Martin De Thurah
Foto di Sacha Maric. Colors & retouch: Werkstette.
Martin De Thurah è destinato, più di chiunque altro, a raccogliere l’eredità dei maestri Michel Gondry, Spike Jonze e Chris Cunningham, nel dare una dignità artistica al linguaggio del video-clip. Danese, 35 anni, ha lavorato con nomi del calibro di Kanye West, Editors, Futureheads, Mew, Glasvegas ma è, soprattutto, l’autore di uno dei video più intensi e spettacolari del decennio: “What Else Is There” dei Royksopp. Un clip visionario che attinge nel profondo della dimensione onirica del suo autore, sintetizzando una visione estetica personalissima, ripresa anche nei due mediometraggi “Young Man Falling” e “We who stayed behind”. Senza dimenticare uno dei capolavori dell’anno: il suo ultimo -entusiasmante- video girato per “When I grow up” di Fever Ray… Il danese ha un futuro luminoso davanti e PIG lo ha intervistato in esclusiva, trovandolo in procinto di partire per la sua prima retrospettiva monografica. Dove? A Bogotà, in Colombia! Miracoli della globalizzazione…
Ciao Martin, come stai?
Benissimo grazie, è una splendida giornata di sole da queste parti. La prima dopo parecchi giorni di freddo e pioggia costanti…
Dove ti trovi in questo momento?
Sono negli uffici della Bacon, la mia casa di produzione. In realtà sono in cortile a prendere un po’ di sole, spero di abbronzarmi un po’ durante questa intervista!
Sei a Copenaghen quindi?
Esatto, sono a casa, ma domani parto per Bogotà…
Bogotà?
Sì, andrò ad inaugurare la mia prima retrospettiva monografica. Un evento collegato a un film festival, dove verranno proiettati i miei due cortometraggi e in seguito terrò un seminario.
La tua fama quindi è arrivata sino in Colombia…
Non posso che esserne felice e ovviamente sorpreso. Le cose stanno andando parecchio bene ultimamente…
Hai voglia di raccontarmi la tua storia e cosa ti ha spinto a diventare un filmmaker?
Ho iniziato a dipingere al liceo e per anni mi sono dedicato soltanto alla pittura. Avevo un atelier e mi occupavo principalmente di arti figurative e grafica. A un certo punto però ho sentito il bisogno di entrare in una scuola d’arte per affinare la tecnica e allargare i miei orizzonti. All’inizio ho pensato di iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti, ma nel frattempo stava crescendo in me l’esigenza di confrontarmi con un nuovo mezzo espressivo, che mi desse l’opportunità di uscire dal mio guscio e di confrontarmi con il mondo esterno. Dipingere è fondamentalmente un fatto privato, ma io a quel punto sentivo il bisogno di interagire, di condividere le mie idee con altre persone, immergermi in una realtà che avesse una dimensione più collettiva. Così, quasi per gioco, senza nessuna reale speranza di farcela, ho fatto un test di ammissione alla scuola di cinematografia. Le possibilità che mi prendessero erano quasi nulle: venivano selezionati soltanto sei persone ogni due anni, a seconda dei vari dipartimenti, a fronte di una richiesta di centinaia e centinaia di aspiranti cineasti.
Immagino già l’happy ending della storia…
Sì esatto, con mia grande sorpresa sono stato selezionato. Non avevo mai lavorato con il cinema e quindi ero nervosissimo, avevo paura che non sarei mai stato all’altezza. C’era però qualcosa nel linguaggio cinematografico che mi affascinava, qualcosa di unico, in grado di smuovermi all’interno, più di qualsiasi altra arte. Ero attratto da questo mezzo che non conoscevo, volevo appropriarmi dei suoi segreti, padroneggiarne la tecnica. Ho imparato moltissimo in quegli anni, soprattutto a mescolare stili diversi: fiction, animazione, documentario.
Il tuo primo video musicale?
E’ venuto dopo la scuola, nel 2004. Dovevo girarlo con una mia amica artista, per una cantante danese: Lise Westzynthius. Durante la fase di preparazione però questa mia amica abbandonò il progetto per andare a lavorare a Londra e io decisi di continuare da solo, anche se non avevo la minima idea di come sarebbe andata a finire. Incontrai Lise, la cantante, e rimasi subito colpito dalla sua pelle pallidissima e le scattai delle foto. Soprattutto dei dettagli delle sue vene. Da lì presi l’idea di concentrarmi sul suo corpo e in particolare sulle sue vene e il sangue che vi scorreva all’interno. In animazione ho trasformato il suo flusso sanguigno in disegni dalle forme astratte, lungo le gambe, le braccia e così via.
Come se un qualcosa di pericoloso stesse avanzando dentro di lei… Nonostante la mia inesperienza quel primo lavoro è piaciuto moltissimo…
Il video musicale è stato sin dall’inizio un mezzo con il quale volevi cimentarti e costruirti una carriera o è stato un incidente di percorso?
All’epoca ero più che altro interessato a creare un linguaggio personale. Sin dai tempi della scuola ho cercato di combinare le forme d’espressione più diverse, alla ricerca di un’estetica specifica, altamente riconoscibile. Spesso un film si limita a raccontare una storia attraverso le immagini, traducendo la parola scritta. Io volevo evitare questa strada, caricando ogni inquadratura con diverse sfumature e livelli di significato differenti, applicando al cinema un approccio che ho ereditato dalla pittura. Il video musicale è un mezzo altamente evocativo, che permette di sperimentare molto, lasciando all’artista o al gruppo di turno il compito di comunicare con le parole, mentre al regista spetta arredare lo spazio visivo suggerito dalla musica. E’ un’ottima palestra creativa. Dopo quel primo video rimasi entusiasta perché ero finalmente riuscito ad esprimermi in maniera profonda. Poco tempo dopo altre band hanno iniziato a contattarmi e ho capito di voler approfondire la mia relazione con quel formato, sperando un giorno di arrivare a dirigere degli artisti di caratura internazionale. Non avrei mai creduto che un giorno sarebbe successo davvero…
Sino a quando non è arrivata la proposta dei Royksopp a smentirti…
Esatto, loro sono stati la prima band davvero famosa con la quale ho lavorato…
Mi racconti com’è andata?
I Royksopp erano alla ricerca di un regista da più di un mese quando si sono imbattuti in Human dei Carpark North: un video che mi è valso i primi riconoscimenti internazionali e che ha diffuso il mio nome, per la prima volta, al di fuori dei circuiti locali. Quando mi hanno contattato, per chiedermi di girare un clip per loro, ero nel mezzo di un altro progetto, nello specifico con i Mew, una band danese. What Else Is There però era la mia canzone preferita del loro album e nonostante non avessi tempo, perché impegnato con un altro gruppo, ho deciso incoscientemente di accettare lo stesso la proposta. L’occasione era troppo importante. Ho chiamato il mio editor e gli ho detto che sarei stato leggermente in ritardo con il video dei Mew e la mattina stessa mentre ero in ufficio, quasi nel panico, ho scritto di getto l’idea per What Else Is There. La sera prima avevo avuto uno di quei sogni ricorrenti che faccio sin da quando sono bambino: un sogno dove mi muovo fluttuando attraverso differenti spazi emozionali, attraverso paesaggi diversi, all’interno dei quali mi sposto concentrandomi sui miei stati d’animo. E’ un sogno che faccio da quando ho otto anni: i movimenti del mio corpo non sono più collegati a delle reazioni muscolari ma a delle reazioni emotive. Ho deciso che quel sogno sarebbe stato il soggetto principale per il video dei Royksopp. La protagonista infatti in What Else Is There non compie un movimento fisico ma bensì mentale… In seguito ho aggiunto, a quel primo livello di significato, un riferimento ad una sensazione che spesso mi attraversa nella vita quotidiana ma che non sono mai riuscito davvero a decifrare: un senso di attesa, quasi un desiderio inconscio, affinché avvenga un qualcosa di drammatico che interrompa il corso ordinario della giornata, svegliandomi dal torpore della routine. Ecco perché ho voluto inserire in lontananza le immagini di una tempesta incombente: per evocare quella sensazione, per suscitare quello stato d’animo, come se qualcosa d’irrimediabile stesse per accadere.
Un altro aspetto importante del soggetto riguardava il concetto di sdoppiamento e identificazione: la protagonista infatti a un certo punto smette di fluttuare nell’aria e cammina in una stanza che sembra un dipinto rinascimentale, dove incontra se stessa. Non a caso però questa se stessa è un’altra persona, nello specifico Karin Dreijer dei The Knife… Come puoi constatare avevo tra le mani un’idea molto astratta e stratificata… Ho scritto tutto in poco più di due ore, quasi in uno stato di dormiveglia…
Quanto tempo hai impiegato invece a trasformare il soggetto in immagini?
Ho avuto pochissimo tempo: un giorno per le riprese principali, uno per i dettagli e neanche due settimane per la post-produzione. Dopodiché sono volato a Parigi per mostrarlo ai Royksopp e ai tipi della casa discografica…
E ovviamente se ne sono innamorati…
No, di fatto la prima visione è stata un disastro. La stanza dove tenemmo la riunione era inondata di luce e lo schermo della televisione che usammo per lo screening era scurissimo, non si vedevano altro che dei riflessi indistinti su una superficie nera. Ogni tanto qua e là si riusciva appena a intravedere il viso della protagonista. Ti lascio immaginare l’imbarazzo generale. Nonostante ciò sono stati tutti gentilissimi e mi hanno ricoperto di cd prima di rispedirmi in Danimarca. Qualche giorno dopo mi hanno telefonato per congratularsi: avevano visto il video su una televisione normale, in condizioni di luce neutre. Ho tirato un sospiro di sollievo.
Come hai convinto Karin Dreijer a farsi riprendere nel video dei Royksopp?
Le ho detto che avrebbe soltanto mangiato una mela, per non più di due secondi. E’ bastato quello a convincerla (ride). Il giorno dopo era a Copenaghen nel mio studio di posa… Karin è una persona fantastica e molto divertente. Ci siamo piaciuti all’istante. Riesce sempre a farmi ridere…
Immagino si tratti di stima reciproca, dato che poi ti ha affidato la regia di When I Grow Up, brano tratto dal suo esordio solista come Fever Ray…
Ho incontrato i suoi manager lo scorso novembre a Londra, e mi hanno subito proposto di girare il video del secondo singolo estratto dal suo nuovo album. Ero entusiasta all’idea anche perché a dirigere il primo era stato chiamato un mio caro amico, nonché un regista dal talento straordinario, Andreas Nilsson.
Hai avuto totale libertà artistica in questa occasione o Karin ha voluto mettere il suo zampino?
Karin mi ha dato campo libero. Si è limitata ad approvare il progetto. Il budget a disposizione era molto basso quindi ho limitato il tutto a una sola location. Ancora una volta il soggetto è nato da un intreccio stratificato di ricordi e suggestioni. Come la sensazione di calma che mi avvolgeva tornato a casa da scuola, nel sobborgo residenziale di Copenaghen dove viveva la mia famiglia. Tornavo a casa a piedi e ad accogliermi c’era sempre un silenzio profondo, gli adulti erano ancora al lavoro, e l’intero quartiere era deserto. Ho pensato d’inserire una giovane ragazza in questo scenario, aggiungendoci una piscina. Un’idea che mi è venuta riguardando alcune foto che ho scattato durante un mio viaggio in Polonia. Sfogliando quelle foto mi ha colpito la desolazione di una piscina abbandonata che avevo fotografato. Ho deciso d’inserirla nel video come il luogo adibito a uno strano rituale privato, in cui l’acqua prende vita seguendo la danza di una ragazzina solitaria. Abbiamo girato tutto in un solo giorno, con l’aiuto di un sacco di amici, tutti entusiasti di far parte del progetto. Ci siamo ammazzati di freddo ma è stato uno dei set più divertenti al quale mi sia capitato di partecipare.
Un altro video dalla straordinaria intensità visiva è quello di Flowers and Football Top dei Glasvegas…
I Glasvegas, in questo caso, volevano una video performance dove fosse presente la band al completo. Avevano visto alcuni miei video ed erano affascinati dal modo in cui filmavo i gruppi. Siamo partiti da quel presupposto per poi sviluppare altre dimensioni testuali.
La polvere che attraversa in maniera ricorrente le diverse scene del clip e connette le vite dei vari personaggi, la tempesta che consuma le loro esistenze, una storia d’amore fragile e tormentata, appena accennata. In questo video volevo rappresentare tutta una serie di emozioni elementari, molto minimali. Creare un’atmosfera densa di solitudine e di connessioni tra gli elementi del mondo naturale e i sentimenti più basilari dell’uomo…
Hai lavorato anche con Kanye West per il video di Flashing Lights. Alla fine però il tuo lavoro è stato accantonato ed è stato rigirato il tutto con Spike Jonze. Cosa è andato storto in quell’occasione?
Credo che il risultato fosse troppo europeo per i loro gusti. Abbiamo avuto molti problemi nel corso della lavorazione, soprattutto sul piano della produzione. I tempi si sono dimostrati troppo stretti, in parte a causa della limitata disponibilità di Kanye. Anche se di fatto non è stata colpa di nessuno, le cose non hanno semplicemente funzionato. Le aspettative erano altissime. Kanye avrebbe voluto un video dall’alto contenuto emotivo ma la mia visione non ha incontrato la sua estetica. E’ un peccato perché quel video può non essere un capolavoro, ma mostra Kanye West in una dimensione inedita, a mio avviso interessante. Spike Jonze in seguito si è semplicemente limitato ad aiutarlo a concretizzare un’ idea personale, che aveva già scritto di suo pugno…
C’è qualche gruppo in particolare con il quale ti piacerebbe lavorare in futuro?
Ce ne sono molti in realtà. I Depeche Mode ad esempio, o i Sonic Youth…
Quali artisti hanno contribuito alla formazione della tua estetica?
E’ difficile da dire, in maniera lucida. Sono influenzato dai pensieri e dagli stati d’animo più che dall’estetica. Ci sono moltissime cose che probabilmente hanno concorso a formare la mia personale visione del mondo, ma credo che in primo piano ci sia un livello inconscio a fare da filtro con la realtà esterna. Sono attratto dalle persone che hanno un aspetto vulnerabile ma allo stesso tempo una forte carica emozionale, mi interessa la complessità dell’essere umano… Credo sia la mia stessa sensibilità a generare la mia estetica, e non qualcosa di esterno…
Con quale criterio accetti o meno un lavoro? Hai mai rifiutato di girare un video perché la musica non ti piaceva?
Succede molto spesso. Anche se il più delle volte la ragione che mi spinge a rifiutare una commissione è la mancanza di tempo. Purtroppo è successo di recente con i Depeche Mode e gli Yeah Yeah Yeahs… Mi è dispiaciuto, ma proprio non avevo il tempo materiale… Sono sicuro che ci saranno altre occasioni in futuro…
Stai lavorando a dei nuovi video in questo momento?
Si, con i Mew, per cui ho già diretto un video in precedenza… E poi collaborerò con un’artista svedese, Jenny Wilson.
Parallelamente alla tua carriera da regista di video-clip stai portando avanti anche quella relativa ai cortometraggi d’autore, con la prospettiva immagino di convogliare entrambe in un vero e proprio lungometraggio. Hai voglia di parlarmi un po’ di questa tua seconda “carriera”. Ho avuto la fortuna di vedere sia Young Man Falling che We Who Stayed Behind e sono rimasto estasiato dalla purezza e dall’intensità delle immagini. Emerge un talento cristallino e un immaginario poetico stratificato ed estremamente personale…
Young Man Falling è stato il mio esordio alla regia, al di là ovviamente del discorso relativo ai video-clip. La sceneggiatura è frutto di una collaborazione tra me e Rune Schjott, un mio amico scrittore. Per un lungo periodo abbiamo fatto degli incontri in cui passavano intere serate a raccontarci della nostra adolescenza e della nostra infanzia, raccogliendo così un bagaglio di appunti da elaborare. Il più delle volte erano storie che riguardavano il senso di alienazione e di inadeguatezza che abbiamo attraversato in quegli anni. Sin dall’inizio è stato chiaro che i protagonisti sarebbero stati dei personaggi introversi, anche se dall’esterno avrebbero dovuto mantenere un’energia positiva e un candore adolescenziale. Abbiamo lavorato con un budget praticamente inesistente e attori non professionisti, ma, dalla prima inquadratura, mi sono reso conto di avere qualcosa di prezioso tra le mani. E’ stato un lavoro complesso e difficilissimo, gestire tutti gli aspetti di un film vero e proprio, anche se in formato cortometraggio, ma alla fine il senso di soddisfazione è stato inappagabile.
I miei lavori non sono mai esplicitamente autobiografici, non raccontano storie che mi sono realmente accadute, sono frutto però di una profonda rielaborazione delle mie esperienze personali, riproposte attraverso un filtro estetico, e questo comporta un legame fortissimo con tutto quello che faccio come filmmaker. In ogni singola immagine c’è un pezzo di me, della mia storia… We who stayed behind invece mi è stato commissionato. La casa di produzione doveva girare un film sulla povertà infantile, e a lungo sono stato indeciso se accettare l’offerta o meno. Soltanto quando ho sviluppato un’ idea, un percorso legato al mio retaggio emozionale, sono stato in grado di dirigerlo. Ho memorie molte malinconiche della mia infanzia, per me è stato un periodo di grandi paure, incertezze, tormenti quasi apocalittici.
Nel film però volevo immettere un evocativo senso di speranza perché è quello che credevo i bambini volessero vedere. E, d’altra parte, era quello che volevo provare io stesso, come adulto. We who stayed behind non è altro che una favola moderna…
Quanto è importante la musica nella tua vita?
E’ fondamentale, mi accompagna in ogni momento. Dall’istante in cui mi alzo sino a quando vado a dormire. Mi aiuta a concentrarmi nel lavoro, mi aiuta a mettere a fuoco le idee…
Che cosa ti piace ascoltare?
Di tutto, dai Pixies a Laurie Andersson…
In quale film ti sarebbe piaciuto recitare?
Avrei voluto avere il ruolo di Martin Sheen in Apocalypse Now o di Woody Allen in Manhattan…
Cosa ti spaventa di più come persona?
Il non riuscire a trovare un equilibrio tra il lavoro e il resto della mia vita.
Come regista?
Sono spaventato quando non so cosa sto facendo…
Se potessi rinascere donna chi ti piacerebbe essere?
Catherine Deneuve, o Michelle Obama (scoppiamo a ridere).
Hai un video-clip preferito?
Adoro All is Full Of Love, diretto da Chris Cunningham per Bjork e The Hardest Button To Button di Michel Gondry, per i White Stripes… Sono due maestri del genere…
Come ti immagini tra dieci anni?
Indosserò un cappello, avrò un po’ di pancetta e due figli meravigliosi. Probabilmente non vivrò più in Danimarca e sarò in procinto di girare il mio quarto lungometraggio…
Un attore che ti piacerebbe dirigere?
Jean Paul Belmondo, Sean Penn e perché no, Johnny Depp.
Se non fossi un regista che lavoro vorresti fare?
L’ imprenditore forse, di Import/Export (ridiamo)…
Qual è la sensazione che provi con maggiore frequenza in una giornata qualunque?
Il desiderio di baciare combinato ad un’inquietudine costante. In senso positivo però…
Se potessi viaggiare indietro nel tempo in quale epoca storica ti piacerebbe vivere?
Il rinascimento.
Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti sei svegliato questa mattina?
Dove ho messo il computer?
Cosa fai di solito prima di andare a dormire?
Ho l’abitudine di scrivere alcune mail, quelle personali, che non sono riuscito a mandare durante la giornata lavorativa…
Se avessi l’opportunità di parlare al te stesso bambino cosa gli diresti?
Don’t worry, is going to be ok…
Quali poster avevi nella tua cameretta da piccolo?
Quello di Top Gun, una pantera nera, e una donna con il seno prorompente (ride)
Il tuo film danese preferito?
Le onde del destino di Lars Von Trier, anche se in realtà è un film che ho visto molti anni fa. E’ più che altro un ricordo… Non so se penserei la stessa cosa riguardandolo oggi…
La tua serie Tv preferita?
Un qualsiasi programma della Bbc con gli animali…
Ti piacerebbe lavorare con la televisione?
Ad un progetto adatto a me, perché no. Si tratta sempre di comunicazione. Esiste della televisione di grande qualità. Anche se voi italiani immagino non ne sappiate un granché… (ride)
Quanto dovremo aspettare per un tuo lungometraggio?
Di fatto ho già iniziato a lavorarci. Probabilmente si tratterà di un thriller. Non ne sono ancora sicuro. Vorrei iniziare a girarlo entro la fine del prossimo anno.
Cosa ti manca di più di Copenaghen quando sei all’estero?
La mia bicicletta, soprattutto in estate.
Come trascorri il tuo tempo libero?
Cerco di stare con i miei amici il più possibile e mi piace ballare, anche se non si direbbe…
In effetti mi sarei aspettato un altro genere di risposta, fai qualche ballo in particolare?
No (esplode a ridere), I do my own dance…
Immaginavo, e sono sicuro che ti riesca anche particolarmente bene…
Cosa farai dopo questa intervista?
Andrò a mettermi un po’ di crema doposole. Non vorrei ustionarmi prima di arrivare in Colombia!



















Loading... 

Lascia un commento: