Come Dio comanda
Di Gabriele Salvatores. Per la seconda volta nella sua lunga e onorevole carriera, Salvatores raccoglie una difficile sfida lanciata da Ammaniti nel suo omonimo romanzo. Lo fa evidenziando il lato cinematografico del testo, sottolineandone la drammaticità e la desolazione, la poesia e la suspense. Siamo in una provincia del Nord Italia, in un paesino alle pendici di una montagna. Qui vive Rino (Filippo Timi, bravissimo) e Cristiano Zena (Alvaro Caleca), rispettivamente padre e figlio. Il primo è un lavoratore precario che si arrabatta come può per mantenere Cristiano, educandolo alla sua maniera, a tratti ignorante e violenta. Il loro rapporto è il lato più oscuro, dipendente, tragico e sbagliato di ogni grande storia d’amore. Il ragazzo venera suo padre, non mai in discussione ciò che fa o dice, lo rende la sua guida spirituale per ogni aspetto della sua vita. Hanno solo un amico: Quattro Formaggi (Elio Germano), il matto del paese, che trascorre le sue giornate a costruire un presepio fatto con ogni sorta di oggetto di riciclo ed è ossessionato da una bionda pornodiva.In una notte di pioggia, una ragazzina che assomiglia alla donna di cui Quattro Formaggi si dice innamorato, li farà intraprendere una strada senza vie di fuga. Salvatores è uno dei pochi veri autori del cinema nostrano e a differenza della sua precedente trasposizione da Ammaniti (Io Non Ho Paura) arriva questa volta a scavalcare il romanzo, tralasciando tutto ciò che è cornice della trama, per focalizzarsi meglio sui suoi personaggi, sulla loro dimensione ancestrale: Rino e Cristiano sono a tutti gli effetti un lupo e il suo cucciolo. Ci riesce con la sua solita maestria, creando un film devastante e intenso, che ha solo una pecca: una colonna sonora ridondante, frastornante e messa un po’ a caso.














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