The Radio Dept

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Intervista tratta dal numero 44 di pig magazine del mese di Luglio/Agosto.

Pet grief boys. Dopo l’esordio folgorante “Lesser Matters”, entrato di diritto negli annali della pop music contemporanea come un “classico minore”, i The Radio Dept ritornano con un disco controverso e bellissimo intitolato “Pet Grief”, in bilico tra i riverberi e le distorsioni del passato recente e il presente di un’elettronica brumosa ed emozionale. La fragilità dei Pet Shop Boys e il fascino dei Jesus and Mary Chain. Davanti ad uno specchio. Come dei moderni Beach Boys senza gelatina nei capelli. Ho incontrato Johan Duncanson, cantante e autore del gruppo, a Stoccolma, dopo aver seguito la band durante la loro data di Uppsala, qualche giorno prima, per una serie di scatti fotografici. Una tiepida serata primaverile a Stoccolma e Johan in vena di chiacchiere e confidenze. Più di tre ore trascorse in un attimo e qualche bicchiere vuoto abbandonato sul tavolino del bar. Di seguito un breve resoconto, e qualche piccola, inaspettata, rivelazione al vetriolo.

“Lesser Matters”, il vostro primo album, è stato un piccolo caso internazionale, acclamato dalla critica, acclamato dai fan. C’erano molte aspettative intorno a questo nuovo disco. Com’è andata la gestazione di “Pet Grief”? Avete percepito qualche tipo di pressione?
E’ stata dura, devo essere onesto, ed è stato un percorso abbastanza travagliato. Quando abbiamo iniziato a comporre le nuove canzoni eravamo in una fase di rigetto verso il nostro primo lavoro. Eravamo stufi delle distorsioni, dei riverberi, di tutta la storia dello shoegazing. Sentivamo la necessità di cambiare direzione, pulire il suono, abbandonare per un po’ le chitarre per sperimentare di più con i sintetizzatori. Molte band dall’uscita di quel disco hanno iniziato a suonare come noi. Ovviamente, da un lato, la cosa è stata molto gratificante ma, allo stesso tempo, non volevamo rimanere intrappolati ad un’unica estetica, ad un suono specifico. La prima stesura dell’album è stata caratterizzata da sonorità molto elettroniche, quasi ballabili, esclusivamente synth e drum machine, una sorta di reazione naturale agli anni passati ad imbracciare le chitarre elettriche.Con il passare dei mesi però, qui in Svezia, c’è stata una vera e propria invasione di gruppi indie “synth oriented”, che proponevano esattamente il tipo di sonorità sulle quali ci stavamo concentrando in quel periodo. Siamo rimasti spiazzati. Non volevamo uniformarci in nessun modo ad alcun calderone. Eravamo intenzionati a scrivere un album che suonasse il più personale possibile e che, in un certo senso, nessun altra band fosse in grado di scrivere. Semplicemente ci siamo accorti che la strada che stavamo percorrendo era quella sbagliata…
Vuoi dire che avete cestinato un intero album? Cos’è successo in seguito?
Non proprio. Abbiamo mantenuto alcune canzoni, tra cui il primo singolo “The worst taste in music”, altre sono state messe da parte. All’improvviso ci è tornata voglia d’imbracciare le chitarre elettriche e provare a mescolare le nuove influenze con gli elementi che avevano caratterizzato il nostro suono in passato. Amalgamare i due estremi è stata la sfida più interessante, la chiave per creare un qualcosa d’originale e che allo stesso tempo fosse un’evoluzione naturale…
Probabilmente sono una mosca bianca ma credo davvero che il nuovo disco sia un passo in avanti rispetto a “Lesser Matters”. Adoro il modo in cui siete riusciti a creare un ibrido tra l’universo dei Jesus and Mary Chain e quello dei Pet Shop Boys. In Italia, in tanti, sono rimasti sconcertati dalle vostre dichiarazioni d’amore nei confronti della band di Neil Tennant. Da noi, inspiegabilmente, sono ancora un gruppo tabù. Qui in Svezia, invece, per buona parte della scena indie, sono un gruppo fondamentale, sai darmene una spiegazione?
I Pet Shop Boys sono rimasti, anche qui da noi, un gruppo “tabù” nella scena indie fino alla metà degli anni novanta. Fino all’arrivo di una rivista straordinaria chiamata Pop, che ha rivoluzionato l’approccio dei giornali specializzati svedesi, aprendosi a culture come l’hip hop e ad artisti come i Pet Shop Boys, considerati prima d’allora volgarmente “mainstream”.Questa rivista ha avuto un impatto fortissimo sulla formazione delle nuove generazioni di musicisti ed ascoltatori svedesi, educandoli a svincolarsi da ogni pregiudizio. I Pet Shop Boys hanno scritto canzoni straordinarie, sono acutissimi osservatori della realtà contemporanea e hanno una sensibilità melodica fuori dal comune…
Qual è il significato del titolo “Pet Grief”?
Avevamo appena iniziato a scrivere i brani per il nuovo album e c’eravamo trasferirti nella casa dei miei genitori in campagna, vicino Lund, una cittadina universitaria nel sud della Svezia. Loro erano in vacanza per due settimane così abbiamo deciso di portare lì tutte le nostre apparecchiature e registrare per qualche giorno in completa tranquillità.
Finita quella sessione di registrazione abbiamo organizzato una festa e invitato tutti i nostri amici. Uno di loro, qualche ora prima, mi chiamò dicendomi che non sarebbe venuto perché il suo cane era morto. La cosa, in qualche modo, mi colpì profondamente e mi fece pensare. Non so bene il perché. Mi fece pensare a come ognuno di noi tenda a proiettare le proprie emozioni e i propri sentimenti sugli animali, interpretandone i bisogni e i segnali a seconda delle proprie esigenze interiori. E come questo, paradossalmente, accada anche con le persone… Cerchiamo sempre di scegliere dei titoli che si aprano a più interpretazioni possibili. Questa è solo una delle tante…
“Lesser Matters” ha una copertina bellissima, chi è l’autore?
E’ un dipinto di Elin, la ragazza con la quale ho dato vita alla prima versione dei The Radio Dept nel 1995. Facevamo parte di una compagnia d’amici nella quale tutti, in un modo o nell’altro, si occupavano d’arte. Decidemmo di fondare una sorta di Factory creativa e il gruppo era la diretta espressione di quello che era chiamato “il dipartimento musicale”.
Con gli anni abbiamo intrapreso strade diverse ma io ed Elin siamo rimasti sempre buoni amici… Il suo dipinto, come copertina del primo disco, in un certo senso è stato un omaggio a quei giorni…
Qual è il significato della copertina di “Pet Grief” invece?
Ho trovato questa immagine tra le vecchie cose di mio padre. Lui è d’origine scozzese così durante l’infanzia, spesso, trascorrevamo l’estate lì. E’ una foto risalente a quel periodo. Mio padre e un suo amico indossano il kilt, mentre io dovrei essere il bambino che tenta di arrampicarsi alla staccionata… E’ un flash di memoria improvviso, sfocato, inafferrabile, esattamente come ci piace immaginare le nostre canzoni, nonché un tributo all’importanza della Scozia nel mio personale immaginario estetico e musicale… Sono cresciuto ascoltando gli Arab Strap, i Belle & Sebastian, i gruppi della Postcard e cose del genere…
Vi siete accasati con l’etichetta indipendente svedese per eccellenza, la Labrador, pur essendo sostanzialmente lontani dall’estetica delle loro produzioni. Come mai questa scelta? Come vi trovate?
I nostri rapporti con la Labrador sono pessimi, da tempo ormai. Potessimo svincolarci lo faremmo immediatamente ma purtroppo abbiamo un contratto che ci lega a loro per ancora due dischi. Siamo stati fregati. Non abbiamo guadagnato alcun soldo dal primo album, si sono intascati tutto, e in più non hanno investito alcun centesimo su di noi. No video, no studio di registrazione, niente, abbiamo sempre fatto tutto da soli. Johan, il boss della Labrador, se da un punto di vista personale può sembrare una persona piacevole da quello economico è semplicemente un mostro. Quando la XL Recordings (etichetta di White Stripes, Prodigy, Thom Yorke ecc.) ha comprato i diritti del nostro primo disco, per ripubblicarlo in tutto il mondo, a noi non ha lasciato che le briciole. Non è una questione economica. Non ci è mai importato di diventare ricchi con la nostra musica. E’ un fatto di correttezza, e di avere la possibilità di vivere suonando, senza dover ricorrere a dei lavori saltuari per sopravvivere… Stessa identica sorte per la colonna sonora del nuovo film di Sofia Coppola. Non vedremo che le briciole… Più volte, negli ultimi mesi, a causa della Labrador abbiamo pensato di smettere… L’unica cosa che ci interessa è poter vivere della nostra musica, nient’altro, e loro si stanno arricchendo alle nostre spalle, costringendoci nell’incertezza… Vuoi sapere la verità a proposito del titolo “Pet Grief”? E’ la prima volta che lo rivelo ad un giornale…
Certo. Non so perché ma ho la sensazione che sia interessante…
“Pet Grief” (in italiano qualcosa come “La sofferenza dell’animale”) è stato scelto perché, all’apice del nostro odio nei loro confronti, avevamo pianificato una copertina in cui sarebbe dovuto comparire un cucciolo di Labrador, con la canna di un fucile infilata interamente in bocca, in procinto di sparare. Inutile dire che una cosa del genere non ci sarebbe mai stata concessa… Non avrebbero mai fatto uscire il disco… La copertina è cambiata, il titolo è rimasto.
Cos’è successo di preciso con XL Recordings? Come mai non avete pubblicato il secondo disco con loro?
In verità alla XL Recordings non siamo mai piaciuti particolarmente. Non vedevano in noi alcun potenziale commerciale. Per qualche strano motivo però uno dei ragazzi che lavorava per loro riuscì a convincerli a ripubblicare il nostro primo album. La reazione della stampa fu a dir poco sorprendente. Fummo inseriti tra i primi dieci dischi dell’anno sull’ NME e per ben due volte diventammo singolo della settimana. Sembrava che il mercato inglese si fosse aperto ma la verità è stata un’altra. Alla fine vendemmo poco più di cinquemila copie e loro sono abituati a ben altri tipi di vendite. Nel corso delle primissime registrazioni del secondo disco il ragazzo che ci aveva ingaggiato ci telefonò dicendoci che ai quartieri alti volevano assolutamente avere un’anteprima del materiale. A quello stadio di lavorazione però noi non avevamo praticamente nulla tra le mani, se non alcuni esperimenti che in seguito sarebbero stati poi cestinati. Siamo stati costretti a mandare quelle sorte di provini comunque e in base al loro ascolto la casa discografica ha deciso di liquidarci, senza mezze misure. Non rientravamo più nei loro piani. E’ stato un momento difficile per il gruppo. Da lì è nata una sorta di desiderio di rivalsa che ha poi accompagnato la realizzazione dell’intero disco…
Rivalsa che potrebbe arrivare presto, anche grazie all’inserimento di tre vostre canzoni nella colonna sonora del nuovo film di Sofia Coppola, “Marie Antoinette”. Mi racconti com’è andata? Avete già visto il film?
E’ stato Brian Reitzell a contattarci, la persona che si occupa della colonna sonora nei film di Sofia Coppola. Tra le altre cose è stato anche uno dei collaboratori nell’ultimo album degli Air. E’ volato qui a Stoccolma per incontrarci e nel corso della sua permanenza in Svezia ci siamo divertiti tantissimo. Facevamo festa tutte le sere, eravamo praticamente sempre ubriachi, e tutto era a spese della sua Visa Oro! Del film abbiamo visionato poco più di metà. L’impressione è stata ottima. Un dramma in costume molto originale, con un ritmo moderno e trascinante e una buona dose d’umorismo e d’immagini evocative… Per quanto riguarda i nostri brani sono solo degli assaggi veloci di trenta secondi al massimo. Solo una canzone compare interamente, alla seconda tornata dei titoli di coda. La gente avrà già lasciato il cinema da qualche minuto a quel punto (ride)
Come descriveresti la musica dei The Radio Dept ad una persona che non l’ha mai ascoltata?
Hai presente quei primi giorni di primavera in cui, improvvisamente, qualche odore particolare ti fa ritornare alla mente un ricordo indefinito, solo per qualche secondo, un qualcosa di familiare che però non riesci ad afferrare completamente. Ecco, proverei a descriverla così…
Qual è stato il primo disco che hai comprato con i tuoi soldi? Che musica ascoltavi da piccolo?
Il primo disco che ho comprato è stato “Thriller” di Michael Jackson. In seguito mi sono innamorato dei New Kids On The Block. Solo dopo mi sono reso conto che era musica per ragazzine. Allora sono arrivati i Bros! Intorno ai tredici anni ho scoperto gli Stereolab ed è cambiato tutto. Sono passato attraverso il Brit-pop, Belle & Sebastian, Arab Strap, Olivia Tremor Control, Neutral Milky Hotel, Elephant 6, Saint Etienne, Pet Shop Boys, Suicide fino ai Prefab Sprout, questi ultimi grazie alla mia attuale fidanzata.
Le band svedesi che preferisci?
The Embassy e Honeydrips su tutti. Dovresti ascoltare una canzone di questi ultimi intitolata “Ah, Karolin”. E’ in svedese. E’ stata l’ultima volta che ho pianto ascoltando una canzone.
Di cosa parlano le liriche delle canzoni che scrivi? “Your father” in particolare?
Fondamentalmente parlano di me e delle mie esperienze personali. Non sono in grado di scrivere di qualcosa che non mi appartiene. Anche se il più delle volte sono imbevute di malinconia, cerco sempre di inserire degli elementi ironici, che facciano sorridere. “Your father” è una di queste. Parla del padre della mia prima fidanzata. Era colombiano e, se pure a suo modo gli piacessi, faceva sempre di tutto per mettermi in imbarazzo. Una volta m’istigò a bere con lui per dimostrargli di essere un vero uomo. Mi ritrovai a casa della mia ragazza completamente ubriaco, seduto al tavolo con suo padre che si prendeva gioco di me con il resto della famiglia… Un momento orribile e indimenticabile…

Foto di Thomas Borg




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