Buraka Som Sistema

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Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.

Alzi la mano chi non ha ancora sentito parlare del kuduro, una musica street africana caratterizzata dai ritmi percussivi che da anni spopola in Portogallo e, solo di recente, ha trovato approdo nel nostro paese. Il kuduro (che sta per “ku-duro” ovvero “culo duro”) esportato in occidente, in realtà, viene rivisitato e mescolato con altri generi a noi più familiari in una sorta di ghetto funk terzomondista dall’approccio grezzo e l’intento nobile. Ne parliamo con i Buraka Som Sistema, la band che più di ogni altra ne rappresenta l’essenza, l’anima e il sudore. Perché, dicono loro, “la gente ha bisogno di ballare, sudare e urlare alla follia”. E di riflettere, come suggerisce il titolo del loro primo album “Black Diamond”.

Da chi è composto il gruppo?
Joao Barbosa: Il cuore del gruppo è formato da quattro persone, cioè io (Lil’ John), Rui Pité (Riot), Andro Carvalho (Conductor) e Kalaf, anche se usiamo voci ed MC diversi. Io, Rui e Andro siamo cresciuti ad Amadora, vicino Lisbona, dove ci siamo conosciuti. Kalaf invece viene dall’Angola, ma qualche anno fa si è trasferito anche lui a Lisbona.

Come vi siete formati?
JB: Ognuno di noi arriva da progetti diversi. Un giorno, nel 2006, abbiamo deciso di mettere su una serata club di kuduro, perché è un genere che a Lisbona va tantissimo. Non avevamo canzoni nostre, solo una gran voglia di riunire tutte le tracce di kuduro che riuscivamo a recuperare in giro, acquistando CD o dagli Mp3 dei ragazzini, per suonarle di fronte a una platea. Anche il nome Som Sistema, che significa Sound System, spiega che l’intento iniziale era quello di partire come DJ, non come gruppo. Buraka (Buraca) invece è il quartiere dove siamo cresciuti. E così siamo diventati resident a Lisbona ogni ultimo venerdì del mese. Pian piano abbiamo rieditato ogni brano di kuduro che ci piaceva per renderlo più pesante, dargli un beat più forte, calcare i bassi e così via. Questo perché il pubblico di Lisbona lo voleva più da club, ma anche noi lo volevamo più potente per il club. L’esperienza è durata per 4 mesi, ma ogni serata è stata memorabile. Ogni volta si formavano lunghe code di gente per entrare nel locale, che aveva una capienza massima di 200 persone ed era sempre pieno zeppo. Questo fin dalla prima serata, perché il concetto già da solo era un’attrazione. Lì dentro tutti sudati (non c’era l’aria condizionata), nudi, macchie di sudore sulle pareti, un’atmosfera davvero hot.

Poi cos’è successo?
JB: Poi purtroppo la polizia ha chiuso quel locale per problemi di licenza. Da allora abbiamo deciso di fare le cose più seriamente e di sviluppare il progetto di band in modo più concreto, arrivando a registrare l’album.

Avevate già fatto qualche esperienza live prima dei BSS?
JB: Come tutti i ragazzi di Lisbona, anche io e Rui, prima di diventare DJ e produttori, abbiamo provato a suonare in band rock. Ma senza successo. Per cui ci siamo buttati su samples, computer e roba simile. Non abbiamo cominciato subito dal kuduro, anche se questo genere si era diffuso sin dagli anni Novanta, ma da cose stupide tipo rompere una bottiglia o aprire una porta cigolante per registrarne i suoni e farne delle canzoni. Abbiamo trascorso intere giornate al computer a fare esperimenti del genere, che però alla fine sono serviti perché per fare buone canzoni bisogna prima aver fatto canzoni di merda. Non ci prendevamo molto sul serio. Dovevamo anche fare un album per Kalaf per cui avevamo preparato 4 o 5 pezzi, ma erano troppo strani…

E come vi siete conosciuti con Kalaf?
Kalaf: Lisbona è una città molto piccola, basta starci poche settimane per vedere le stesse persone appassionate della stessa musica negli stessi posti. A tutti noi piace sperimentare con l’elettronica, a me anche con lo spoken word. Loro avevano idee molto fresche e soprattutto non avevano paura di provare nuove strade. E così ci siamo incontrati, condividendo la stessa idea di come la musica poteva e doveva essere, e siamo partiti. Ci siamo confrontati e abbiamo sperimentato in continuazione, fino a sviluppare le tracce a nostro piacimento, in modo da dargli un suono più ghetto e suburbano non adatto ai locali più patinati, ma per girare in tutte le città del mondo.

Come mai secondo voi il kuduro, diffuso da anni in Portogallo, è una novità in altri paesi come l’Italia?
Rui Pité: Credo che l’esportazione di questa musica a Lisbona sia un fatto normale, perché l’Angola è una ex colonia portoghese. E’ un processo simile a quello accaduto in Francia con lo zouk, genere musicale che proviene dalle sue colonie africane e diventato popolare in tutto il mondo solo grazie ai francesi. Nelle periferie di Lisbona ci sono molti ragazzini angolani che, attraverso Internet, si tengono informati su tutto quello che accade nel loro paese d’origine.
JB: I portoghesi sono un popolo lento e timoroso, per questo il kuduro è rimasto intrappolato lì per oltre dieci anni.
K: E’ una musica molto urbana, una nuova idea di Africa. Una musica che per noi ha perfettamente senso, perché è presente nella vita di tutti i giorni e si adatta al nostro modo di svilupparla senza scavare particolarmente dal passato. Gli angolani usano i computer come tutti, magari meno belli, ma pur sempre dei computer. Ho visto città disastrate dove la gente utilizza computer scadenti da cui esce una musica incredibile. L’Africa è un paese divertente e strano, per molti versi arretrato ma per altri sorprendentemente all’avanguardia.

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Quanto è importante per voi l’approccio fisico al kuduro?
JB: Una musica che faccia ballare e scatenare per noi è essenziale, ma allo stesso tempo cerchiamo di avere delle idee, un concept affinché non vada sprecata. Ecco perché abbiamo fatto un album come Black Diamond, che ha tutti quei riferimenti politici. Vogliamo trasmettere qualcosa alla gente, magari informazioni che in genere non vengono diffuse in modo oggettivo.
RP: Abbiamo semplicemente preso quella musica e l’abbiamo trasformata nella nostra maniera. Le nostre influenze dal punto di vista musicale e sociale sono diverse da quelle dell’Angola o di altri paesi africani, quindi non avremmo potuto né voluto riproporre il kuduro angolano. Non definiamo la nostra musica kuduro. Siamo influenzati dal kuduro, tanto quanto dall’hip-hop, dal metal e dal dubstep.
K: Sono tutti generi molto fisici…

E’ il motivo per cui l’avete definito “progressive kuduro”?
K: Quello è stato uno scherzo (ride, ndr).

Non si può sintetizzare in una parola soltanto?
RP: E’ musica dance.
K: Chi discute di musica e di arte in genere deve sempre trovare una definizione esatta che metta d’accordo tutti.
RP: Oppure no. E’ questa la parte più divertente (ride, ndr).

Come avete scelto i collaboratori del disco?
JB: Tra il 2006 e metà del 2007 abbiamo girato e suonato in parecchi posti. Abbiamo viaggiato molto, spesso a Londra, due volte in Angola. Ovunque abbiamo preso contatti e instaurato rapporti con altre persone, cercando di coinvolgere soprattutto quelle interessate a contribuire alla nostra musica senza pianificare le collaborazioni in modo da raggiungere questo o quel target. Con M.I.A. (che canta in Sound Of Kuduro, ndr) è successo che una sera ci ha chiamati per proporci di fare qualcosa insieme sul kuduro e così, alla prima occasione in cui siamo andati a suonare al Fabric di Londra, ci siamo incontrati e chiusi in studio con lei per un paio d’ore. Con Deize Tigrona (presente in Aqui Para Voces, ndr), che era a Lisbona per alcune date, è stato ancora più semplice.

Chi di voi e in base a cosa ha scelto i pezzi per l’album?
JB: In generale pensiamo molto a cosa ci piacerebbe fare prima di farlo, ci domandiamo se stiamo seguendo la strada giusta oppure no. Siamo molto critici verso noi stessi e il nostro lavoro, ma in modo diverso. Del resto questo identifica i nostri ruoli in modo ben definito all’interno della band. Io, Rui e Conductor siamo tre producer di musica che si muovono in ambiti distinti: Rui segue la parte tecnica ed è il più critico, per cui per esempio se c’è qualche parte di sintetizzatore che non torna, lui ci sta dietro anche per quattro ore fino ad ottenere il suono giusto; Conductor è cresciuto in Angola e possiede un background di musica africana maggiore del nostro, portandoci quindi su livelli differenti; io invece sto dietro il concept, ho già la musica in testa prima ancora di buttar giù una canzone. Kalaf infine è quello che scrive i testi, ma anche il saggio che emana sentenze. E’ la mente lucida del gruppo che, anche dopo dieci ore passate a discutere su un beat, può sciogliere ogni dubbio con frasi del tipo: “Hey ragazzi, perché diamine volete distruggere questa splendida canzone? Per favore andiamo a dormire, ne parliamo domani”. Comunque siamo ben bilanciati e fin dall’inizio del processo compositivo non ci poniamo limiti. Raccogliamo le idee e i beat di ognuno di noi, poi li sviluppiamo insieme.

Prima la musica quindi e poi i testi?
JB: Esatto. Per Kalaf, che è un produttore non di musica ma di parole, abbiamo coniato un termine: bitaque (in gergo portoghese significa qualcuno che si immischia in una discussione, ndr).
K: Il titolo dell’album è nato di getto, senza pensarci troppo. Era forte e abbiamo pensato di tenerlo ancor prima di avere le canzoni, per “cucinarlo” lentamente. Solo dopo sono venute fuori le idee legate al concetto dei diamanti, ma anche ad altre questioni del Sud Africa. Mi piace molto occuparmi di questa fase, quando abbiamo già pronti i pezzi e i suoni e dobbiamo legarli ai concetti. Adoro ascoltare tutti gli elementi sonori per raffigurarli a parole.

E’ corretto pensare al titolo Black Diamond come al traffico di diamanti e al loro sfruttamento da parte di paesi occidentali?
K: Lo si può leggere in questo modo, ma non solo.

Volete lanciare qualche messaggio politico?
K: Il nostro primo obiettivo è arrivare allo stesso livello di comunicazione con chi ci circonda, con le persone di varie parti del mondo che hanno un background sociale diverso dal nostro. Poi, ovviamente, in quanto esseri umani, non possiamo esimerci dal dire o fare cose che possono influenzare altre persone senza essere considerate politiche. Solo il fatto di dire certe cose sul palco, essere felici o fare una rivolta, può rientrare in una affermazione politica.

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Cosa ne pensate del fatto di essere stati paragonati ai primi esperimenti di world music di David Byrne?
K: Credo ci sia un legame.
JB: Anch’io penso ci sia un legame con lui, con Paul Simon e con tutti gli artisti che hanno girato il mondo. Ma oggi i tempi sono cambiati, come pure le forme di comunicazione. E’ cambiata la nostra posizione: non siamo più artisti occidentali che vogliono lanciare musicisti africani di talento ma senza mezzi per raggiungere un pubblico.
Non produciamo i loro album, non apriamo un’etichetta apposta per loro e non ce ne facciamo carico sulle nostre spalle. Ai tempi era la cosa migliore da fare perché non c’erano i mezzi, appunto, come Internet, Youtube e via dicendo.
Oggi è invece possibile stabilire un rapporto molto più diretto e paritario con tutti gli artisti, compresi i produttori di kuduro in Africa. Ormai hanno tutti un account su Youtube, MySpace, Msn e Hi-Five. Ognuno può fare da solo, senza bisogno di un David Byrne che indichi il prossimo talento africano da tenere d’occhio. Basta andare lì e verificare di persona.
K: E’ il bello dei nostri tempi.
RP: E’ vero che alcuni usano i social network solo come vetrina, senza interagire, magari aprendo account gestiti da qualcun altro. Noi non siamo così, ci teniamo davvero, rispondiamo a tutte le mail e in questo modo troviamo spesso nuovi collaboratori.

Com’è invece il vostro rapporto con la tv? Siete stati nominati più volte agli Mtv Europe Music Awards…
JB: E’ stato semplicemente ridicolo andare lì. Far parte di una scena marginale come quella portoghese, così come quella italiana, rispetto a quella inglese e americana, significava star seduti nell’ultimo anello di una arena enorme senza riuscire a vedere alcunché dello show. E quindi alzarsi e andarsene via dopo dieci minuti.
K: Molto meglio Internet della tv, decisamente. E’ più veloce.
JB: E soprattutto puoi parlare di te stesso, perché ogni volta trovi qualcuno che dice o scrive cazzate sul tuo conto!

Per esempio?
RP: I nostri nomi li sbagliano sempre.
K: Oppure nelle comunicazioni confondono i nostri dj-set con i live…
RP:…che sono due versioni completamente diverse. Dal vivo siamo molto più devastanti!

In attesa di vedervi dal vivo al festival Dissonanze, potete raccontare com’è un vostro live rispetto a un dj-set?
K: Non so se gli altri condividono, ma mi piace pensare che quando facciamo un dj-set (come stasera al Wonka) abbiamo sotto controllo la situazione, mentre se facciamo uno show live può succedere di tutto, le persone impazzire e noi insieme a loro. Dal vivo siamo in sei elementi, a volte sette o anche più se contiamo i ballerini…
JB: …e suoniamo strumenti come batteria e percussioni mischiandoli a sintetizzatori e programming. Abbiamo anche due MC donne, ma tutto dipende dal contesto in cui si suona, dalle dimensioni del palco e dal budget (ride, ndr). Nei dj-set suoniamo soprattutto pezzi nostri o di altri ma affini al nostro sound, tranne quando l’atmosfera si surriscalda e ci richiedono dei brani più popolari.

Quante serate avete fatto finora?
K: Dopo la decima io ho smesso di contarle.
JB: Il nostro manager ha detto che lo scorso anno solo in Portogallo abbiamo fatto 25 live show, quindi circa un centinaio contando gli altri paesi e senza includere i dj-set.
RP: Ormai suoniamo ogni fine settimana, e la situazione sta peggiorando (dice scherzando, ndr).

Qualcuna memorabile?
K: Ogni volta penso sia impossibile fare di meglio, cosa che puntualmente accade la volta successiva.
RP: Mi viene in mente un dj-set davvero selvaggio in un club underground di San Francisco, l’Elbo Room. Il posto era impregnato di sudore, le ragazze tutte nude e Kalaf in fuga inseguito da alcune di loro (ride, ndr).
K: Ricordo anche una vecchia stazione della metro a Bruxelles diventata club, un posto perfetto nonostante il suono non fosse ottimale.
RP: Una volta a Lisbona dovevamo suonare in un posto terribile in pieno pomeriggio ed eravamo poco carichi, ma quando si riempì divenne praticamente un concerto metal!

I vostri prossimi passi?
K: Andremo in tour in Africa.
JB: Trascorreremo molto tempo on the road, faremo remix e mixtape o cose più strane, tra cui registrare dei pezzi con cantanti giapponesi di kuduro.




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