Doves
I Doves sono una band anomala nel panorama affollato della scena musicale d’oltre manica. Hanno raggiunto più volte la vetta delle classifiche inglesi, venduto palate di dischi, raccolto centinaia di migliaia di fan ai loro concerti. Eppure sono rimasti un gruppo minore, lontano anni luce dalle copertine patinate o dai tabloid più popolari, quasi immuni, o forse del tutto disinteressati, alle varie seduzioni del circo della celebrità. Troppo schivi, troppo normali, troppo concentrati sulla loro musica. In dieci anni di onorata carriera hanno concesso pochissimo ai cacciatori di gossip, lasciando che i loro dischi parlassero più di ogni chiacchiera pruriginosa o di qualche fotografia mondana. In occasione del quarto album in studio intitolato “Kingdom of Rust” abbiamo raggiunto telefonicamente Jimi Goodwin, il cantante del gruppo, per farci raccontare qualcosa di più del fenomeno brit più longevo del decennio.
Il vostro ultimo lavoro Some cities era uscito nel 2005. Avete impiegato quattro anni per tornare sulle scene. Cosa è successo in tutto questo tempo?
Prima di tutto abbiamo fatto un lungo tour per promuovere Some Cities dopodiché, stremati da anni di lavoro senza praticamente alcuna sosta, abbiamo deciso di staccare la spina per un po’, per prenderci una vacanza dai Doves. Io mi sono ritirato in campagna, ho ricaricato le batterie, cercando di vivere una vita normale per qualche mese. Nessun viaggio, poca mondanità. Dopo dieci anni di continui sballottamenti in giro per il mondo avevo bisogno di fermarmi, non ho più il fisico né l’età di quando abbiamo iniziato… (ride).
E’ stato difficile portare a termine il vostro quarto disco?
Non è stato facile. Non ti nascondo che ci sono stati periodi in cui ci siamo chiesti se sarebbe mai venuto alla luce. Tutti e tre abbiamo attraversato momenti privati molto delicati in questi ultimi anni. Lutti, delusioni sentimentali e cose del genere. Lavorare a un nuovo disco ci ha aiutato a distrarci dai nostri universi personali, funzionando come una valvola di sfogo. Abbiamo registrato Kingdom of Rust nel nostro studio di campagna, senza alcuna pressione esterna, senza nessuna scadenza specifica. A volte però questa scelta si è rivelata un’arma a doppio taglio perché avremmo potuto continuare a registrare le nuove tracce all’infinito. Siamo arrivati a dubitare delle nostre capacità e a interrogarci se avesse ancora un senso pubblicare dei dischi. Se fossimo all’altezza… Poi le canzoni hanno iniziato a prendere forma e l’entusiasmo è tornato, più forte di prima.
Vi sentite sollevati ora che l’album è stato completato?
Puoi dirlo. Soprattutto dopo aver impiegato dei mesi per decidere la scaletta dei brani. E’ stato un lavoro estenuante. Noi concepiamo l’album ancora come un corpo unico, con una sua storia, una sua totalità, e non come una semplice raccolta di singoli. Quindi la disposizione delle tracce ha la stessa importanza del montaggio per un regista. Abbiamo provato decine di soluzioni diverse e le abbiamo testate nelle circostanze più disparate sino a quando non abbiamo trovato la chiave giusta.
Qual è il significato del titolo di questo nuovo lavoro?
E’ semplicemente un titolo che ci è sembrato appropriato sin dal primo momento in cui abbiamo intitolato la canzone, che poi è finita sull’album, in quel modo. Crediamo sintetizzino entrambi l’atmosfera che ha pervaso queste registrazioni. Altri giornalisti mi hanno chiesto se era un’allusione ai tempi di crisi che stiamo vivendo a livello internazionale ma in realtà per noi ha una valenza molto più privata e personale. Ci piace comunque l’idea che sia un titolo aperto a diverse interpretazioni. E’ come un viaggio on the road…
Quali credi siano le principali differenze tra questo disco e quelli che l’hanno preceduto?
In Kingdom of Rust abbiamo cercato di ampliare lo spettro del nostro suono, giocando come mai in precedenza con alcune influenze elettroniche come i Kraftwerk o la colonna sonora di Blade Runner scritta da Vangelis. Un esempio evidente di questo nuovo approccio è riscontrabile in Jetstream che, non a caso, è il brano di apertura del disco. Per il resto abbiamo continuato ad indagare quei codici che ci contraddistinguono ormai da parecchi anni, provando a perfezionarne le sfumature…
Cosa vi ha influenzato durante la scrittura di Kingdom of Rust?
E’ difficile rispondere con lucidità, ci sono talmente tanti livelli inconsci che entrano a far parte dell’ispirazione. Credo ci sia una forte componente legata alla natura in queste canzoni, probabilmente dovuta al luogo dove le abbiamo scritte e registrate. Molte domande e riflessioni personali, molti libri che abbiamo letto, soprattutto Italo Calvino e poi un sacco di musica hip-hop anche se di fatto non penso si possa sentire sul disco… (ride)…
Qual è la tua canzone preferita dell’album?
Kingdom of Rust è stato sin dall’inizio il brano attorno al quale sono partite le registrazioni ed è stato anche il più immediato e facile da scrivere. Sul disco infatti abbiamo incluso il primo demo, senza ulteriori ritocchi o riscritture… Poi ti ritrovi a suonare dal vivo e ti accorgi di come altre canzoni subiscano una nuova metamorfosi, acquisendo nuovi significati… E’ una sorpresa continua che rende questo lavoro sempre nuovo e interessante…
Quante canzoni avete registrato?
Siamo partiti da una rosa di almeno sessanta idee diverse, ovviamente poi non le abbiamo completate tutte…
Come scegliete quale canzone finirà o meno sulla tracklist finale?
Dopo tanti anni insieme abbiamo sviluppato una sorta di intuito collettivo che ci permette d’individuare istintivamente cosa funziona e cosa no. Anche se poi ci sono delle divergenze che rallentano il processo di registrazione perché siamo un gruppo democratico e portiamo avanti solo le idee che soddisfano tutti e tre i componenti… A volte in effetti è un po’ complicato come approccio… (ride)…
Raccontami della collaborazione con Tom Rowlands dei Chemical Brothers nel brano 10:03 …
Tom è un amico… Come spesso capita in queste occasioni si parlava di fare qualcosa insieme da mesi, senza però avere mai il tempo di concretizzare davvero l’idea. Questa volta ci siamo riusciti. Ci ha raggiunto in studio e gli abbiamo chiesto di aiutarci ad arrangiare un paio di canzoni… Affidare a un’altra persona l’arrangiamento di un tuo brano è un modo di lavorare molto interessante, che non avevamo ancora sperimentato. Ti permette di vedere aspetti e potenzialità del tuo lavoro là dove non avresti mai creduto. Tom è un musicista di grandissimo talento…
Non avete mai pensato di tornare a suonare musica elettronica come ai tempi del vostro primo gruppo: i Sub Sub?
No, non in quella direzione. E’ stato un periodo che si è concluso con l’incendio del nostro studio di registrazione, anche se in realtà a quel punto stavano già sviluppando un suono molto più organico… Molto più simile ai Doves che non ai nostri esordi…
Se non ci fosse stato quell’incendio non ci sarebbero stati i Doves?
E’ impossibile risponderti. Eravamo già in una fase di profondo cambiamento, questo è sicuro… In un certo senso ci siamo trovati di fronte a un bivio: o smettiamo o cambiamo genere.
Si è trattato davvero di prendere una decisione così semplice.
Bianco o nero. E sotto alcuni aspetti è stato liberatorio ed intrigante ripartire completamente da zero…
Ti piacerebbe ritrovarti nella stessa situazione anche oggi?
Stai scherzando? Non avremmo né l’età né l’energia per una ripartenza del genere…
Non intendevo un nuovo incendio!
Per un attimo ho pensato che ti riferissi a quello! (ridiamo)
Comunque no, adesso siamo soddisfatti così. Abbiamo costruito qualcosa che ci rispecchia completamente e siamo contentissimi di essere tornati a suonare dal vivo.
Segui ancora la scena dei club? C’è qualcuno che ti piace in particolare?
Sono curioso per natura quindi sono alla continua ricerca di nuova musica, nuovi input. In realtà in questo momento preferisco l’hip-hop alla dance, soprattutto nelle sue varianti più sperimentali. Un produttore che ammiro moltissimo comunque è James Holden…
Quali artisti hanno contribuito alla tua formazione musicale?
C’è talmente tanta di quella roba che non saprei davvero da dove partire. Credo che Jimi Hendrix e i Clash mi abbiano influenzato più di qualunque altro quando ero ragazzino…
Ti ricordi ancora il primo concerto a cui hai assistito?
Puoi dirlo, I The Clash…
Davvero?
Avevo otto anni, mi ci portò mio padre, che era un grandissimo appassionato di musica… Sono stato molto fortunato in quel senso. Aveva un ottimo gusto…
La tua canzone preferita di tutti i tempi?
E’ assolutamente impossibile sceglierne una, cambia in continuazione di giorno in giorno…
Cosa vi spaventa di più come band?
In questo caso avevamo paura che dopo tanto tempo lontano dalla scene la gente semplicemente si fosse dimenticata di noi, o non fosse più interessata alla nostra musica…
E ovviamente non è stato così…
No, infatti. Siamo molto fortunati, sinora il tour è stato fantastico. In questi anni abbiamo costruito uno zoccolo di fan fedelissimi… Le copertine dei giornali e le attenzioni della stampa fanno piacere, nobilitano il tuo lavoro ma se poi i concerti sono semi deserti vuol dire che hai fallito nella cosa più importante: il contatto con il pubblico. Soprattutto ora che il mercato della musica è cambiato così radicalmente… In tutta onestà, mentre stavamo scrivendo il nuovo disco, più volte ci siamo chiesti se la nostra casa discografica avrebbe telefonato per informarci che ci scaricavano… E’ un periodo assurdo nel music business, il mondo nel quale abbiamo iniziato a lavorare negli anni novanta non esiste più…
Però Kingdom of Rust ha esordito direttamente al numero due delle classifica dei dischi più venduti in Inghilterra…
Non sai che sollievo, almeno ci siamo assicurati come minimo un altro disco… (ride)…
Cosa ti spaventa di più come individuo invece?
Le malattie mentali, la depressione. Purtroppo nella mia famiglia ci sono molti casi del genere, quindi spesso mi interrogo se capiterà anche a me, se ho un qualcosa di oscuro, pronto ad attendermi al varco, nelle vene…
Se non fossi un musicista che lavoro ti piacerebbe fare?
Qualcosa con la natura di mezzo… Forse il guardaparco… Sarebbe splendido… (ride)… O meglio ancora il regista di documentari…
Hai un regista preferito?
Jim Jarmusch, senza ombra di dubbio. Adoro ogni suo film ma Down by Law è il mio favorito in assoluto… Al secondo posto metterei Wim Wenders…
Sei un appassionato di serie televisive? C’è ne qualcuna che segui con particolare affezione?
The Wire, è la serie tv definitiva!
Hai mai avuto una ragazza italiana?
Puoi dirlo (ride sorpreso), è stato fantastico! Ci siamo frequentati per pochissimo ma è stato molto divertente…
A dispetto di molte delle band inglesi con le quali avete condiviso l’esperienza di raggiungere la vetta della top ten dei dischi più venduti in UK, voi non avete mai davvero popolato i tabloid con le vostre storie personali…
Perché è un aspetto del successo che non ci ha mai interessato.
La verità è che se vuoi rimanere fuori da determinate situazioni puoi farlo. Se vuoi davvero mantenere la privacy intorno alla tua vita di tutti i giorni è possibile riuscirci… O forse non siamo poi così interessanti… (ride)…
Che ricordi hai dell’Hacienda, il locale storico della scena di Madchester…
Sono stati anni memorabili, in cui sembrava che tutto fosse possibile, abbiamo visto tante di quelle band straordinarie… Non hai idea di quanta droga girasse all’epoca, siamo fortunati ad esserne usciti indenni…
Immagino che sia durante quei party leggendari che abbiate conosciuto Bernard Sumner, che in seguito avete coinvolto nel brano dei Sub Sub This Time I’m Not Wrong…
Esattamente e che pezzo fighissimo! Credo che in un certo senso abbia gettato le basi di ciò che poi sarebbero stati i Doves, spingendomi a finire dietro un microfono…
Non siete mai stati tentati di trasferirvi a Londra?
Stai scherzando? Manchester è molto meglio… Tutti i nostri amici sono qui, le nostre famiglie… Quando eravamo dei ragazzini poi c’era la migliore scena musicale inglese…
E’ ancora così?
Forse non a quel livello ma il successo degli Elbow ha riportato l’attenzione sulla città e un certo clima d’entusiasmo…
Jez e Andy Williams sono fratelli, ti sei mai sentito una sorta d’intruso nella loro famigliola?
Ci conosciamo da più di vent’anni, e come se facessi parte anche io della famiglia ormai…(ride)…
Siete ormai degli habituè di Glastonbury, ci sarete anche quest’anno?
Si e non vediamo l’ora. E’ passato un po’ di tempo dalla nostra ultima esibizione. Abbiamo optato per il palco più piccolo, dedicato a John Peel, suoneremo per ultimi la serata di venerdì…
Molti si sono lamentati che non era grande abbastanza per noi e che avremmo dovuto scegliere il secondo palco, ma questa volta volevamo un’atmosfera più da club… Per scatenarci a dovere e avere un contatto più diretto con il pubblico…
E se doveste sbancare il botteghino da qui a fine giugno?
Non cambierebbe nulla, non siamo una band che ambisce alle grandi arene. Certo non ci dispiacerebbe ma la cosa più importante è avere dei fan fedeli e duraturi…















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