PIG Magazine 57

di PIG Mag  11 Novembre 2007  Covers

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PIG Magazine 57

In copertina St. Vincent, intervistata da Depolique e fotografata da David Ledoux: Viene da chiedersi dove fosse nascosto sino ad oggi un talento del genere, cosa ci facesse mimetizzato tra le mille uniformi dei Polyphonic Spree o “relegato” al ruolo di chitarrista turnista, se pur accanto a Glen Branca o a quel geniaccio di Sufjan Stevens. A soli ventitre anni Annie Clark, nome d’arte St. Vincent, nata in Oklahoma, cresciuta in Texas e trapiantata a New York City, si propone con il suo primo enorme album, “Marry Me”, come una delle artiste americane più sorprendenti, originali e complete in circolazione. Potremmo definirla una folk singer postmoderna dagli orizzonti ampissimi, ma non basterebbe a restituire la complessità della sua musica o del suo personaggio. Non ci sono dubbi: “E’ lei la ragazza”.

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Yelle - Julie Budet è una ragazza francese, bretone per la precisione. Inizia a cantare da piccola, anche perché figlia di musicisti, e non smette più. Ai tempi della scuola si divide tra due band fino all’incontro, a diciassette anni, con GrandMarnier, suo futuro partner artistico. Yelle - dalla crasi tra “yeah” e “elle” (lei) - nasce ufficialmente quando la coppia mette il suo primo brano su MySpace. Si tratta di “Je Veux Te Voir” - ironico attacco a Teki Latex, rapper francese e membro del collettivo TTC - che in un mese tocca l’invidiabile cifra di 125.000 plays. Roba da far sbiancare Uffie, che proprio in quei giorni, parliamo della prima parte del 2005, sempre da Parigi, comincia a farsi strada come nuova starlette del music biz, prima sul web e poi un po’ ovunque (ma questa è una storia che conoscete già). Il paragone tra le due lolite sorge spontaneo, anche se le due non hanno molto da spartire. Si tratta di due personaggi ben diversi, soprattutto dal punto di vista musicale: gli acidi beats di Oizo e le rime di Uffie sono lontane anni luce dalle confetti pop virati electro di Yelle e GrandMarnier. Anna tra l’altro è sensibilmente più giovane e pur circondata da un alone di hype smisurato, sta facendo il giro lungo, seguendo la tortuosa trafila indie con la Ed Banger, Julie invece ha bruciato le tappe firmando, fin dal primo singolo, un contratto con la Source, succursale della EMI. Dopo aver incontrato la prima non potevamo esimerci dal fare lo stesso con la seconda, all’indomani dell’uscita del suo esordio, “Pop Up”, anche perché la seguiamo zitti zitti da tempi non sospetti…

The Fiery Furnaces - Milano, Stazione Centrale. L’albergo che ospita i fratelli Friedberger, con quella sua teoria di infissi e mobili fra il kitsch e il fatiscente, è dopotutto la cornice più idonea ad incontrare il duo chicagoano, naturalizzato newyorkese, che negli ultimi cinque anni si è imposto sulla scena indie internazionale con una summa rock affine al motto gozzaniano delle “buone cose di piccolo gusto”. Sei dischi, sei modi di mescolare le carte in tavola, riscrivendo i testi sacri del rock alla ricerca di una voce originale e sempre sorprendente. A cominciare da “Gallowsbird’s Bark”, il debutto che nel 2003 li impose come presunti epigoni dei White Stripes, salvo poi accorgersi che quel folk sbilenco e malaticcio era solo il frutto acerbo di una vena ben più ricca e felice. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, fra registrazioni casalinghe, divagazioni polistrumentistiche, divertissement camuffati da hit-single e suite progressive solubili come pillole pop. Ma nonostante tutto, oggi come allora, Matthew e Eleonor mantengono il proprio candore. Ingenui come Hansel e Gretel, dandosi la mano, percorrono il lungo tunnel che scava i binari della stazione, lusingati dall’obiettivo di Sean che trafelato tenta di coglierli in pose casual in mezzo al traffico meneghino. Giusto il tempo di sottrarre Eleonor, ora incauta autostoppista per uno scatto, allo sguardo italo-famelico di un automobilista, e siamo di nuovo su un divanetto finto Luigi e qualcosa per vederli un po’ più da vicino, pronti ad addentrarci nel mondo dei Fiery Furnaces.

Caribou - C’era una volta Manitoba, one man band dell’Ontario dietro cui si celava Dan Snaith, giovane matematico figlio e fratello di matematici, con la passione per l’elettronica intelligente di stampo Boards Of Canada. Un bel giorno, nel 2005, Snaith è costretto a cambiare moniker per un’azione legale di Richard “Dick” Manitoba dei Dictators, che in realtà non pubblicava un album da almeno 15 anni. Di fatto Manitoba diventa Caribou e la sua essenza musicale si traduce in un graduale ma deciso viraggio verso la forma canzone. Forti influenze sixties, tra ascendenze surf wilsoniane e chitarre byrds, ritmiche kraute, atmosfere dream pop, uno squisito gusto per la melodia e un tocco un po’ freak, hanno reso quasi indispensabile l’ascolto di Caribou, in particolare dell’ultimo album “Andorra”. Neo psichedelia alla portata di tutti, con o senza droghe.

Jonathan Saunders - Anche quest’anno, in occasione delle sfilate milanesi (donna pe08), il White ha ospitato la manifestazione “12 Hours”, installazione dedicata al lavoro di giovani stilisti stranieri, le cui collezioni vengono presentate singolarmente nell’arco - appunto - di dodici ore. Nessuna esitazione per noi nella scelta del designer che avremmo voluto intervistare dalla lista dei quattro ospiti selezionati: Jonathan Saunders, tutta la vita (non me ne vogliano gli altri talentuosi partecipanti – Todd Lynn, Marc Le Bihan, Rodnik). Scozzese di nascita ma londinese di adozione, il 29enne Jonathan, dopo una laurea in Printed Textiles alla Scuola d’Arte di Glasgow nel 1999, corona gli studi con un master al Central Saint Martins nel 2002, distinguendosi per un talento spiccato nel disegno e nella realizzazione di tessuti stampati. Giovanissimo, nel 2003, Jonathan presenta la sua prima collezione nel calendario ufficiale della moda inglese. Il resto è storia. Se pensate che Jonathan Saunders sia l’ennesimo prodotto del calderone teatral-mondano della Londra che balla, vi sbagliate. Perché se qualcosa dobbiamo trovare che lo accomuni ad alcuni suoi giovani e brillanti colleghi londinesi, beh, allora si tratta del talento. E basta. Un maestro nel disegno delle stampe, dotato di un talento prodigioso che all’inizio della sua carriera ha rischiato di offuscarne le competenze, assumendo le sembianze di un tallone d’Achille: i maligni temevano infatti che il giovane e quindi inesperto Jonathan cadesse nella monotonia, stagione dopo stagione, concentrando tutte le sue energie sulla superficie, la realizzazione di tessuti stampati, disegni grafici ed effetti geometrici, trascurando silhouette e costruzione formale. Nel 2006 Jonathan ha dato modo ai suoi detrattori di ricredersi, presentando una collezione forte di un deciso cambio di direzione. A partire da questo momento lui stesso afferma di non voler più nascondere i suoi abiti dietro ad una stampa: essi si fanno più concretamente strutturati e meno decorati, le forme più graficamente delineate, morbide e leggere; Gli elogi si sprecano e l’aggettivo “moderno” diventa il leit motiv dei giudizi della stampa. Oggi i buyer vogliono comprarlo, le boutique d’avanguardia e i department store del lusso vogliono venderlo, Anna Wintour vuole farne una star, le fashion victims londinesi e le socialites newyorkesi vogliono indossarlo… A noi piaceva tanto anche il Jonathan degli esordi ma quello che abbiamo incontrato oggi, non avrebbe potuto essere più favoloso.

Lorna Tucker - Intervistata per noi da Andrea Vecchiato: Lorna si è sposata con James, ma non ci crede nessuno. Pensano tutti sia uno scherzo. Alcuni pensano che a Las Vegas non ci sia mai neppure andata. Anzi molti non pensavano manco che Lorna ci uscisse con James Lavelle. Nella sua vita tutto è così. Tutto troppo Cenerentola o tutto troppo Rock & Roll, che la Notte Londinese non sa mai come reagire alla sua vita solare. Io che conosco la verità sul fatto non forzo o confermo l’incredulità di nessuno. Un matrimonio improvvisato a Las Vegas con una rockstar può forse sembrare un cliché da manuale. Però quando guardiamo assieme il video del suo matrimonio, seduti sul divano di James, lei piange. Lo riguardiamo un’altra volta e lei piange ancora. James è più basso di Lorna che deve piegarsi per baciarlo davanti al prete donna. Elvis e Anne Maigret si sposarono in quella stessa chiesa. Si baciarono davanti allo stesso angelo di vetro. Sotto quella stessa stella. Lorna ha una stella tatuaggio dedicata a me. Ci conosciamo da quel lontano 2002 ormai. Io so tutto. Io so che ha una figlia di 6 anni, nata quando lei ne aveva sedici. So che Lorna Tucker e James Lavelle sono fatti l’una per l’altro.

Gli Street Files di questo mese sono realizzati da Matteo Montanari a Oslo.

I Servizi di moda sono di Emmanuelle Moutinho e Lina Scheynius

Tutto questo e molto altro sul numero di PIG Magazine 57 in edicola.


4 Commenti per “PIG Magazine 57”

  1. Pingback: St. Vincent graces PIG « The Missing Dufresnes Dice:

    [...] More about PIG Magazine and the interview with St. Vincent can be read here. [...]

  2. N.I.C.O. Dice:

    Ma il nuovo numero quando esce?

  3. ridethepool Dice:

    il numero di natale?è in edicola, oggi l’ho trovato in molte edicole della mia città

  4. N.I.C.O. Dice:

    Ah ecco, grazie.Io ho guardato la settimana scorsa ma nulla!


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