
Intervista tratta dal numero 44 di pig magazine del mese di Luglio/Agosto.
Dub side of the Orb. Gli Orb hanno rivoluzionato la scena elettronica nei primi anni ‘90 inventando un nuovo genere musicale, l’ambient house, basato su una formula tanto semplice quanto efficace: recuperare l’acid di Chicago, rallentare e scaldare i ritmi con il dub, immergere l’insieme (grazie ad abili campionamenti, mixaggi e filtraggi di suono) in atmosfere tra il cosmico e l’ambient degli anni ‘60 e ’70 e, soprattutto, senza mai prendersi sul serio. Dopo quindici anni, delicati cambi di formazione e qualche passo falso (Cydonia) durante il proprio percorso, Alex Paterson e Thomas Fehlman sono tornati con Okie Dokie la coppia geniale e indissolubile che ha reso celebri gli Orb in tutto il mondo. Il primo, il cuore del gruppo, con un passato “hooligano” alle spalle prima ancora che roadie per i Killing Joke e assistente di Brian Eno, ha tirato fuori i geni scozzesi con il suo carattere sanguigno e una bottiglia di whisky; il secondo, la mente, è lo stesso timoniere dalla compostezza austro-ungarica che in silenzio ha manovrato e mantenuto a galla il barcone quando questo, dopo due album capolavoro, stava per affondare. Dopo un inizio non privo di timori reverenziali e animato da tensioni sull’argomento “giochi di ruolo”, il confronto con i due è maturato sull’evoluzione sonora del gruppo fino a concludersi in un’atmosfera amichevole e salottiera.
Quanto contano le persone dietro gli Orb?
AP: Non c’è neanche da discutere, le persone non sono importanti ma dannatamente fondamentali. Sono la luce che guida gli Orb. Nessun mezzo può replicare ciò che creiamo nella quarta dimensione, quando cerchiamo di suonare quello che altre persone hanno composto.
Perché Jimmy Cauty lasciò gli Orb subito dopo il primo Ep?
AP: Dopo aver fondato insieme il gruppo lui pretese il controllo totale su quello che stavamo facendo, mentre io ritenevo che avremmo dovuto contribuire in pari misura.
Che mi dite invece di Kristian Weston, considerato il “visionario” del gruppo?
AP: Giovane, vanitoso e stupido. Voglio dire, stiamo parlando di due persone che criticavano ogni cosa che facevamo e avevano un approccio distruttivo. Kris Weston, in particolare, era così geloso che non sopportava quando a me o a Thomas veniva qualche buona idea. Rendeva tutto così complicato con la sua pedanteria e i suoi settaggi inutili su certi livelli di bassi e alti, tanto da non prendere in considerazione il lato più emozionale delle nostre canzoni. Questo è deleterio quando in un gruppo ci si dà spazio e continuità gli uni con gli altri per capirsi.
TF: Lui sostanzialmente iniziò come ingegnere del suono e occorse tempo prima che entrasse attivamente nella line up.
Dei quattro anni in cui vi rimase, fu musicalmente costruttivo nei primi due e distruttivo negli altri.
E’ solo una coincidenza, quindi, il fatto che quando Weston lasciò il gruppo la vostra popolarità diminuì e piombarono critiche?
AP: Te lo chiedo io… cosa ci ha lasciato a livello musicale dopo la sua partenza? Vuoi la verità? E’ troppo facile sedersi lì e dire “questo non va bene, questo fa schifo…” a cose fatte. Poi, onestamente, perché portare il proprio sedere a Weston (o Cauty o chiunque altro) quando hai già raggiunto da solo uno stadio capito da tutti? Tutti tranne lui!
TF: Io ho vissuto la vicenda più esternamente, perché non vivo a Londra. Quando, dopo il secondo album, fui chiamato a raggiungere gli studi di registrazione per mettere giù nuove idee, le cose non erano chiare: Kris voleva delle responsabilità ma non riusciva a portarle a termine. Il dubbio che molti ancora oggi hanno, in pratica, è se Little Fluffy Clouds (che proprio in quel periodo era una grande hit) sia opera sua, ma non è così. Ciò non toglie che fosse un ottimo ingegnere.
AP: E’ questo il punto, era solo un fottuto ingegnere!
Thomas, tu invece eseguivi il tuo ruolo in sordina, dalle retrovie.
TF: Esatto, ma per scelta. Un ruolo neutrale, più esterno, con una diversa funzione…
AP: …lasciare a me le lotte (risata). Sul serio, Thomas è parte di me, ma io ho fondato gli Orb e mi sono sempre esposto per dare al gruppo l’immagine che ho in testa. Ho trascorso 32 anni della mia vita (ora ne ho 46) a lottare per questo. E se mi chiedi di Brian Eno (stavo appunto per farlo, ndr), ti rispondo che non lo conosco, nel senso che non sono mai stato influenzato direttamente dalla sua musica (se non dal suo modo di concepire l’ambient) e la mia priorità è stata portare in cima i miei piccoli episodi. Certo, per lavorare a stretto contatto con lui dovevo sapere ciò che faceva, ma io ho il mio cervello.
L’ombra di Brian Eno sembra perseguitarti…
AP: Vorrei che lui lo notasse (risata). Ascolta, l’ho apprezzato per le cose che ha fatto (molte), ma non ci sono altri motivi di interesse.
Quale altra musica vi ha influenzato?
AP: Quella dei PCO (Penguin Cafe Orchestra): vorremmo essere come loro. Poi qualunque cosa di David Byrne, Harold Budd e Michael Brook. Gli Orb hanno sicuramente assimilato elementi della loro musica, come molti cliché, ma con estrema capacità.
Negli anni Novanta avete rivoluzionato la musica.
AP: Mi piace pensare che lo stiamo ancora facendo, che stiamo esplorando nuovi aspetti della musica. Purtroppo la gente non lo capisce.
TF: Con Okie Dokie, per esempio, abbiamo utilizzato un approccio del tutto diverso. Abbiamo deliberatamente scelto un’etichetta che non fa molta promozione (la Kompakt, ndr), ma solo per la qualità della sua musica. Abbiamo voluto dimostrare a noi stessi di cavarcela da soli senza il supporto dei media.
Avete avuto problemi con le major?
AP: Se ne sbattono di te, pensano solo alle classifiche di vendita senza preoccuparsi delle tue esigenze. Noi non siamo una fottutissima band sforna hits! La mia speranza è che altra gente, attraverso i nostri lavori e in modo del tutto spontaneo, capisca ciò che stiamo facendo e venga spinta a creare di più. Morirei felice se questo accadesse.
TF: Quando fai musica da oltre vent’anni non solo è una bella sfida, ma anche un gran divertimento. Siamo stati molto fortunati con la Kompakt, dove hanno capito esattamente cosa volevamo.
I vostri suoni appaiono più contemplativi, profondi e “dronici” rispetto al passato, come se la mano di Thomas pesasse sempre di più. Come vi bilanciate?
AP: Abbiamo un’affinità zodiacale: io sono un Bilancia, l’unico segno che rende equilibrato un Leone come Thomas. A parte questo…
TF: C’è stato un momento nello sviluppo degli Orb in cui ho suggerito ad Alex di ampliare le sue collaborazioni ad altri e più duraturi progetti, per non ritrovare nel nostro lavoro un’unica sonorità ma tutti gli album possibili. L’esperimento ha funzionato. Ora Alex ha altre produzioni che daranno agli Orb nuova freschezza e ulteriori stimoli. Il nostro prossimo disco non uscirà per la Kompakt, perché vogliamo vivere di volta in volta esperienze diverse con persone diverse.
AP: Abbiamo tante idee, alcune fottutamente brillanti. Cerchiamo continuamente nuovo ossigeno, ad esempio dando più considerazione a ritmi hip-hop, r’n’b e downbeat (come si può già sentire in Okie Dokie) o attraverso dj set live e mixing.
TF: Siamo diventati molto più veloci a mixare, tanto che abbiamo registrato l’ultimo disco a Berlino in dieci giorni.
Quanto conta l’uso della tecnologia in musica?
AP: Conta nella misura in cui la persona che c’è dietro la sa far funzionare.
TF: E’ quello che ha in testa l’uomo, non la macchina. Nei primi anni Novanta, quando non esistevano i Powerbook, andai negli studi di Robert Hood a Detroit e con estremo stupore notai che l’unica attrezzatura era costituita da una drum machine, un mixer a quattro piste, una cassa e un effetto. A quel punto compresi che non era una questione di tecnologia.
Cosa pensate del ritorno a sonorità psichedeliche?
TF: Non sono tornate perché non sono mai scomparse.
AP: Hai mai preso l’acido?
Per la verità no.
AP: Non importa, era solo un esempio per dire che può dipendere da come percepisci ciò che ti circonda con o senza l’ascolto di certa musica. Penso che quella degli Orb sia terapeutica, aiuti a uscire (o quantomeno a non sentire il bisogno) dalle droghe.
TF: Te lo dice uno che prima di diventare musicista era un hooligan.
Davvero?
AP: Beh, ogni volta che avevo un appuntamento con una ragazza la portavo allo stadio. Ti assicuro che nel ’77-’78 funzionava.
Bolle ancora qualcosa a livello di elettronica, dopo il botto della Warp di qualche anno fa?
TF: Bisognerebbe guardare dove normalmente non si guarda. Sono stato in America e mi hanno colpito giovani promesse del downbeat come i Dabrye, che sanno rendere l’elettronica particolarmente emozionale. Anche noi vorremmo diventare più soulfull ma, lo ribadisco, contando meno sulla tecnologia e più sul tipo di approccio.
AP: Un altro nome da tener presente è quello di Mike Skinner.
Quali gruppi di ultima generazione verranno ricordati in futuro?
AP: I Led Zeppelin.
TF: Amo alla follia i loro album I, II e III.
Sì, ma non sono proprio giovincelli…
AP: Sono della nostra generazione! Tu quanti anni hai?
TF: Io 49…
Già che ci siamo, Pink Floyd con o senza Syd?
AP: Con o senza Guy Pratt? (risata)
TF: Pratt (attuale bassista dei Pink Floyd) è un caro amico di Alex, suonano insieme.
AP: Eravamo compagni di scuola.
TF: La mia ragazza mi ha detto che devo riascoltarmi i Pink Floyd e quindi ho tirato fuori i vecchi dischi, ma solo fino ad Atom Heart Mother perché poi scadono.
AP: Io sono cresciuto con i Pink Floyd, il loro primo album che ho ascoltato da ragazzo è stato Meddle.
(Interrompendo un dibattito senza fine) Vi avevo chiesto di gruppi più recenti…
TF: Preferisco singoli musicisti, ma se devo nominarti dei gruppi cito i Flaming Lips e i Tv On The Radio.
E come singoli musicisti?
TF: Madlib, Dudley Perkins e Carl Craig.
Italiani?
TF: Non ne conosco molti. Un gruppo di Napoli, i Retina, e un chitarrista con cui a volte facciamo dei concept, Eraldo Bernocchi.
AP: Negli anni Novanta però avevate parecchia buona piano house!
Foto di marco@QueenSpectra
Special thanks: Rosi Bonino e Musica 90
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