School Of Seven Bells

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Intervista di Gaetano Scippa. Foto di James Pearson-Howes.

Si sono conosciuti cinque anni fa a Los Angeles durante il tour degli Interpol e da allora non si sono più separati. Benjamin Curtis, chitarrista prodigio dei Secret Machines, e Alejandra e Claudia Deheza, due affascinanti gemelle in un’unica voce. Insieme, a New York, hanno dato vita agli School Of Seven Bells per l’uscita di “Alpinism”, il loro primo album che fa seguito a ottimi singoli prodotti da Robin Guthrie (Cocteau Twins) o in collaborazione con Prefuse 73. Un disco sognante per sognatori, lisergico ma non troppo, tessuto con apparente semplicità da eteree armonie vocali, ritmi incalzanti e melodie pop. Un piccolo miracolo discografico che ha catturato l’attenzione di grandi (U2) e piccini (Blonde Redhead), ma che non solo per questo merita di essere scoperto.
 
Di dove siete esattamente e come vi siete conosciuti?
Alejandra Deheza: Io e Claudia siamo per metà del Costa Rica e per metà della Bolivia, ma siamo nate in Guatemala e cresciute negli Stati Uniti in vari posti. Da Washington DC ad altre città più al sud, prima di trasferirci a New York nove anni fa. In realtà non abbiamo una famiglia in Guatemala. Nostro padre lavorava per una società americana che operava in quei paesi, ecco perché ci siamo spostate molto.
Benjamin Curtis: Io invece sono nato in Oklahoma, ma vivo a New York da nove anni. Ho incontrato Ale e Claudia alla fine del 2004. Eravamo in tour insieme, loro negli On!Air!Library! e io con i Secret Machines, di supporto agli Interpol nel tour americano per l’uscita del loro secondo album. Trascorrendo due settimane insieme a Los Angeles, abbiamo avuto modo di conoscerci bene anche se è stato un processo graduale che ci ha portato a formare gli School Of Seven Bells soltanto due anni dopo. E’ stata una sensazione strana quella di conoscere altri musicisti che vivono a NY come te, in un contesto così lontano da casa, mentre stanno suonando sul tuo stesso palco in modo fantastico. Tra di noi non è scoppiata la creatività, ci siamo semplicemente trovati sulla stessa strada ed è stato emozionante così.

Cosa significa il nome del vostro gruppo?
AD: Deriva da una leggendaria scuola di furto che operava negli anni Ottanta in Sud America. Per superare l’esame finale, gli allievi dovevano rubare sette oggetti da altrettanti portafogli con attaccati dei campanelli antifurto, senza far suonare questi ultimi. Non si sa se questa scuola sia esistita sul serio, di fatto una notte abbiamo visto in tv un documentario in cui mostravano con quanta abilità e scaltrezza lavoravano queste persone, ne siamo rimasti affascinati e abbiamo preso sul serio la cosa.

Pensando anche alla cover surreale del vostro album, che rapporto avete con la numerologia, il simbolismo o il mondo dell’astratto?
BC: Siamo tutti e tre molto attenti a quello che ci circonda, a ciò che accade, ci piace osservare. Però non sappiamo razionalizzare su cosa ci ha spinto realmente a scrivere queste canzoni, a fare una cover del genere. Sappiamo solo che siamo attratti da certe cose, in particolare quelle che accadono in modo rituale. Le persone non devono prendersi troppo sul serio ed è qui che nasce anche il titolo, Alpinism. La montagna è una metafora della vita. Bisogna credere in ciò che si fa per arrivare in cima, ma la si può scalare anche in modo artistico e creativo, come gli allievi di quella pazza scuola di furto alla ricerca di un mistico numero sette. Ci piace immaginare che la nostra musica sia altrettanto liturgica.

Ben, è vero che hai mollato i Secret Machines perché annoiato dal rock?
BC: Beh, non ero stufo del rock come musica, che ovviamente è grandioso, ma della formula ripetuta, dell’atteggiamento in generale tenuto dalle band. Ho lasciato i Secret Machines per dedicarmi ad un altro tipo di musica, che trova perfetta espressione in questo disco degli SO7B. Se non sei sulla strada giusta devi cambiare.

Artisticamente hai lasciato un fratello (bassista dei Secret Machines) per trovare due sorelle gemelle, curioso no?
BC: Eh già, ho mollato il business di famiglia (ride, ndr).
AD: Si è unito a un altro business di famiglia (ride, ndr).

Con gli SO7B avete intrapreso una strada pop. Cosa significa essere pop per voi?
BC: Questa è una domanda difficile…
AD: Per me musica pop significa una canzone che chiunque, ogni giorno, può cantare per conto suo. Quello che conta è una melodia semplice o qualsiasi altra cosa che risulti comprensibile e familiare all’istante. Ed era anche ciò che mi attraeva quando ero giovane e la musica non era facile da trovare se non alla radio.
BC: Esatto, è la qualità universale delle canzoni. Il che non significa per forza essere popular. E’ anche molto più difficile e stimolante cercare di fare una buona canzone pop piuttosto che cazzeggiare creativamente con gli strumenti per un’ora. Sbagliare un pezzo pop è molto peggio che sbagliarne uno dissonante, dove nessuno capisce dove sta l’errore.
AD: E non puoi nemmeno nasconderti dietro una maschera facendo finta che non ti interessi, perché ti interessa eccome.

Come descrivereste la vostra musica?
BC: Vorrei non doverla descrivere, c’è gente che lo sa fare meglio di noi.
AD: Siamo troppo coinvolti per farlo. Personalmente riesco a visualizzare la nostra musica, ma sono meno brava a descriverla. Se trovo una cosa che mi piace, automaticamente qualcun altro non la trova.
BC: Ci sono però tre cose che ci piacciono in assoluto: il ritmo, la struttura e la melodia. Sono tre qualità basilari di ogni musica, è vero, ma è ciò che ci piace esplorare.

Vi siete mai sentiti parte del “Cathedral of Sound”?
AD: Ti riferisci ai gruppi shoegaze tipo My Bloody Valentine? No, non direi. Cioè, li adoriamo, però in realtà assorbiamo di tutto e la nostra musica è il risultato delle cose più diverse. Qualcuno ci ha associati a loro e va bene, perché sono grandi. Ma se ti dicessimo quali sono le nostre influenze, capiresti che non si potrebbero minimamente dedurre dalla nostra musica.

Per esempio?
AD: Robert Wyatt ha un’influenza enorme per me.
BC: Toto la Momposina, è una cantante molto popolare in Colombia. La sua voce si accompagna a musica tradizionale colombiana e ritmi afro-latini a base di percussioni.
AD: Anche i Gas…
BC: Sì, i Gas sono una band tedesca che fa musica elettronica astratta. Poi c’è la radio. La radio è fantastica! Ascoltiamo la radio molto più di qualunque altra cosa (Alejandra annuisce, ndr). Vuoi mettere, non fai neanche lo sforzo di impostare l’iPod perché qualcun altro al tuo posto sta programmando musica per te. Una goduria. Ma vorrei tornare al discorso “Cathedral of Sound”… Probabilmente ciò che ci accomuna a quelle band è il fatto di immaginare come loro la musica, in modo da esserne totalmente immersi. Una cascata di suoni a 360 gradi. Per il resto, noi suoniamo le chitarre come loro, così pure l’elettronica.

Secondo voi oggi è in atto un movimento nostalgico, di revival dello shoegaze, o di nu-gaze come direbbe qualcuno?
BC: Non so se è proprio così. Ho l’impressione che ci sia un trend per cui la musica produce uno stato di trance al quale gli ascoltatori reagiscono in un certo modo. I ragazzi di nuova generazione non erano ancora nati o erano piccolissimi ai tempi dei My Bloody Valentine, quindi forse non si tratta di nostalgia. Può darsi che vogliano solo ascoltare una musica del genere.
AD: Sicuramente ci sono gruppi che emulano chi li ha preceduti, ma molti di questi esistevano già e magari sperimentavano involontariamente le stesse cose. Se oggi il focus è di nuovo sui MBV, sembra che tutti gli altri li abbiano copiati. E’ un po’ come quando visualizzi il blu o un altro colore nella tua testa, poi apri gli occhi e sei circondato da cose blu.

Ragazze, avete seguito qualche scuola particolare per arrivare a cantare in questo modo?
AD: Non abbiamo seguito alcun corso, ce l’abbiamo nel sangue. Nostro padre, da giovane adulto, era un cantante di opera. Abbiamo imparato insieme da bambine, naturalmente. Per divertimento, per trascorrere il tempo, poiché eravamo le uniche compagne di gioco. Pensa, nostra madre ci ha detto che abbiamo imparato a cantare una canzone per intero prima ancora di iniziare a parlare.

Che influenza può avere sulla vostra musica il fatto di essere gemelle?
AD: Non saprei, bisognerebbe vedere la cosa dal di fuori. Credo conti di più il fatto di cantare insieme da così tanto tempo.
BC: Non penso che questo pesi sulle scelte musicali e tra l’altro loro sono due personalità musicali estremamente distinte. Piuttosto è possibile che abbiano delle reazioni simili dovute al legame genetico.
AD: A volte ci capita di pensare le stesse cose ed è effettivamente genetico, inconsapevole. Le nostre voci si combinano così bene insieme che le armonie si fondono e a volte non si capisce se è una soltanto o sono due, con un effetto straniante per chi ascolta.

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State riscuotendo molti consensi, vi aspettavate tutto questo successo?
BC: Ci piace immaginare che qualsiasi cosa facciamo possa avere successo, ma allo stesso tempo ogni volta che qualcuno ci fa i complimenti lo apprezziamo in modo genuino perché ci fa sentire speciali. Quando abbiamo registrato quest’album non avevamo idea delle reazioni, anzi, pensavamo che ci avrebbero detto: “Perché fate un disco così al giorno d’oggi? Non è quello che vogliono i ragazzini”. Col senno di poi siamo molto contenti che sia piaciuto e ci riteniamo fortunati, anche perché se tornassimo indietro lo faremmo allo stesso identico modo.
AD: Il fatto curioso è che se il disco fosse uscito un anno fa, magari non avrebbe ricevuto lo stesso consenso.
BC: E’ molto importante per noi avere dei riscontri, sapere che non siamo così insoliti. In fondo è bello sapere che c’è qualcun altro sul pianeta che
condivide gli stessi gusti musicali, no?

AD: Per me l’album non suona poi così strano, anzi, è tanto immediato e melodico da poter essere suonato in ogni radio.

Condivido, penso per esempio al singolo Half Asleep…
AD: E’ davvero pop!
BC: Eravamo in tour a Boston con i Blonde Redhead e stavamo suonando Sempiternal. Immagina, dal vivo, in apertura per giunta, una versione di oltre 11 minuti. A un certo punto Kazu Makino iniziò a urlare entusiasta: “Questa canzone è una hit, una smash hit!”. Beh, mi piacerebbe davvero vivere in un mondo dove un pezzo simile sia una hit, ma penso che non accadrà mai. I musicisti sono dei pessimi critici (risata, ndr). 

La vostra musica non piace solo ai ragazzini. Anche The Edge ha apprezzato.
BC: The Edge è un ragazzino (risata, ndr)! Ci conosciamo dai  tempi dei Secret Machines. Ultimamente eravamo in contatto per alcune cose tecniche che riguardano la chitarra. Gli ho suggerito alcuni pedali, che ha usato nel nuovo disco degli U2, e gli ho mandato il nostro album. Quando sono andato a trovarli in studio di registrazione, stavano provando il basso sul nostro disco e ho pensato che suonasse pazzesco. Sapere che a The Edge e a una band che hai mitizzato per vent’anni piaccia la tua musica fa un certo effetto, ti stimola a proseguire sulla tua strada.

Come nascono le vostre canzoni, partite dai testi o dalle musiche?
AD: Partiamo sempre dai testi, perché ci aiuta iniziare da una prospettiva limpida, dove ci sono solo le parole.
BC: Il processo di scrittura è strano. Può capitare che cominciamo a buttar giù i testi e finiamo a registrare in contemporanea. Siamo in grado di fare tutto assieme, scrivere, produrre, registrare e fare gli arrangiamenti. A volte una melodia nasce al volo, altre volte invece occorrono mesi prima di trovarne una che ci convince.

Chi scrive i testi e dove trae ispirazione?
AD: Io e Claudia. Per quanto mi riguarda non smetto mai di scrivere. Non so se sia un fatto nervoso, ma scrivo in continuazione fin da piccola perché è l’unico modo che ho di tirar fuori le cose che ho dentro. Sento il bisogno di farlo, senza necessariamente mostrarlo agli altri. Poi, certo, anch’io ho alcuni scrittori a cui mi ispiro. Alfreda Benge prima di tutti. E’ straordinaria. E’ l’autrice di molti dei testi di Robert Wyatt. Ma adoro anche Borroughts. L’unica cosa a cui penso sempre è come vedo le cose. Cerco di capire il perché le vedo in un certo modo. Ripeto, non so se siano i miei nervi, per esempio io vedo questa parete verde e mi chiedo se sia più blu o gialla. Non è un’elaborazione ossessiva, mi piace solo poter visualizzare su carta ciò che ho in testa, dare concretezza a pensieri astratti mantenendo intatta la loro purezza. Non penso di dover per forza semplificare le cose per farle capire alla gente. Le persone sono più coraggiose e percettive di quanto si pensi.

Quanto avete impiegato a registrare Alpinism?
BC: Mi ci sono voluti due anni per imparare a capire come registrare un album, circondato in studio da grandissimi ingegneri del suono con cui scambiare input creativi in ogni fase del processo. E tre settimane per farlo, cercando di ripetere su piccola scala quanto imparato.
AD: Benjamin ha avuto un ruolo molto importante per la produzione di questo album. Senza di lui non ce l’avremmo mai fatta.

C’è una canzone dell’album a cui siete particolarmente legati?
BC: E’ difficile rispondere, conosciamo l’album al microscopio, l’abbiamo sentito nei dettagli così tante volte… Forse la parte che preferisco è quella che non abbiamo fatto noi, ovvero quella in cui Simone Pace dei Blonde Redhead suona la batteria in Sempiternal/Amaranth. E’ l’unico ospite dell’album e quando ascolto quel pezzo avverto il mistero. Per registrarlo avevamo prenotato la sala di un amico, economica e scrausa, solo per poche ore. Lui è venuto lì e ha suonato senza problemi. E’ stato molto divertente. All’etichetta non è piaciuto molto quel pezzo, dura troppo. A me invece sì, posso mettermi lì ed ascoltarlo per un po’ senza pensare ad altro.   

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Claudia, come hai conosciuto Scott Herren (Prefuse 73) con cui hai collaborato?
Claudia Deheza: Scott ha un progetto parallelo che si chiama Savath & Savalas con una cantante molto brava, ma che al tempo non aveva esperienza dal vivo. Quando andarono in tour lui mi chiamò di supporto alla sua voce, su segnalazione di un amico in comune. Da lì nacque la nostra collaborazione, che ci portò all’album Singular sotto il nome di A Cloud Mireya.
BC: In realtà siamo presenti su vari dischi di Prefuse 73, a partire da Surrounded By Silence.

Come si fa ad emergere da una scena artistica così fitta come quella di Brooklyn?
AD: Ti sembrerà banale, ma è solo questione di fortuna. Ci sono così tanti gruppi incredibilmente bravi, le persone giuste nei posti giusti.
BC: Non per contraddire Ale, ma secondo me c’è una componente non trascurabile di ambizione e di carattere senza cui non si emerge. Perché a NY è davvero dura e anche molto costoso farsi notare. I gruppi di Brooklyn partono tutti da una formula comune, ma poi la fanno in modo diverso, la rigirano a loro immagine.
AD: Oggi le band che provengono da lì sono uniche, nate come reazione al 2004 quando al contrario suonavano tutte uguali, perché così le volevano le etichette. La situazione è nettamente migliore.
BC: La competizione è sana, forse l’unica cosa giusta che ci ha lasciato il capitalismo, ciò che può rendere il prodotto migliore. Voglio dire, se vedi Lee Ranaldo suonare in un club dei passaggi di chitarra che ti mandano fuori di testa, oppure se attraversi la strada e incroci qualcuno dei Black Dice, Animal Collective o TV On The Radio, non puoi che sentirti una merda a confronto. Ma puoi essere spronato a diventare bravo come loro. 
AD: Sono felicissima di sapere che alcune band come gli Animal Collective hanno fatto il pieno di pubblico qui a Milano e anche a Roma. Anni fa non ci avrei mai scommesso. Se penso a come erano all’inizio, dissonanti e sperimentali, suonavano nei posti più assurdi tipo gallerie d’arte. Adesso sono diventati melodici… E’ incredibile! Ogni loro cambiamento è stato grandioso.

Come sta andando il vostro tour?
AD: Benissimo, siamo appena tornati dal Giappone dove è stato assolutamente folle. Poi torneremo in Uk con Bat For Lashes e White Lies e infine faremo il nostro tour. 

Qualche concerto memorabile?
AD: Manchester, sensazionale. Siamo saliti sul palco tardissimo e senza aver fatto il soundcheck. La gente è impazzita, tanto che il promoter a un certo punto, quando abbiamo finito, ci ha detto: “Non ci crederete, ma dovete tornare su e fare un altro pezzo, subito!”. Quando ero alle superiori volevo trasferirmi a Manchester, perché da lì veniva la musica migliore. E’ stato un concerto speciale anche per questo motivo, non sai quanto ho sudato!

Cosa fate quando siete a casa?
BC: Viviamo tutti insieme, siamo tipi molto casalinghi.
Ci piace cucinare il riso, guardare film, trascorrere il tempo con il bimbo di Claudia… Anche se ha solo due anni e mezzo, è già appassionato di sintetizzatori e batteria, un vero spasso.

Mi fate la lista della spesa con i vostri 10 brani del momento?
Alejandra:
Dry + Dusty – Fever Ray
Alien – Robert Wyatt
Sangre Gitana Y Mora – Lole Y Manuel
Claudia:
You Came To Me – Beach House
Pilgrimage – Om
I Believe In You – Talk Talk
Roche – Sebastien Tellier
Benjamin:
23 – Blonde Redhead
Deluxe (Immer Weider) – Harmonia
Jesus’ Blood Never Failed Me Yet – Gavin Bryars




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