
Intervista tratta dal numero 47 di pig magazine del mese di Novembre.
Speaking with the people we love. Riemersi dopo un lungo silenzio discografico che hanno interrotto solo attraverso una manciata di remix, i 4 giovanotti che rispodono al nome di The Rapture hanno da poco pubblicato il loro nuovo album “Pieces Of The People We Love”, il terzo della loro breve ma intensa carriera. Tre anni sono passati da che il loro sound si è diffuso a macchia d’olio partendo da New York City, contagiando gli ascoltatori di mezzo mondo e, se vogliamo, cambiando il modo di fare certa musica. Noi quel disco l’abbiamo consumato e la possibilità di incontrarli brevemente, unica rivista italiana, prima della loro esibizione, ci sembra quasi un miracolo, specie dopo averli cercati a lungo. Questo il resoconto della nostra chiacchierata con Matt Safer e Gabriel Andruzzi, rispettivamente cantante/bassista e polistrumentista della band.
D & F: Che cosa avete fatto durante questi tre anni?
M: Abbiamo suonato dal vivo, scritto un po’ di canzoni, registrato un album e… E siamo diventati amici…
D & F: “Pieces Of The People We Love” è uscito il 12 di settembre, ha per caso qualche relazione con l’11 settembre, visto che siete di NY?
M & G: Nessuna.
D & F: Cos’è successo con la DFA Records? Perché avete interrotto i rapporti con James e Tim?
M: Diciamo che sentivamo il bisogno di provare nuove situazioni, di trovare nuovi stimoli con una nuova etichetta.

D & F: Beh sembra che la cosa abbia pagato bene visto che sul vostro sito segnalate che “Pieces Of The People We Love” ha esordito al primo posto della top new artist chart americana…
G: Vero, anche se non facciamo molto caso alla classifica dei nuovi talenti; sai com’è… Non ci sentiamo artisti emergenti ma di vecchia data (ridendo)
D & F: Il fatto che abbiate seguito una direzione artistica diversa rispetto all’album precedente significa che non eravate felici del risultato?
M: No, si tratta della naturale evoluzione della specie.
D & F: Come mai la scelta è caduta su tre produttori così diversi tra loro? Uno proveniente dall’indie rock britannico, l’altro dall’elettronica e il terzo dall’hip hop?
M: Innanzitutto credo che ci sia un’interpretazione sbagliata di questi produttori; è vero che hanno lavorato su generi prevalentemente differenti dal nostro (hip hop, techno e house), ma in realtà sono persone veramente molto versatili e sorprendentemente musicali. E’ stato decisivo poi il fatto che già li conoscevamo come persone e che i lavori che hanno fatto in passato ci sono sempre piaciuti. E’ stata una collaborazione molto semplice e spontanea.
G: Ad essere sinceri io non sento molta differenza tra noi e loro; è tutta una questione di sfumature. L’importante è capirsi bene e soprattutto tirare fuori un prodotto molto figo (ridendo).
D & F: In tre parole, quali sono le differenze fra “Echoes” e “Pieces Of The People We Love”?
M: In quante parole? (ridendo)
D & F: Erano tre ma usane quante ne vuoi
R: Gabe, Matt, God e Come Rottery
D & F: C’è qualche aneddoto simpatico che è successo durante la produzione dell’album che vorreste dirci?
M: Beh, una storia sexy potrebbe andare bene?
D & F: Meglio di una storia sexy non c’è niente…
M: Un giorno eravamo in studio e stavamo mixando i nostri pezzi; nello studio di fianco c’era Beyoncè che stava provando con una nuova band…E’ stato molto eccitante, abbiamo avuto la possibilità di passare un po’ di tempo con lei…
G: Poi sono passati Jay-Z e Rodney Jerkins (già produttore di Beyonce, Michael Jackson, Spice Girls ecc…)...
D & F: Come siete arrivati alla Universal?
M: Si tratta delle persone più genuine che abbiamo incontrato; mi hanno veramente dato l’impressione che gli piacesse il nostro lavoro, al di là del business e di tutto il resto.
D & F: E’ vero che vi aspettavate molto più successo dagli Eco?
G: Penso che altre persone se lo aspettassero, noi al tempo eravamo felici comunque considerando già un successo la possibilità e la fortuna di fare bella musica.
D & F: Abbiamo letto un’altra intervista (su Dummy magazine) in cui si parla di scazzi all’interno della band nel lasso di tempo intercorso tra “Echoes” e il nuovo disco; è vero?
M: Sì, è normale litigare; durante il processo compositivo ci sono sempre degli scazzi. Del resto non si puo’ diventare buoni amici senza litigare un po’.
G: Voi due non litigate mai?
D & F: Hai voglia… Senti: volenti o nolenti avete lanciato questo fenomeno disco punk, dance rock o come diavolo volete chiamarlo, spingendo un sacco di band a interpretare la musica nello stesso modo; guardando il tutto con il senno di poi?
M: E’ una situazione che cambia da gruppo a gruppo, è molto difficile fare discussioni astratte su un genere presunto e sulle band che lo hanno adottato, anche perché sarebbe davvero da provare se quella band piuttosto che quell’altra abbia avuto o meno delle influenze su di noi o abbia preso spunto dal nostro sound
D & F: Qual è la vostra missione?
M: Portarvi il funk! (ridendo)
D & F: Abbiamo visto una vostra recente playlist; c’erano i Daft Punk, Delia Gonzales e Gavin Russom e i The Knife… Abbiamo gli stessi gusti…Avete visto i Daft Punk nell’ultimo tour?
M: Sì, li abbiamo visti in Giappone, è stato veramente bello! E poi il pubblico giapponese spacca!
D & F: E dei The Knife e di questa nuova scena nordica cosa ci dite?
A: In realtà è una scena che non conosciamo molto bene, però Todd Terje e la sua disco music mi fanno impazzire.
D & F: E Delia Gonzales e Gavin Russom? Cosa ne pensate di questi nuovi artisti targati DFA come loro o anche Shit Robot?
G: Mi piace molto il disco di Delia e Gavin! Non mi ricordo il nome dell’album ma la prima canzone è incredibile. Pure Shit Robot mi piace, è un nostro vecchio amico tra l’altro, mi è piacuito da matti il remix su Tiny Sticks Records che ha fatto per Dondolo di Dragon.
D & F: Cosa ne pensate di questo fenomeno: ormai tutti i dischi prima della loro uscita ufficiale si trovano su internet; lo vedete come un furto o potrebbe essere qualcosa che nasconde un’operazione di marketing studiata per creare un po’ di hype attorno all’uscita?
Intervista tratta dal numero 46 di pig magazine del mese di Ottobre. Non saprei dire. Penso che sia un po’ presto per capire come questo fenomeno dei blogs e della musica on line prima delle uscite ufficiali possa influire sul modo di ascoltare, promuovere e vendere la musica. Penso che forse si poteva far uscire il disco prima visto che molti album si possono trovare in posti come Oink (http://oink.me.uk/) o in svariati blog. Nel nostro caso la cosa mi ha stupito molto; non riesco a spiegarmela. Sicuramente non penso si tratti di un furto. Una cosa che mi ha particolarmente infastidito è stato trovare on-line un nostro pezzo che non era ancora finito. Internet ha portato un nuovo approccio e una nuova cultura; sarà il tempo a chiarire meglio quali saranno le conseguenze e la strada da intraprendere, adesso faccio fatica a dirlo.
D & F: Per gli Arctic Monkeys la cosa ha funzionato molto bene…
M: Sì infatti, gli è andata molto bene, come ti ho detto è una cosa che offre spunti di riflessione molto interessanti.
D & F: Il vostro primo singolo, a partire dal nome, ricorda molto anche nelle sonorità Connected degli Sterep MC’S. Ci sono effettivamente delle connessioni e delle influenze o sono solo coincidenze?
M: Mah! Devo confessarti che quella canzone non mi piace neanche molto, o meglio, mi è piaciuta all’epoca; sinceramente era l’ultima cosa che volevamo accadesse, saranno forse dieci anni che non la sentiamo… In effetti ce l’hanno detto molte persone quindi credo proprio che dovrò andare a riascoltarmela.
D & F: Quanto vi annoiano queste sessioni promozionali dove vi dovete sedere e rispondere alle domande per ore?
G: Da morire (ridendo)... In realtà per niente, se sembriamo annoiati è solo perché siamo molto stanchi però ci stiamo divertendo.
D & F: Abbiamo visto una vostra foto sul sito in compagnia di Pedro Winter (manager dei Daft Punk boss della Ed Bangers), cosa ne pensate in generale della scena elettronica di oggi e in particolare di quella francese?
C’è qualche cosa che vi stuzzica in modo particolare?
M: Penso che la musica che sta uscendo su quell’etichetta sia molto interessante; vi do anche una notizia bomba: Sebastian ha fatto un remix di Get My Self Into It… Ma per il momento è off limits e non possiamo suonarlo. Noi invece ci stiamo muovendo per fondare una nostra etichetta per pubblicare vinili che si chiamerà Thorn of Blood Records.
D & F: A proposito di remix, voi ne avete fatto qualcuno per WhoMadeWho, Super Sytem ecc… Qualche considerazione?
G: Ci piace molto fare remix; è un modo per indossare un cappello diverso e lavorare in un nuovo modo.
D & F: Lavorate tutti insieme per questi remix?
M: Ce ne sono alcuni in cui abbiamo lavorato tutti insieme, altri in cui eravamo coinvolti maggiormente noi due. Tra l’altro le nostre feste Hush Hush che facevamo a NY sono nate proprio prendendo spunto da questi remix.
D & F: Ci parli un po’ di queste feste?
G: Erano i venerdì sera più fighi di tutta NY, dove si suonava la musica che nessun’altro voleva suonare…
D & F: Ci sono ancora?
M: No, le abbiamo fatte per un paio d’anni con degli amici che hanno un gruppo che si chiama The Bangers, abbiamo fatto suonare gente come Shit Robot, Jennifer Cardini, Scotty B da Baltimora e altri; è stato molto, molto divertente.
D & F: Potendo tornare indietro, c’è qualche cosa che non rifareste e qualcos’altro che vorreste fare che non avete fatto?
M: I viaggi nel tempo sono un argomento molto difficile. Magari ci sarebbero delle cose che vorremo fare però se non avessimo fatto quelle che abbiamo fatto non potremmo arrivare a desiderarle e soprattutto ora non saremmo neanche qui a parlare con voi perché magari io sarei addirittura il presidente dello Zaire.
D & F: Direi che più chiari di così non potevate essere, grazie.
M & G: Grazie a voi.
Intervista di Depolique e Francesco Napoleone. Foto di Sean Michael
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