
Intervista tratta dal numero 43 di pig magazine del mese di giugno.
Benvenuti all’inferno. Fedeli prosecutori dell’etica nichilista del punk, i Wolf Eyes di Nate Young riuniscono in modo quasi scientifico l’alienazione post-industriale già vomitata da Genesis P-Orridge, le brutalità hardcore noise dell’East Coast rivisitate in chiave power-electronics e l’estremismo concettuale di frange metalliche all’avanguardia. Il tutto in una logica coerentemente DIY, che da metà anni Novanta ha portato il trio del Michigan a registrare e distribuire (attraverso le proprie etichette Bulb, Troubleman, American Tapes e Hanson) ogni loro concerto o vagito creativo…
Anche oggi, dopo l’uscita “mainstream” per la Sub Pop nel 2004 dell’ottimo Burned Mind e la dipartita di Aaron Dilloway (il fondatore con Nate, sostituito nel 2005 da Marc Connelly), il gruppo continua a macinare live show, a produrre caos e a fagocitare gli ascoltatori nel proprio abisso. Assistere a una loro performance sullo stesso palco che ha ospitato poche settimane prima i SunnO))) e i Black Dice sembra la chiusura perfetta del cerchio. Onore e merito al Jail di Legnano, dunque, che lo scorso 21 Aprile ha offerto al suo pubblico l’ennesima possibilità di immergersi nei muri di suono al rumore bianco e, a noi di Pig, anche quella di confrontarci faccia a faccia con la band.
Avete registrato qualcosa dopo Burned Mind? Si dice che finora abbiate fatto oltre 700 registrazioni.
Mike Connelly: E’ vero, sembra un numero enorme ma è così. Adesso usciranno Guillotine Keys e un doppio lp intitolato River Slaughter per etichette minori, mentre il nuovo album pronto in autunno per la Sub Pop si chiama Human Animal.
Vi ricordate proprio tutto quello che avete registrato? Se vi faccio ascoltare un vostro pezzo a caso lo riconoscete?
MC: Certamente.
Ne siete sicuri?
MC: Vuoi metterci alla prova (risata)?
Nate Young: In realtà una volta mi hanno fatto ascoltare un pezzo fantastico e ho pensato: “E’ una bomba, chi diavolo sono questi?”.
La risposta è stata: “Dude, è roba vostra!”. Quindi sì, è dura riconoscere i pezzi tra le 300 uscite di ogni nostra registrazione, specialmente perché sono tutte diverse.
Quali vantaggi avete riscontrato nell’uscire per la Sub Pop invece che per una delle vostre etichette?
John Olson: Non è stato molto diverso. Registriamo sempre alcune canzoni per i nostri concerti, come per Dread e Dead Hills. Abbiamo fatto lo stesso per il tour di Burned Mind, che avevamo già prodotto in vinile prima della Sub Pop e così faremo per Human Animal.
Però vi ha permesso di raggiungere un pubblico più ampio…
JO e MC: Certo, questo sì.
NY: La Sub Pop ci ha aperto molte porte a noi prima sconosciute, anche qualcuna di cui non avevamo bisogno. E’ in ogni modo un bene: ogni gruppo dovrebbe poterle aprire in ogni momento.
Fate musica così estrema e violenta per impressionare?
MC: Non recitiamo, ma suoniamo ciò che abbiamo dentro.
NY: E’ un fatto culturale, che dipende dal nostro background e puoi capire solo se vieni nel nostro Paese e vedi dove siamo cresciuti. Abbiamo trascorso anni in tour da uno Stato all’altro e questo ha coltivato il nostro suono. Non siamo persone violente come il nostro sound, possiamo solo sembrare tali perché non accettiamo certe situazioni e non vogliamo subire passivamente le decisioni degli idioti.
Vi è mai capitato di fomentare, seppur involontariamente, una parte di pubblico a un concerto?
JO: Può succedere in qualsiasi concerto se tra il pubblico ci sono scalmanati o ubriachi. Tutti noi, ti assicuro, siamo persone pacifiche.
NY: Lo scorso marzo al No Fun Fest di Brooklyn, durante il concerto dei Macronympha e quindi poco prima che salissimo sul palco, c’è stata una concitazione tale che molta gente si è ferita alla testa, con tanto di sangue. Ho assistito alla scena e sono rimasto sconvolto: per la prima volta mi sono sentito responsabile del pubblico presente e, quando è stato il nostro turno, ho suonato con il terrore che qualcuno di loro potesse farsi male.
Certo, la nostra musica può determinare un clima di caos, ma non è violenza, è energia. Energia primitiva.
JO: E’ una cristallizzazione della concentrazione.
MC: Se ci fai caso, poi, la maggior parte di quelli che fanno musica estrema sono le persone più carine e gentili.
Che ricordi conservate di gruppi come i Black Dice, con cui avete fatto uno split, o i Sonic Youth, con cui avete condiviso un tour?
JO: Sono persone normalissime, che per noi sono state come una famiglia.
NY: L’immagine più viva di queste collaborazioni, ma anche la cosa più importante che ci è rimasta, è stata il rapportarsi agli altri non solo a livello artistico ma anche umano: abbiamo instaurato con loro un rapporto di amicizia duraturo.
Siete inaspettatamente composti e maturi, non così grezzi come vi hanno dipinto (del tipo “fanculo, vogliamo sesso e alcol”).
MC: Dipende. Dipende anche da chi ti intervista (risata).
JO: A volte ci sentiamo su di giri, altre più rilassati, altre ancora chiedono a me quale droga assumere (risata).
Come pensate di rimorchiare se ai vostri concerti la quasi totalità del pubblico è maschile?
MC: E’ vero che i maschi sono la maggioranza, ma non è neanche vero che ai nostri show non ci sono ragazze.
JO: Dedicarsi alle donne, alla propria ragazza o moglie, è una parte consistente della nostra vita estetica. Ma con loro non adottiamo, né ci piacciono, i classici comportamenti da macho.
E’ cambiato qualcosa dopo la partenza di Aaron Dilloway?
NY e JO: Niente.
JO: Aaron si è dovuto assentare per un lungo periodo in seguito al suo matrimonio in Nepal che è coinciso con un nostro tour, quindi era inevitabile che lo sostituissimo.
NY: Per la verità Aaron non ha mai lasciato ufficialmente il gruppo, anche se non è stato presente fisicamente per un periodo e, anzi, ha contribuito alla produzione del nuovo album dove comparirà il suo nome.
MC: Al momento lui è più interessato all’etichetta e alla distribuzione dei nostri dischi che a suonare in giro.
Si dice che Aaron fosse l’anima rock del gruppo...
NY, JO e MC: Assolutamente no!
Vi cimenterete a sperimentare ancor di più con l’elettronica?
NY: Siamo costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo, ma non è il nostro obiettivo. Suoniamo e basta.
JO: Non ci prefissiamo degli obiettivi, siamo piuttosto istintivi.
Visto che registrate ogni concerto, vi divertite più dal vivo o in fase di produzione?
MC: Più divertente? Suonare dal vivo ovviamente! (risata)
NY: A me piace molto stare in studio: è l’unico momento in cui sedersi, scrivere nuovo materiale e pensare a come realizzarlo.
JO: Ci piace ogni aspetto espressivo e produttivo della musica.
Come concepite il vostro materiale?
NY: Pensiamo a come può risultare esteticamente, a nuovi sentimenti, alle influenze e a come può suonare a volumi alti.
JO: Cerchiamo di mettere giù le idee che ci vengono durante i live, abbozziamo nuove canzoni, ci riuniamo e vediamo se ne esce qualcosa di interessante. Il tutto sempre mentre siamo in tour.
NY: Rivediamo costantemente ciò che abbiamo prodotto in precedenza, mettiamo in discussione la nostra intera discografia per imparare da noi stessi. E’ per questo motivo che registriamo ogni cosa, per non perdere le idee migliori durante le nostre jam session, quando improvvisiamo o suoniamo la domenica pomeriggio.
JO: Facciamo riferimento a cose che non esistono, ma anche a quelle vecchie in modo idiosincratico, come quando si fanno brevi conversazioni sui libri che sono già stati letti o come una forma esclusa di cubismo. Ecco, noi lavoriamo molto vicini a questo aspetto.
NY: Il processo è quello di conoscere e imparare dagli altri e da sé stessi.
Per cosa vorreste essere ricordati?
NY: Per niente di specifico, ma certamente vorrei lasciare un segno su questo pianeta, come tutti del resto. Non è per un fatto di ego, ma per qualcosa di più spirituale, come l’essere felici di quello che si è e sentirsi vivi, liberi di esprimersi.
JO: Io voglio essere ricordato come una macchina da ballo completamente sballata, come l’hardcore del Michigan. Come i Minor Threat, la SST, l’hardcore della East Coast e di Boston.
Che musica avete ascoltato oggi in viaggio?
MC: Oh man, l’elenco è troppo lungo! Ok, te ne scrivo alcuni:
Congos (reggae), Phafner (basement + psych), Satanic Warmaster (black metal), Goblin (italo prog), Jay Z, Juvenille (hip hop), Cramps, Silly Slim (alt.country)…
Special thanks: Danilo Cardillo. Foto di Gaetano Scippa
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