Dissonanze 09
L’8 e il 9 maggio scorso siamo stati alla nona edizione di Dissonanze, il festival di musica elettronica più importante in Italia, per verificare lo stato di salute della musica da club (e non solo) nel nostro paese e per scoprire dal vivo piacevoli sorprese, come suggerito dal claim “Never stop discovering”. Il contesto organizzativo, nel collaudato e scenografico Palazzo dei Congressi all’Eur di Roma, ha retto bene gli inevitabili spostamenti d’orario del cast e l’ondata di pubblico con oltre 20mila biglietti venduti, senza mai sfociare in situazioni insostenibili. L’offerta musicale di quest’anno, eterogenea dal punto di vista stilistico anche se meno ricercata rispetto a precedenti edizioni, è riuscita nella missione quasi impossibile di radunare il popolo del clubbing al salone, i trend setter del pop e i puristi dell’elettronica nell’aula magna, e infine gli esploratori delle contaminazioni hip hop sulla terrazza. Tre ambienti differenti, ma legati da un flusso unico di persone, un serpentone umano sempre più dinamico e disordinato, che tra l’altro ha propiziato eccessive possibilità di “sballo” come da previsioni.
Venerdì 8. E’ la serata di maggior affluenza, dettata probabilmente dalla presenza di Magda, dj polacca cresciuta a Detroit e lanciata dalla M_nus che ha richiamato orde di fanatici della minimal da tutta Italia con tanto di striscioni e cori da stadio. La contemporaneità delle performance nelle tre location e i ritardi costringono a fare delle scelte, o in alternativa a correre da un posto all’altro per seguire più act. Arriviamo quando i Moderat, curiosa combinazione tutta berlinese tra Modeselektor e Apparat, attaccano con qualche difficoltà tecnica Rusty Nails, proponendo un set atmosferico come su disco ma senza lampi emotivi, coadiuvati dalla proiezione di immagini suggestive in slow motion e dalla quasi totale assenza di luce in sala.
Nell’aula magna semivuota il live di Telepathe precede il post rock canonico dei Mokadelic, ma il duo di Brooklyn appare troppo ingessato e impaurito per convincere, ed è la prima delusione del festival. Per risollevarci saliamo in terrazza, dove uno scatenato Gaslamp Killer dalla “capa rezza” bionda sta portando avanti un set funk “negroide” interminabile. Samiyam non sembra aiutarlo molto come MC, urlando solo frasi come “make some noise” e “motherfucker”. La crew losangelina non è completa fino all’arrivo della vera stella della serata, Flying Lotus. Il nipote di Alice Coltrane ha indubbio talento, ma questa sera è in vena caciarona e dopo qualche beat originale infila Mr. Oizo tra Snoop Dogg e altri pezzi hip hop vecchia scuola. La folla poco esigente gradisce, balla e applaude sulle panchine di marmo, certo è che l’esibizione di Steven Ellison lo scorso anno al Sonar fu di tutt’altra pasta: wonky, dubstep e IDM futuribile. Pazienza. Molliamo l’ultimo della cricca, non certo il peggiore, il bizzarro Daedalus in frac bianco, forse sul più bello del suo spassoso live, per buttare un orecchio sulle sperimentazioni teutoniche degli assi raster-noton. Lo show case di Uwe Schmidt vestito da Atom è un chirurgico susseguirsi di codici binari scarni e kraftwerkiani accompagnati da visual creativi, che include una versione marziana di Oyo Come Va e un tool per osservare in tempo reale le sue manipolazioni digitali. Il ritmo di Olaf Bender (Byetone), scandito da numeri che scorrono sul megaschermo, ha un effetto liquido similmente cerebrale ma più tecnoide, mentre l’elettronica metronomica dei Signal, con Carsten Nicolai (alva noto) e Frank Bretschneider a chiudere il cerchio, ha lo stesso impatto dirompente dell’album Robotron, che per l’occasione viene riproposto in toto. Usciti dall’aula magna, sentiamo i bassi techno rimbalzare sulle pareti del salone a noi contiguo, ma siamo troppo esausti per affrontare lo strascico rave che esonda lungo il corridoio e cerchiamo la via di fuga più rapida.
Sabato 9. Il Palazzo da poco aperto è ancora vuoto. La sua facciata splendidamente illuminata lascia presagire qualcosa di diverso dalla sera precedente. Qualcosa di più tranquillo o forse solo più pettinato. L’attenzione è tutta per Bat For Lashes, la cui esibizione è stata anticipata rispetto a Micachu & The Shapes. Per ingannare l’attesa, ci spostiamo nel salone dove Lindstrøm ha appena aperto le danze. Il norvegese, perfettamente statico e trincerato dietro il suo laptop, diffonde musica italo progressiva e spaziale in forma di suite sci-fi lunghe e cinematiche. Il ritmo è gradevole e aumenta col passare dei minuti, ma l’impressione è che nulla sarebbe cambiato se l’artista si fosse limitato a inserire il disco Where You Go I Go e premere il tasto play. Torniamo nell’aula magna, che nel frattempo si è riempita all’inverosimile, per il live di Bat For Lashes.
Avvolta da una tutina rigata e aderente, Natasha Khan si muove come un folletto da un estremo all’altro del palco. Salta scalza in uno spazio limitato da ceri sparsi qua e là, teste di cerbiatto appese e orpelli vari tra il fiabesco e il kitsch, che distraggono più che incantare. La sua voce, sussurrata o acuta tra Sarah McLachlan e Björk, amplifica l’effetto mistico-esoterico dei suoni ora folk ora pop a tinte gotiche ed elettroniche, scanditi dalle percussioni di Sarah Jones. La platea indie rimane ipnotizzata, non solo sotto le note sintetiche di Daniel. Effettivamente la Khan è brava, ci sa fare col microfono, con il piano e con qualsiasi altro strumento le passi sotto mano, ma lo show risulta in alcuni momenti artefatto e ripetitivo. Nel complesso convincente, ma ci pare un po’ prematuro gridare al miracolo. Esaurita la spiritualità torniamo al carnale, risalendo la rampa per assistere al carnevale afrofunk di Radioclit feat. Afrikan Boy & Mo Laudi e quello successivo dei Buraka Som Sistema. Un’esplosione di colori condita da ritmi samba e kuduro, trombe da stadio, beat house anni ‘90 e urla piatch. Un vero spasso per il pubblico, sempre più danzereccio e sudato, e per gli stessi artisti coinvolti. Conductor e Kalaf, da veri agitatori, richiamano sul palco decine di ragazze succinte per la gioia o l’orrore dei presenti. Sotto i sample randomici di Lil’ John, tra Rhythm Is A Dancer e Killing In The Name, una ballerina portoghese si dimena offrendo in pasto alla folla il posteriore e sollevando sul finale di Thunderstruck la sua gamba come fosse la chitarra di Angus Young. Delirio. Per riprendere fiato torniamo al salone, dove Laurent Garnier sta lavorando di mestiere con i suoi quattro musicisti di supporto, tra cui gli ottimi Philippe Anicaud e Benjamin Rippert di Tales Of A Kleptomaniac e il maestro Philippe Nadaud al sax. Il set da dancefloor con parti strumentali è eclettico, forse troppo per il pubblico romano, ma pur sempre godibile come un classico: meno ressa coatta e busti nudi, più tacchi 12 e bollicine rispetto a venerdì sera. In aula magna Peter Christopherson (Coil e Throbbing Gristle), con movenze sciamaniche nel suo accappatoio dalmatato, sta ultimando il live. La musica ambient è estrema e inquietante come le luccicanze da videofonino alle sue spalle, che ritraggono ogni tipo di orrore sulla faccia della terra. Pesante. Ormai provati, ci allontaniamo con i piacevoli rimbombi ovattati della massa critica nei timpani. Un pensiero al letto, un altro alla decima edizione di Dissonanze.



















1 commento per “Dissonanze 09”
Marco ha scritto:
24 giugno 2009 alle 23:41
Molto bella la prima foto
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