Andrew Weatherall

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Foto di Piotr Niepsuj

Novotel, stanza 709. Il grigiore delle pareti stride con l’aria frizzante che avvolge la notte milanese di Elita, un po’ meno con la nuvola di fumo dietro cui si materializza la sagoma di Andrew Weatherall. Con la cicca sempre accesa in bocca, il leggendario dj e produttore sopravvissuto all’acid (house),  che ha lanciato i suoni di Madchester e il rock screamadelico sulle piste di 24 hour party people, siglato gli anni d’oro della Warp e remixato chiunque dai My Bloody Valentine a Villalobos, si presenta all’appuntamento lucido e disponibile. Un vero gentleman inglese.  La sua visione spaziale di musica moderna sfida uno stile senza tempo e una passione, nemmeno troppo velata, per il rock’n’roll anni Cinquanta.  Un uomo tenace, che ha rischiato e messo in discussione i propri principi, ma è riuscito a mantenerli solidi. La metafora della sua vita, rubata a un pescatore del Mare del Nord, è tatuata sugli avambracci: “Fail we may, sail we must (Possiamo fallire, ma dobbiamo navigare)”.

Sei in giro da un bel po’, cosa ricordi dei tuoi esordi?
Agli inizi è stato tutto molto casuale. Vent’anni fa la maggior parte delle persone andava nei club per divertirsi, ascoltare buona musica, prendere droghe e conoscere ragazze. Come me del resto. Avevo una discreta collezione personale di dischi e, quando l’acid house cominciò a diffondersi in Inghilterra, io ero quello che andava a suonare alle 6 di mattina.  Mettevo di tutto, elettronica, reggae, punk. Non mi vedevo come un dj, ero considerato il tipo che suonava un sacco di musica strana quando erano tutti già strafatti.  Pensa, trasportavo i miei dischi in un sacchetto di plastica…  In una delle prime date, uscendo dalla macchina, la busta si incastrò nello sportello e si squarciò facendo cadere a terra tutti i vinili.  Col tempo ho fatto sempre più date in prima serata, quindi dovevo mettere pezzi house e techno. Ma essere dj allora non era un grande affare, non c’era il clamore di oggi, nessuno voleva diventare dj a tutti i costi. Si suonava per il gusto di farlo, per il piacere della musica.  A stento si guadagnava qualcosa. Anzi, io spendevo molto più in dischi di quanto ricevessi come compenso. Tra l’altro volevo rimanere anonimo, ma uno dei primi club scrisse sul volantino il mio nome e quello è rimasto. Mi apprezzavano perché amavo ciò che facevo, non perché volevo diventare famoso.

A parte l’edonismo, quali differenze tra l’essere dj oggi e vent’anni fa?
Oggi ogni settimana escono centinaia di migliaia di dischi house e techno, mentre prima non era facile trovare in giro musica, non c’era una così ampia scelta. Allora c’erano pochi negozi e ogni volta che usciva un disco nuovo si lottava per averlo. Ricordo ancora la corsa quando uscì French Kiss dei Lil’ Louis… c’era gente che si pestava per l’ultima copia disponibile!  I dj suonavano cose diverse, dall’house all’elettronica anni Ottanta, proprio perché non c’era tutta la disponibilità di adesso.  La gente richiedeva loro certe canzoni perché erano gli unici ad averle. Invece dei computer e del download si usava l’immaginazione. Oggi invece basta andare in giro con un laptop e scaricare le ultime uscite, che è molto pratico ma poco fantasioso.  E’ fantastico che chiunque possa fare musica, ma purtroppo si è perso il controllo sulla qualità.

Dici di essere molto esigente con te stesso. Come fai a resistere circondato da uscite di bassa qualità?
E’ difficile sopravvivere in un mondo usa e getta, dove le mode cambiano ogni settimana. Ma forse è per questo che piaccio alle persone, per il mio background ventennale. Chiunque abbia una storia alle spalle parte avvantaggiato, specie nei momenti di crisi economica. Ricevo tuttora parecchie offerte per serate per via della mia esperienza e, spero, anche per la qualità.  Continuo a fare questo mestiere perché amo la musica, sono molto curioso e critico verso me stesso. Non mi piace lasciare le cose al caso, sono sempre alla ricerca di obiettivi nuovi e più difficili, ma non ho mai raggiunto la perfezione.  Per fortuna, perché in quel caso dovrei cambiare lavoro.

Com’era il tuo pubblico nel periodo dell’acid house? C’era più psichedelia all’epoca o negli anni Sessanta?
Nel periodo acid la gente era più eclettica e aperta di mente, non voleva rimanere ancorata allo stesso tipo di musica per tutta la sera. Ma non era semplice accontentarla. Mi è capitato diverse volte di essere spintonato mentre ero in consolle, specie all’inizio di carriera. Una volta, in un grande club di Ibiza, mi tirarono letteralmente giù dalla postazione dopo quattro dischi perché considerati troppo strani dai gestori. Oggi è tutto tematico e ristretto a un solo tipo di sound, dalle serate minimal a quelle disco, a meno che non si abbia l’opportunità di suonare per tre o quattro ore di fila.  Quanto alla psichedelia, beh, è un discorso difficile da spiegare. Per quanto mi riguarda risale ai primi anni Ottanta, molto prima dell’acid house, quando assumevo parecchi acidi e consideravo come musica psichedelica quella dell’elettricità. Passavo ore seduto in bagno ad ascoltare il ronzio elettrico della caldaia e fissavo un qualsiasi punto sulla parete o per terra, che mi sembrava un mondo.  Una piega del letto era una montagna da scalare. Musica o meno, sotto LSD ogni cosa dal punto di vista visuale mi appareva psichedelica.  In effetti non so cosa sia la musica psichedelica, anche se ovviamente certi dischi degli anni Sessanta vengono associati ad essa.

Com’è nata la tua passione per la musica?
Il primo amore è stato per il rock’n’roll degli anni Cinquanta, che ho scoperto nel 1974 (avevo 11 anni), periodo in cui era revival in Europa. Fu il primo genere di musica a suscitarmi qualcosa, a farmi sentire strano.  Lo stesso mi accadde con il glam rock di T.Rex, Slade e The Glitter Band.  Sapevo che il glam altro non era che rock’n’roll basilare vestito con pantaloni appariscenti e chiome lunghe. Poi uscì un film, That’ll Be The Day (dal titolo di Buddy Holly) sul passaggio in Inghilterra a fine anni Cinquanta dal rock’n’roll al rhythm’n’blues e i Beatles,  con i Teddy Boys ecc., che influì molto sul mio immaginario. Crescendo in periferia, poi, il tutto si amplificava. Pensa a come potevi sentirti se uscivi per strada vestito come David Bowie in Starman a Top Of The Pops! Quella fu una delle cose più esaltanti che abbia mai visto nella mia vita. Da allora, anche attraverso il punk, ho sempre associato la moda alla musica.

Che moda associavi all’acid house?
A dire il vero l’ecstasy mi apriva la mente ma distruggeva tutto il resto, compreso il mio gusto nel vestirmi facendolo diventare alquanto improbabile (ride, ndr).  Nonostante che la moda acid fosse molto hippy, io mi limitavo a portare i capelli lunghi. Mai messo vestiti con i fiori! Però portavo abiti più colorati rispetto alla decade precedente, quando vestivo di nero o in mimetica perché ossessionato dal dark di Joy Division e New Order e dal pesante industrial dei Throbbing Gristle. Per questo l’arrivo dell’acid house e l’assunzione di ecstasy sono stati per me come una vacanza di dieci anni, in cui ho ritrovato la leggerezza (ride, ndr) che avevo perso nel mondo post-industriale. Le canzoni erano tutte più allegre, ma forse era solo l’effetto della droga che mi mandava in pappa il cervello.  A un certo punto però ho dovuto smettere, perché mi presentavo a serate sempre più importanti in condizioni pietose, lanciavo i dischi per aria e mi prendevo in giro da solo.  Non ero più in grado di fare seriamente il mio lavoro, mi pagavano bene e rischiavo di perdere tutto.

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In che anno hai smesso di prendere acidi?
Ho iniziato nel 1984, quando un amico mi portò la roba da New York, e ho smesso dopo un uso poco costante nel 1994-95.

Gli anni del tuo picco artistico. Come hai fatto a conciliare l’attività di dj con quelle di produttore e remixer?
E’ semplice, specie se produci o fai remix di musica dance. Devi fare il dj nei week-end per sapere cosa succede in pista, e se questo ti esalta il lunedì quando entri in studio sei molto più ispirato. E se sei ispirato in studio, quando torni nel club suoni meglio. Le due cose si alimentano a vicenda.  La mia attività di remixer è decollata dopo la produzione di Loaded e ovviamente di Screamadelica dei Primal Scream. Avevo già fatto qualcosa per gli Happy Mondays, New Order e altri gruppi, ma prima di allora nessuno aveva preso in considerazione i Primal Scream.  Quel disco è stato una sorta di progetto che ha anticipato l’indie-dance di adesso.

Eri consapevole che avresti cambiato le sorti del rock per le generazioni a seguire?
Non ci ho mai pensato. Essendo appassionato di musica dance, ho sempre apprezzato i gruppi rock come i Primal Scream che frequentavano i club per la mia stessa passione, per ballare, non per farsi notare o peggio ancora per fare carriera. Ho rifiutato di remixare molte band per questo motivo. Loro li vidi per la prima volta a un concerto che dovevo recensire come giornalista per l’NME, e mi fecero un’ottima impressione. Poi li rividi scatenarsi in pista a una serata dove facevo il dj e da lì nacque il nostro sodalizio, in modo naturale e artistico.  Ero sicuro che non se la sarebbero presa se avessi eliminato le voci e modificato le percussioni dei loro pezzi.

Come vi siete presentati?
Era un lunedì, serata acid house allo Spectrum di Londra. Il mio manager Jeff Barrow era anche il loro addetto stampa. Venne da me con un pezzo dei Primal Scream dicendomi: “Non se lo fila nessuno, sei l’unico a cui può piacere. Fanne il cazzo che vuoi!”.  La musica migliore nasce dalle situazioni più casuali come quella, dove artisti e musicisti si incontrano perché è l’unica cosa che sanno fare, non sanno comunicare in altro modo. Se ti siedi intorno a un tavolo facendo equazioni, grafici e classifiche non ottieni quasi mai nulla.

Ti succedono ancora situazioni del genere?
Non così. Mi piace ancora fare remix, ma è naturale avere alti e bassi come in tutti i lavori. In questo periodo mi va bene, mi sono arrivate molte richieste. Sto lavorando per Manic Street Preachers, Adult e Florence and the Machine.  Succede sempre così, si torna alla ribalta dopo aver fatto un bel remix, che nel mio caso è stato un brano dell’anno scorso, Uptown dei Primal Scream. Mi diverto tuttora a sentire le tracce di altri artisti, capire come mettono insieme le varie parti ed entrare nella loro testa. Non si finisce mai di imparare.

Chi ti ha colpito di recente?
Joe Gideon & The Shark, un duo londinese composto da fratello e sorella che suonano un po’ come The White Stripes meet The Bad Seeds.  Li ho conosciuti come opening act di Nick Cave, una bomba! Adoro Pete Molinari, un cantautore prodigio che ha registrato il suo primo album nella cucina di Billy Childish e canta country alla vecchia maniera come Hank Williams e Patsy Cline. Poi ci sono alcuni come Fuskee e Shaun Johnston che fanno ottima musica disco psichedelica, lenta e groovy, molto meno noiosa di certa techno e minimal… Mi piace la minimal e in genere la musica funzionale e dritta, però mi ha un po’ stufato ultimamente.

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Cosa ne pensi di producer acclamati come Erol Alkan?
Erol è un tipo strano, l’ho sentito solo un paio di volte a Londra e mette musica un po’ troppo indie per i miei gusti, cose tipo Klaxons che non mi esaltano.  Mi piacciono alcune sue produzioni, ma in generale lo preferisco come remixer.  Uno dei miei remix dell’anno è la sua versione con Richard Norris di Ulysses dei Franz Ferdinand sotto l’alias Beyond The Wizard’s Sleeve.

Cosa ti ha influenzato per il tuo ultimo album Andrew Weatherall vs the Boardroom?
Quel disco mi piace molto, perché riassume un po’ tutto il mio trascorso post-punk, dub e techno.  Così come il mio primo album da solista (A Pox On The Pioneers, ndr), che uscirà tra un paio di mesi  e rappresenta trent’anni della mia storia musicale, ma non è influenzato solo dalla musica. Mi condiziona ogni forma d’arte, la pittura, la letteratura e i film, soprattutto le storie sui gangster degli anni Quaranta e Cinquanta che condensano in una frase o in una scena il trash e il pulp.  Questi racconti, scritti da autori spesso sottovalutati, si trovano nei libri che un tempo si vendevano per strada con quelli comici, e sono brevi ma molto efficaci.  Adoro anche la capacità di sintesi di autori come Checov e Conrad, perché quando si scrive una canzone pop di tre minuti bisogna fare lo stesso, condensare in poche parole intere situazioni.  A volte la pittura è un modo più immediato per esprimere emozioni e sentimenti, per cui anch’io mi diletto con questa forma artistica, soprattutto con la serigrafia e la xilografia. L’artwork dell’ultimo disco così come quello dei Two Lone Swordsmen è opera mia. Da ragazzo andavo malissimo a scuola ed ero un po’ troppo hooligan, per cui a 18 anni provai a entrare alla scuola d’arte ma ero troppo ribelle anche per quella (ride, ndr).

Ha senso fare un album di musica dance, quando sembra più logico un singolo o un remix?
In effetti è difficile fare un album che suoni bene nel suo insieme e non una semplice raccolta di tracce, problema di gran parte delle uscite techno ed elettroniche. Ma credo di esserci riuscito col mio ultimo album, dove ogni pezzo dura al massimo quattro minuti e il disco nel complesso funziona.  Ho fatto tutto da solo, specie in fase di scrittura, proprio per renderlo omogeneo e non scendere a compromessi con le idee di altre persone, per non dipendere da nessuno ed essere completamente consapevole e responsabile del risultato. Se farà schifo sarà solo colpa mia.

Sei stato paragonato al produttore Joe Meek per i tuoi metodi di registrazione…
Oh mio dio, quell’uomo era un mito! Ho persino intitolato Meek uno strano 12” in suo onore.  Il processo di scrittura che adotto all’inizio è tipico dell’elettronica: scrivo linee melodiche con computer e tastiera. Anche se non è una traccia dance, parto sempre dalla ritmica, dalle linee di batteria (dal vivo o campionata) e basso, poi passo agli accordi.  Quindi lo sviluppo diventa più organico, nel senso che si aggiungono parti strumentali. Vivo in una zona di Londra molto creativa e diversi musicisti passano da casa mia, chi con una chitarra (come è successo con gli Adult), chi con altri strumenti.  E ci suonano sopra, dando alla base elettronica un suono quasi live.

Chi suona gli strumenti nel tuo primo disco solista?
Suono da solo la batteria, le tastiere e canto. Da dieci anni ho smesso di spendere denaro nell’acquisto di dischi per trovare e campionare i suoni giusti, perché con un drumkit posso crearli di persona e anche meglio in un buono studio di registrazione.

Non è la prima volta che canti.
Infatti, a 16 anni cantavo in un gruppo groove (A Fractured Touch, ndr) ma per anni non l’ho più fatto. Ho ripreso per i due album di Two Lone Swordsmen, con qualche difficoltà (ride, ndr). Avrei fatto più soldi e sarei diventato più popolare se avessi fatto cantare qualcuno dei miei amici famosi. Ma non sarebbe stata la mia musica. Non mi piacciono le collaborazioni nei dischi dove ci sono diversi cantanti… Per migliorare le mie capacità vocali ho dovuto cantare dal vivo nei festival, davanti a migliaia di persone. E’ stata una prova durissima, come scalare una montagna, anche perché arrivavo da un periodo un po’ difficile della mia vita ed ero molto insicuro. Mi avrebbero potuto fischiare, lanciare oggetti contro. Cantare non è stata solo una scelta artistica, ma anche personale. I live mi hanno rafforzato interiormente e aiutato a prendere confidenza con la mia voce, che all’inizio era nella media ma alla fine, nel nuovo album, è davvero soddisfacente.

Consideri ancora Primal Scream e Clash le migliori rock band al mondo?
(Ride di gusto, ndr) Sono ancora tra le mie preferite, non ci sono molti gruppi rock buoni in giro. Sono un fan dei Rolling Stones, ma preferisco tornare indietro con la memoria agli anni Cinquanta. Probabilmente il miglior gruppo rock al mondo era The Johnny Burnette Trio, ma anche Gene Vincent e i Blue Caps. C’è una differenza enorme tra il rock e il rock’n’roll, non a caso quest’ultimo ha qualcosa in più, il roll. A me piace il rock’n’roll, non il rock. Molta musica rock è troppo rigida per i miei gusti, non ha lo swing.

Cosa provi a essere considerato una leggenda vivente?
(Ride e ironizza, ndr) Mi alzo la mattina, mi guardo allo specchio e dico: “Guarda che leggenda!”.  All’inizio del successo ero un po’ fuori controllo e troppo arrogante, ma era solo un misto di eccitazione e insicurezza. Una maschera per nascondere le mie fragilità. Perché ero sempre stato ossessionato dalla musica, avevo letto NME per anni e un bel giorno, all’improvviso, aprivo gli occhi e ci trovavo dentro la mia immagine.  Quindici anni fa se qualcuno veniva lì a farmi i complimenti mi gasavo o lo mandavo a quel paese con atteggiamento snob. Adesso sono molto più calmo, direi un gentleman, mi limito a ringraziare con gentilezza. Non mi piace il successo in sé, voglio che lo status sia fondato su basi solide, su ciò che ho prodotto.  La cosa più soddisfacente per me non è la fama, ma la certezza di aver fatto un buon lavoro.

Hai mai sfruttato la tua fama per conquistare le ragazze?
Yeah, ma non entro nei dettagli (ride, ndr). Soprattutto nei primi due anni dopo l’uscita di Screamadelica, mi trovavo spesso circondato da groupies e quindi… era puro divertimento. Poi, verso la metà degli anni Novanta, mi sono reso conto che le uniche cose in comune che avevo con le persone che mi circondavano erano la stanza dell’hotel e quella merda di droga che consumavamo.  Da circa dieci anni preferisco mettermi al lavoro piuttosto che andare alle feste.

E ora? Com’è il tuo stile di vita?
(Scherzando, ndr) Sono tornato a prendere quella merda di droga. No dai, faccio un gran bel lavoro. E mai come ora che è così difficile vendere dischi, è importante rimanere concentrati e fare le cose sul serio. Mi è capitato ancora di partecipare ai party e prendere droga, ma quattro anni fa ho avuto problemi molto seri. Ero arrivato a consumare 2 o 3 grammi di cocaina e una bottiglia di brandy tutti i giorni. Ho realizzato di essere arrivato al limite, ero disposto a vendere lo studio di registrazione e se lo avessi fatto avrei perso il lavoro, tutto. Ho smesso di colpo. Ho sofferto molto, sia fisicamente sia mentalmente, ma ho fatto una scelta. Mi sono divertito alle feste e con la droga, ma mi diverto di più a fare musica.

Ti alzi ancora alle sei del pomeriggio la domenica?
No, no! E’ un rischio se devo suonare il sabato sera, specie in Europa, ma cerco di alzarmi comunque a un’ora decente. In settimana sono abituato a svegliarmi presto la mattina, per poter lavorare in studio da mezzogiorno alle otto di sera. Otto ore, come qualsiasi lavoratore. Non mi piace sforare, piuttosto che star lì seduto sulle stesse cose alle quattro di notte, preferisco andare a casa e svegliarmi il mattino dopo con idee fresche. Ho sempre avuto una forte etica del lavoro, fin da ragazzo, quando mi svegliavo alle sei del mattino per andare a fare l’operaio.  Con la crisi economica e la quantità di musica in giro bisogna lavorare il doppio per restare allo stesso posto. Mark E. Smith (The Fall, ndr) ha detto: “La gente pensa che il rock’n’roll sia il mestiere più facile al mondo, ma sei fai rock’n’roll in modo serio è il mestiere più difficile al mondo”.  Ho letto questa sua affermazione cinque anni fa in piena session di cocaina e ho pensato che aveva ragione. Sarei dovuto uscirne subito.

Cosa desideri per il tuo futuro?
Nulla di quanto già non abbia. Sono la persona meno competitiva al mondo. Non è mancanza di ambizione, solo il desiderio di continuare a fare musica, scrivere, dipingere, iniziare un nuovo programma alla radio, rimanere me stesso. Ho raggiunto un buon equilibrio e uno stile di vita che mi piace, mi permette di essere felice senza compromessi pur non essendo miliardario. Per il mio futuro voglio mantenere il sistema che ho costruito negli ultimi dieci anni ed essere completamente responsabile di me stesso e delle mie azioni.




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