo Magnolia e DNA Concerti Foto di Stefania Mapelli



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