
Intervista tratta dal numero 46 di pig magazine del mese di Ottobre.
Anche liberi va bene. Questa volta non si fermeranno al tormentone di turno, ieri 1999 e oggi Toop Toop. Gli ingegneri del suono Philippe Zdar e Hubert Blanc-Fracart, dopo aver messo le basi della french house con il personalissimo progetto dei Cassius e dieci anni prima Zdar con i seminali Motorbass, si sono ricongiunti per maturare un’opera che ha già lasciato il segno. 15 Again è il terzo album targato Cassius dove non manca nulla, dalle mutevoli contaminazioni che lo liberano dagli schematismi del precedente Au Reve agli ospiti illustri (Pharrell Williams di Neptunes e N.E.R.D., Sebastien Tellier) che ne condividono le raffinatezze stilistiche. Ma, soprattutto, un lavoro che si arricchisce delle esperienze artistiche fatte individualmente dai due e si apre come per incanto al meraviglioso mondo del pop. I pezzi che lo compongono sono incastonati ad arte come nelle compilation su cassetta che si facevano a scuola, dimostrando che a mente vuota e dando libero sfogo all’istinto le cose si fanno meglio. Abbiamo raccolto la voce dei Cassius (quella di Zdar in primis) in un torrido pomeriggio milanese e ne siamo usciti con la piacevole sensazione che la storia, per loro, sia ancora tutta da scrivere.
Perché il titolo 15 Again?
P: Arriva dalla riflessione di un nostro amico non proprio sotto l’effetto di droghe, ma in un periodo in cui si parlava di cose esistenziali. Un giorno, appena svegliato la mattina, mi ha detto che non saremmo potuti tornare mai più ad avere 15 anni. Oggi per via dell’età ti chiudono le porte in faccia, magari ti considerano una persona interessante ma poi, appena gli dici quanti anni hai, ti dicono che non vai bene perché sei troppo vecchio o troppo giovane per fare certe cose. Per esempio stavo con una ragazza di vent’anni, ma abbiamo dovuto separarci per la nostra differenza anagrafica. E’ ridicolo. Quando hai 15 anni hai la mente completamente libera e non ti fai paranoie, non hai pressioni e puoi esprimerti nella massima spontaneità senza condizionamenti, anche musicalmente. E’ quello che abbiamo cercato di fare con questo album.
H: Abbiamo pensato che il titolo dell’album fosse azzeccato per come è stata concepita la sua musica, ossia in un periodo in cui ci sentivamo (e tuttora ci sentiamo tali) artisticamente liberi come a 15 anni.
Per questo vi siete imposti durante la registrazione a Ibiza di non impiegare più di otto ore per canzone?
P: Esatto, ma è l’unica regola che ci siamo dati. Quando fai un album il tuo produttore giustamente detta i tempi e le regole; nel nostro caso, in quanto anche produttori del disco, abbiamo analizzato Au Reve e cercato di non ripetere gli stessi errori.
Quali?
P: Troppo tempo dedicato ai singoli pezzi. Su alcuni c’eravamo stati dietro per mesi, anche per via della mia pignoleria tecnica, cambiando continuamente qualche cosa. Risultato: dal punto di vista produttivo Au Reve è eccellente, ci piace ancora, ma pecca di fluidità come tutti i dischi troppo “ragionati”. Per fortuna questa volta Hubert ha messo i pali e io mi sono dovuto adeguare. Le due tracce più veloci per esempio, Toop Toop e Rock Number One, hanno una genesi totalmente diversa. Rock Number One è stata scritta per Au Reve ma non è stata mai utilizzata finché non abbiamo trovato la voce più adatta al pezzo, quella di Gladys. Toop Toop invece è stata preparata in due giorni senza neanche essere mixata, anche se al primo impatto ci sembrava così scarna che pensavamo di non includerla nell’album.
Chiudere i lavori in fretta sembra essere il trend di oggi: vengono in mente i Daft Punk per il loro ultimo album…
P: Non so loro, ma noi abbiamo lavorato molto nei tre anni prima di 15 Again, ascoltando parecchia musica e suonando per i fatti nostri su altri progetti, con i nostri amici o per le nostre compagne.
H: Senza porci alcun obiettivo, semplicemente vivendo la musica per divertirci in maniera conviviale.
P: Personalmente ho cominciato nei Cassius per fare qualcosa di diverso, che non ci assomigliasse, per sorprendere Hubert e a mia volta rimanerne sorpreso. Più che per gli altri l’ho fatto per lui e per me, ed è stato fantastico osservare come siamo maturati artisticamente negli ultimi anni. Per nostra fortuna è stata come una fase di rodaggio non calcolata, per cui siamo arrivati a 15 Again già pronti e con le idee chiare in testa. Niente tour o registrazioni forzate, è bastata una vacanza prolungata perché le idee arrivassero da sole. Si trattava a quel punto per me e Hubert solo di unirle e così è stato. Una mattina eravamo in studio e avevamo ancora 5 minuti a disposizione prima di portare i nostri figli a scuola. Ho detto a Hubert di piantare lì ciò che stavamo facendo e di fare un nuovo pezzo, quello che poi è diventato Cria Cuervos o A Mile From Here senza le parti vocali e che abbiamo ribattezzato “Voodoo” per la sua bizzarria.
E così in 5 minuti avete tirato fuori un pezzo di bossa elettronica e psichedelica, anzi due, che si uniscono alla già nutrita varietà di generi musicali del disco.
P: E’ vero, credo che ciò rifletta la nostra sconfinata passione per diversi generi musicali. Trascorriamo intere notti ad ascoltare di tutto, ci facciamo trasportare senza quasi renderci conto del tempo che passa. Abbiamo entrambi una concezione così alta della musica, la cosa più bella della nostra vita, che sentiamo il bisogno di metterci in discussione ogni volta. E’ la prima volta che, per lo stesso impulso, mi cimento nel canto.
A proposito della tua voce, come è nato il singolo Toop Toop? Una sorpresa indie-rock che onestamente non ci aspettavamo.
P: Come dicevo prima Toop Toop all’inizio non ci entusiasmava. Era veloce ma troppo facile, solo piano e voce. Alla nostra amica Gladys piaceva comunque, mentre noi ci siamo convinti solo quando un altro amico è passato in studio, l’ha ascoltato e di sua iniziativa ci ha suonato sopra un riff di chitarra…era perfetto!
Altre canzoni, come Rock Number One, ricordano certe cose di Prince o Pointer Sister…
P e H: Yeah, grandi!
P: Da ragazzo il mio album preferito di Prince era Sign ‘O’ the Times, ma allora non avevo mai fatto caso alla produzione. L’ho riascoltato negli ultimi sei mesi ed è incredibile, è totalmente diverso da come lo ricordavo. Nel bel mezzo di un brano come Play In The Sunshine ho trovato delle soluzioni che mi hanno aiutato a capire molto sul sequencing e che poi ho messo in pratica.
Jackrock è un omaggio alla piano house italiana anni ’90?
P: L’Italo disco era fantastica. Grandi pezzi che univano al contempo divertimento e tristezza.
Cosa ricordate degli anni ’90 e cosa hanno rappresentato per voi?
P: I rave che mi hanno cambiato la vita. Senza i rave credo che sarei diventato un allegro ingegnere del suono e non avrei avuto la forza di affrontare l’ignoto. Prendevo molte droghe allora e ho smesso solo quando mi sono ritrovato con un’influenza di quattro mesi e non facevo altro che piangere (ride, ndr).
H: Per me gli anni ’90 sono più legati alla scena hip hop, quando vedevo la musica in senso tradizionale. Non immaginavo che un giorno avrei apprezzato pezzi di sette minuti e senza cantato.
P: Anche la tecnologia e i tool a costi sempre più bassi, che ci hanno definitivamente aperto le porte.
Come è stato lavorare con Pharrell Williams e Sebastien Tellier?
P: Con Pharrell la collaborazione è nata per gioco, nel senso che dopo l’uscita di Au Reve qualcuno ci ha chiamato per riferirci che a lui piaceva il nostro brano Hi Water e che ci avrebbe voluto cantare sopra. Ovviamente pensavamo ad uno scherzo, ma poi abbiamo ricevuto la telefonata di Pharrell in persona, dicendo che quel pezzo era la migliore canzone degli ultimi dieci anni e così ci siamo ritrovati a Londra e nel giro di poche ore abbiamo registrato Eye Water.
La cosa è finita lì, ma è stata un’esperienza grandiosa perché quel pezzo dei Cassius è anche il mio preferito di sempre e credo che non saremo mai più capaci di scriverne un altro. Sebastien invece è l’unico genio musicale ancora vivente in Francia ed è un caro amico. Lui e Hubert sono i miei due bassisti francesi preferiti perché non seguono semplicemente le linee, come Paul McCartney ad esempio, ma aggiungono qualcosa alle armonie.
Quali artisti francesi recenti meritano attenzione?
P: Un ottimo lavoro lo sta facendo la Ed Banger con Feadz e Uffie, Justice, ma anche Sebastien Tellier e Mr Oizo.
Cosa pensate della legge che tutela il repertorio locale nel vostro paese?
P: Ci sono senz’altro dei vantaggi di tipo promozionale per gli emergenti, ma se decidi di cantare in inglese pur essendo francese ti sbattono la porta in faccia.
Come ci si sente ad essere pionieri di un genere musicale? C’è qualche segreto per distinguersi dalla massa?
P: Ricordo una frase significativa del servizio militare, dove altrimenti ci facevano recitare slogan assurdi come “Pronti a morire!”…era “Etre et durer”, che significa essere e rimanere. C’è un abisso tra le due cose: tutti sono, ma solo pochi saranno (ricordati). Noi non abbiamo fretta…
H: La chiave è non perdere fiducia in se stessi e preservare il proprio bisogno di fare musica.
P: Rimanere sempre onesti nei confronti della musica, perché tutto il resto è solo business e politica.
Nessun compromesso.
Foto di Sara Montali

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