Juan Maclean

di Gaetano Scippa  18 Gennaio 2007  Interviste

juan03.jpgIntervista tratta dal numero 46 di pig magazine del mese di Ottobre.

Più ballo, meno sballo. In pieno boom grunge una strana creatura si aggirava minacciosamente tra i locali più fumosi di New York e Rhode Island: i Six Finger Satellite della Sub Pop records, guidati da John Maclean, erano un gruppo semisconosciuto che intratteneva il pubblico con bizzarre performance a base di delirante noise rock e nevrotico punk funk, una miscela troppo all’avanguardia per essere compresa. Qualche anno più tardi, nel 1998, John decise di cambiare vita, stanco delle frenesie urbane e degli eccessi di ogni droga…

Sotto l’alias esotico di Juan Maclean si trasferì nel New Hampshire e si diede all’insegnamento in una scuola di recupero per giovani disadattati, abbandonando completamente il mondo della musica. Solo il suo amico James Murphy, che nel frattempo stava mettendo le basi per la DFA records assieme a Tim Goldsworthy, lo convinse a tornare. Dopo alcuni 12” esplosivi di space rock, dance e kraut usciti per la DFA e vari remix (tra cui Chromeo, Air e Daft Punk), Maclean è tornato tra noi lo scorso anno con l’album “Less Than Human”, diventando punta di diamante dell’etichetta newyorkese assieme a LCD Soundsystem e Black Dice e contribuendo non poco al successo planetario della DFA. In attesa del suo secondo lavoro, che uscirà nel 2007, lo abbiamo incontrato lo scorso luglio in occasione di Elettro Wave ad Arezzo.
Come ti senti a fare una musica che fanno molti altri in questo momento, mentre ai tempi dei Six Finger Satellite eri assolutamente “avanti”?
Mi piaceva sentirmi nella posizione di chi faceva qualcosa di nuovo e che la gente vedeva come uno un po’ folle.
Ero più giovane e tutto risultava facile. Sono onorato che band come i Franz Ferdinand si siano ispirati al mio gruppo, ma avrei voluto guadagnare di più prima (ride). La gente ha conosciuto i Six Finger Satellite dai gruppi di oggi o navigando su Internet. Ai tempi ci consideravano strani, adesso invece abbiamo la conferma che facevamo qualcosa di interessante.

Cosa ti ha spinto a tornare dopo i momenti difficili che ti avevano allontanato dalla musica?
Mi ero stancato della scena musicale indie rock, dove non si sperimentava abbastanza. Insegnavo a scuola e non avevo alcuna intenzione di dedicarmi full time alla musica come ora, finché James Murphy e Tim Goldsworthy mi convinsero che si poteva fare ancora qualcosa di creativo in ambito dance.

Anche la dipendenza dalla droga ha contribuito a farti abbandonare il gruppo e New York, la tua città?
Sì. Ho dovuto fare una scelta radicale.

Ora, però, stai bene e sei tornato alla vita frenetica dell’artista…
Non ai ritmi di prima, adesso vivo a Boston che è una via di mezzo tra il New Hampshire e New York.

Come spieghi il tuo approccio fisico con la musica, più tipico del rock che della dance?
Non mi piace utilizzare solo campionamenti, ma preferisco suonare anche diversi strumenti e in particolare le percussioni per poi processarli e dare alle composizioni un suono più organico.

Hai aperto al Coachella per i Daft Punk e il titolo del tuo album “Less Than Human” è simile al loro “Human After All” uscito nello stesso periodo. Si tratta solo di una coincidenza?
Il titolo dell’album è casuale, ma il loro primo disco “Homework” è stato uno di quelli che ha più ispirato tutta la mia carriera musicale. Sembra stupido dirlo perché a chiunque piacciono i Daft Punk, ma quell’album è davvero eccezionale e tuttora lo ascolto.

Come mai ci hai messo oltre due anni a pubblicare “Less Than Human”?
E’ stata solo una questione discografica. Era tutto già pronto, ma la DFA ha impiegato del tempo prima di trovare un distributore adeguato, la EMI.

E’ cambiato qualcosa nella tua amicizia con Murphy e gli altri della DFA, ora che l’etichetta ha raggiunto una fama mondiale?
I primi giorni in cui lavoravamo per i 12 pollici miei, dei Rapture o degli LCD Soundsystem non c’era la DFA, ma solo tre amici, io, James e Tim, seduti assieme in studio. Adesso siamo ancora grandi amici, ma ci vediamo raramente perché ognuno di noi ha dei progetti o si trova in giro in posti diversi a suonare. Ho incontrato James la settimana scorsa e abbiamo parlato proprio del fatto che non ci vediamo mai. E’ un peccato, stiamo entrambi facendo un nuovo album e non è come quando ci ritrovavamo in studio a New York per registrare.

Come spieghi il successo della DFA, in Europa in particolare?
Negli Stati Uniti sono più categorici, nel senso che poca gente ama sia il rock sia la musica dance e in generale le commistioni tra generi. Al contrario, Inglesi ed Europei non hanno bisogno di separare le cose e sono più ricettivi.
C’è stato un periodo, verso la metà degli anni ’90, in cui seguivo con interesse l’IDM, ma poi questa è diventata troppo intellettuale e complicata, quasi noiosa. La DFA ha avuto il merito di reintrodurre gli strumenti da suonare nella musica da ballo e di riportare quest’ultima a una dimensione più diretta e fisica nel momento in cui se ne sentiva il bisogno.

Osservando l’evoluzione del linguaggio dell’elettronica notiamo che un’etichetta come la Warp e l’IDM hanno caratterizzato il decennio scorso, mentre adesso si recuperano sonorità degli anni ’70 e ’80. Dove si muoverà domani la musica elettronica?
Penso che l’elettronica e soprattutto la dance torneranno a prendere una propria strada, del tutto autonoma dal rock, perché la gente è già stufa. Noto che quando durante un dj set metto old house e techno gli amanti dell’indie rock si incazzano. Sono sonorità che proprio non digeriscono.

Se la droga ha contribuito a ispirare il tuo primo album, come tu stesso hai dichiarato, cosa ispirerà invece il prossimo?
E’ curioso, quando ho fatto il mio primo album non mi interessava altro al di fuori della mia musica. Mi isolavo in studio e, concentrandomi a testa bassa, procedevo senza interessarmi ad altro o ascoltare pareri esterni. Il secondo album, invece, risentirà senz’altro dell’esperienza live con la mia band e delle relazioni con tutte le persone mi circondano. Mi piace osservare come reagisce la gente quando suono e vedere quanto vuole ballare, se metto roba dance. Ne traggo una grande energia. Un’altra fonte che stimola la mia musica è l’unione di elementi e suoni anche divertenti assieme ad altri più malinconici, un po’ come nell’italo disco.

Qual è stato il tuo miglior live show?
Non ricordo il posto, ma era alle 4 di mattina. L’ideale sarebbe riempire un luogo dalla capacità massima di 500 persone, dove tutti si divertono, qualcuno sale a ballare sul palco, si respira un’atmosfera da party e così via…

Qualcuno si lamenta della durata eccessiva dei tuoi soundcheck…
Sai, non ho un gruppo rock con 4 o 5 strumenti da regolare, qui si tratta di circa 24 strumentazioni anche molto complesse. Io e James Murphy siamo entrambi ingegneri del suono, non ti dico quando suoniamo assieme con le rispettive band quanto impieghiamo a fare il soundcheck.

Quanto?
Una giornata intera.

Ricoprendo un ruolo simile, non vi capita di litigare se siete insieme in tour?
In effetti abbiamo lo stesso identico ruolo e, anche se ci conosciamo da tempo, capita spesso di pensarla in modo diverso a livello tecnico. Ma alla fine credo sia più importante coinvolgere altre persone, come appunto James e Tim, piuttosto che lavorare individualmente.

Quando e con chi uscirà il tuo prossimo album?
Sempre con DFA ed EMI, credo tra maggio e l’estate del prossimo anno. Il disco è quasi pronto.

Cosa fai nella vita quando non suoni?
Ora come ora dedico tutta la giornata alla musica.

Hai tempo per coltivare altre attività o per le relazioni sentimentali? Si diceva che eri impaurito dalle donne…
Amo le donne, anche troppo. Basta guardarsi intorno, in occasione di questi eventi musicali ci sono delle ragazze stupende…c’è da impazzire! Qui in Italia poi…Ma al momento sono legato da due anni con una ragazza di Boston e mi limito a osservare. Poi mi piace fare snowboard in inverno, per cui cerco di arrivare alla stagione libero da ogni altro impegno.

Non ti interessi più di fantascienza, da Philip Dick a Dr Who?
Non come prima. Allora ero un vero fanatico.

Cosa hai ascoltando viaggiando oggi in aereo per venire in Italia?
Oh man, troppe cose. Faccio fatica a ricordarle perché non amo caricare migliaia di brani nell’iPod, preferisco acquistare vinili. Ti potrei comunque citare Moodymann, Teo Parish, Parliament, Funkadelic e Kraftwerk, di cui sto rifacendo “Computer World”.

Il tuo remix preferito in assoluto?
Anche se in genere preferisco le canzoni originali ai rifacimenti, direi “Give Me Every Little Thing” Cajmere remix, è una bomba!

Il disco del momento?
Shit Robot – Wrong Galaxy 12”.

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3 Commenti per “Juan Maclean”

  1. pigro on sofa Dice:

    disco bellissimo!

  2. julia Dice:

    E la cosa veramente meravigliosa!Con i suoi ritmi, che catturano l’immaginazione e restano nella testa tutto il giorno, che immediatamente muovano in danza. Questo beat fresco ed energetico solleva l’umore e fa tutte le attivita, che accompagna, vivaci ed interessanti!ono affascinante di musica e spesso uso l’Internet per compilare i playlist nella mia piccola “fonoteca” Conosco un site molto interessante, ‘http://allofmp3s.info/
    , grande collezione di mp3.Si puo trovare quasi tutte le collezioni.

  3. 313 Dice:

    “..Moodymann, Teo Parish, Parliament,..”

    si chiama “Theo Parrish”


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