Parra

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Se siete mai passati da Amsterdam, magari vi siete anche persi da qualche parte e dato che di Olandese non ne masticavate, allora avrete sicuramente cercato dei riferimenti visivi per le strade, sui muri, nei colori e nelle scritte dei poster appesi in giro. Forse non è andata proprio così, ma ci sono lo stesso buone probabilità che vi siate imbattuti in uno dei poster o flyer disegnati da Pieter Janssen, per gli amici Parra. Un ragazzo paranoico con la fissa dello skateboard e della Italo Disco. Lo abbiamo conosciuto a cena, la sera prima dell’apertura della sua prima personale Italiana, a casa della gallerista Patricia Armocida.

Intervista di Marco Velardi. Foto di Piotr Niepsuj.

Mi sono sempre chiesto l’origine del tuo nome, da dove viene Parra?
È molto semplice, Parra è il diminutivo per Paranoid, che mi è stato dato da un amico DJ di Amsterdam perché sono sempre stato paranoico di non essere in lista nei club. Una sera credo di averlo chiamato sei volte di fila, per confermare che fossi accreditato, e l’ultima volta lui mi rispose infastidito che il mio nome non era Pieter ma Parra da quanto ero paranoico. Così decisi di usare quell’appellativo ed eccomi qui.

Il tuo vero nome qual è?
Mi chiamo Pieter Janssen, ma è un nome comune e noioso, come se mi chiamassi Mike Smith negli Stati Uniti. Per questo ho preferito adottare Parra.

Un’altra cosa che mi chiedo sempre vedendo il tuo lavoro è qual è il tuo background? Cosa ti ha dato lo stimolo di iniziare?
In origine ero uno skater, con sponsor al fianco, e cercavo di farne una carriera, ma a 21 anni mi resi conto che non sarebbe mai successo. Capii che ero sempre stato interessato alle grafiche delle tavole, forse anche perché mio padre era un pittore e l’arte mi aveva sempre intrigato e quando dovetti decidere all’ultimo cosa volevo fare, mi iscrissi ad una scuola per diventare insegnante di disegno. Fu la mossa sbagliata, perché non frequentai i corsi con costanza e continuai ad andare in skate. A un certo punto dovetti andare ad Amsterdam per uno stage di tre mesi, ma non tornai mai più a casa. Amsterdam si rivelò troppo interessante e il mio datore di lavoro ai tempi era un tipo in gamba, che mi insegnò moltissimo. Era il 1998, e la mia vita prese una nuova piega iniziando con la grafica e passando all’illustrazione per i flyer delle serate dei miei amici. Credo la mia arte si sia evoluta da quell’esperienza iniziale, sperimentando con i font e i personaggi illustrati.

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E i graffiti ti hanno mai interessato?
Mai. Ero troppo spaventato dall’idea di essere arrestato e credo che essenzialmente mi siano piaciute più le grafiche sulle tavole da skate e le illustrazioni nelle riviste.

Quali riviste?
La prima fu Big Brother intorno al 1989.

Questa passione ti ha mai portato a collaborare con alcuni marchi di skate?
Sì, mi è capitato di fare qualcosa in passato, anche se in verità solo l’anno scorso ho disegnato un intero set di tavole, per il marchio Enjoi. È stata un’esperienza molto bella, anche se ormai sono fuori dalla scena.

Credi che queste influenze siano state importanti per sviluppare il tuo stile?
Certamente anche se ho sviluppato il mio stile solo negli anni. Sono sempre stato appassionato di musica e i miei amici organizzavano serate. Poiché costavo poco, in molto mi chiedevano di fare i flyer per i loro eventi. La mia ispirazione viene da oggetti quotidiani e la musica, non smetterò mai di ripeterlo. Ultimamente sono molto influenzato dalle liriche assurde della Italo Disco.

Quando hai fatto la transizione nel considerare il tuo lavoro come arte vera e propria?
Il tutto cominciò nel 2005 a Londra, quando Kemistry Gallery mi chiamò per una mostra dopo aver visto i miei lavori sul mio sito. Non avevo esperienze di questo tipo e quindi chiesi a loro cosa volessero che mettessi in mostra. Mi dissero di volere solo poster e così feci. L’altro grosso quesito fu quello dei soldi, quanto potevo far pagare i miei poster? Decisi di intitolare la mostra “Jobs I do for friends and less than a £100” (Lavori che ho fatto per i miei amici a meno di £100) e misi in vendita i poster a £30 l’uno. L’idea ebbe successo e ci fu persino gente che ne comprò 4 o 5 insieme. Non rimase più niente.

Che tipo di spettatori ti trovasti di fronte?
Non saprei, c’era gente dai 18 agli 80 anni. La galleria fece un ottimo lavoro nel comunicare il progetto.

E del tuo progetto con Rockwell cosa mi dici, qual è il tuo ruolo?
Iniziai Rockwell agli albori della mia carriera come grafico. Ai tempi ero molto amico con un ragazzo che era un esperto di tipografia, un nerd totale che mi insegnò davvero tanto. Nel frattempo, conobbi un tipo che aveva un marchio di vestiti, e mi chiese di rifargli il logo e le grafiche. Tirai in mezzo il mio amico e la prima linea fu una collaborazione con stampe pazze e usando un font di nome Psyco (poiché il marchio si chiamava originariamente Psyco). Una di queste grafiche usava la parola Rockwell e il cliente fu così preso da decidere di cambiare il nome del marchio. Alla fine diventammo soci, mentre il mio amico continuò per la sua strada. Ogni anno producevamo due o tre mini collezioni, ma ora siamo in affari con Stones Throw in America e sta diventando un business serio.

È un progetto per guadagnare o lo fai per divertimento?
Assolutamente per divertimento, ci ricavo poco, mentre il mio partner segue tutto il business e si riesce a pagare le spese e viverci.

Quindi come ti mantieni?
Se mi fai questa domanda, ti riporto alla storia di Kemistry. Il giorno prima dell’inaugurazione ci fu una pre-apertura per Greg Burne, il proprietario di Big Active, un’agenzia di illustratori e grafici. Mi strinse la mano e mi chiese se volevo essere parte del suo team. Al momento non sapevo nemmeno chi fosse e cosa potesse volere da me. Accettai dopo aver visto il loro portfolio di artisti e da quel momento la mia carriera partì in salita. Pensa che il mio primo cliente fu il London Film Festival e da tre anni è un continuo di lavori.

Lavori principalmente in Inghilterra?
Sicuramente per i primi due anni è stato così, a Londra ho lavorato tanto e bene. In seguito le richieste dei clienti sono arrivate da tutte le parti, principalmente Francia e Stati Uniti, come a macchia d’olio.

Mi vieni naturale chiederti se hai mai lavorato con il Giappone?
Certamente, anche se ho avuto dei rapporti non sempre ottimi. Ad esempio con Rockwell inizialmente distribuivamo con l’agenzia di Yasumasa Yonehara, prima che diventasse un famoso fotografo di ragazzine nude, e tutto andò storto. Non necessariamente per colpa loro, ma perché c’erano dei limiti nello stile di comunicazione tra noi e loro. Si perde troppo tempo a cercare di capire dettagli a volte inutili, se pensi al fatto che per dirti no smettono di risponderti alle email. Ora è tutto a posto e abbiamo una nuova distribuzione attraverso uno dei ragazzi che ha fondato la rivista FRANK. Ci troviamo benissimo e siamo stati il loro primo cliente.

E della scena artistica che mi dici?
È del tutto diversa dalla nostra. Non ci sono così tante giovani gallerie che investono come in Europa, quindi diventa difficile presentare il proprio lavoro in maniera classica. Molte cose succedono grazie a delle collaborazioni con aziende. Nike ad esempio mi ha aiutato a portare il mio lavoro in Giappone, anche se non tutte le cose che si producono con le grosse multinazionali sono facili da tenere sotto controllo. Ad esempio, per la collaborazione su un paio di scarpe, mi è successo di vedere una preview del modello finito su un blog prima che fosse inviata a me.

Ci sono altre collaborazioni?
Ho lavorato molto bene con Nike SB, che secondo me sta facendo molto per la scena di skater, investendo in molti degli eventi in Europa. Penso che la gente chi lavori sia davvero in gamba. Ma non ho fatto solo progetti con Nike.

Anche con Vans giusto?
Sì, e ne sono molto fiero perché hanno capito e apprezzato il mio background di skater, e in totale libertà abbiamo deciso di produrre una collaborazione che fosse venduta solo tramite gli skate shop, perché di fondo quelle scarpe devono essere usate per andare in skate non da mettere su una mensola. Per questo motivo ho scritto sulla soletta “Don’t forget to actually skate in these” (Non dimenticarti di andare in skate con queste).

Come ti mantieni in equilibro tra il tuo lavoro commerciale e quello di artista?
Al contrario di molti artisti, per me tutto ha avuto inizio con il mio lavoro puramente commerciale, e da li è nato l’interesse verso le mie opere e sono arrivate le prime mostre. Inizialmente, il lavoro commerciale mi ha permesso di maturare, e per i primi due anni non mi sono mai considerato un artista. Infatti, nessuno ad Amsterdam sa davvero della mia carriera e non mi interessa pubblicizzare il mio lavoro.

Ma con internet oggigiorno è sempre più facile scoprire certe cose, ad esempio ci sono i tuoi video per Lele (la band di Parra) su Youtube.
Beh certo, non ci può nascondere ma credo sia giusto tenere certe cose separate. Per quanto riguarda i video, in effetti, sono ovunque e mi piacerebbe sempre di più poter lavorare con l’animazione. Quelli che ho prodotto finora sono ancora molto amatoriali, e forse è proprio quello l’aspetto più piacevole.

Il video di Breakfast per Lele era il primo quindi?
Sì assolutamente ma ne ho già fatto qualcun altro e sono in lavorazione altri progetti.

Consideri i tuoi video come arte?
Credo di sì, anche perché nel caso di Lele è la mia band, e per me è come un progetto artistico.

Suonate molto in giro?
Direi abbastanza, a inizio anno abbiamo fatto un mini tour negli Stati Uniti, con un’esibizione allo Standard Hotel in Hollywood per Capodanno, poi abbiamo suonato a Orange County, ed è venuta un sacco di gente. Credo sia tutto dovuto a quel primo video, e anche al fatto che Diplo ha suonato la canzone in uno dei suoi set.

Pensi che il pubblico sia anche attratto dalla tua fama di artista?
È sempre un’incognita, ma è probabile dato che durante i set io disegno dal vivo con un proiettore, e la cosa riscuote sempre molto successo.

Disegni anche il merchandise della band?
Non abbiamo molto, a volte delle t-shirt che poi vendo tramite Rockwell. A volte penso che dovrei farci qualche soldo di più, ma finisco con lo scordarmene sempre.

Quando sei in tour, ti capita di organizzare anche mostre dei tuoi lavori in parallelo o tieni le due attività distinte?
Le tengo decisamente separate, perché quando lavoro su una mostra ci vuole molto tempo per prepararmi e coordinare il tutto. In genere tendo comunque a sapere mantenere i due ambiti a contatto, un po’ di arte e un po’ di musica, alternandomi, ma non voglio che si accavallino troppo. Seguo uno dei consigli di mio padre, di non bloccarmi su qualcosa per troppo a lungo. Mi piace l’idea di continuare a staccarmi da un progetto per un po’ e poi riprenderlo.

Parlando di musica, so che hai anche un altro progetto, Parra Sound System. Com’è nato?
Nacque tutto dall’idea di organizzare un after-party per la mia mostra da Lazy Dog a Parigi. Conoscevo chi poteva organizzare una serata al Paris Paris e così misi insieme due DJ e due MC da Amsterdam. Andò così bene che ci chiesero di ripetere la serata ogni settimana, ma vivendo tutti in Olanda non era una cosa fattibile, quindi decidemmo di farla una volta ogni due mesi. Dopo le prime gig, avevamo bisogno di un nome e Parra Sound System ci sembrò la scelta più azzeccata.
Ora siamo richiesti in molti club e sta diventando una cosa seria.

Sei sempre presente anche tu?
Mi aggrego sempre, ma la mia selezione musicale non è granché per far ballare il pubblico, quindi tendo a suonare per primo un po’ di Italo Disco e wave, e poi faccio spazio ai professionisti. È un bel modo di viaggiare tutti insieme.

Mi dai l’idea che la tua arte diventi come un passepartout per entrare e scoprire nuovi mondi e persone?
In effetti è un po’ così, anche se mi piacerebbe davvero capire cosa ne pensa la gente di tutti i miei progetti. Tendo a non avere aspettative sul mio pubblico, e su chi mai si farà vivo ad una mostra, ad un set di Lele o di Parra Sound System. L’unico pubblico che conosco un po’ è quello francese. A Parigi ormai conosco molte persone e tramite Myspace so bene chi frequenta i miei eventi. Al contrario negli Stati Uniti non ho mai idea. Prima della mostra a Venice (California) con Arkitip Magazine, avevo avuto un piccolo show a Miami in un negozio di sneaker, da lì mi avevano piazzato con una mostra presso l’hotel The Standard Downtown, e sono venute 1.500 persone, quasi non mi sembrava vero. Il giorno dopo scoprii che tutta questa gente era venuta allo Standard poiché le opening hanno l’open bar e perché c’era un concerto dopo la mia inaugurazione. Di base mi avevano chiamato a decorare lo spazio in cui il pubblico faceva la coda per prendere da bere.
Non che mi sia dispiaciuta come cosa, ma per esempio la mostra da Patricia a Milano sarà tutt’altro e forse la mia prima di un certo livello con una galleria e senza sponsor commerciali o secondi fini.

Si tratta della tua prima volta a Milano?
No, ero venuto l’anno scorso per suonare con Parra Sound System al Bitte, ma è stato un disastro, solo 4 persone si sono presentate alla serata. Mi ricordo che il giorno prima eravamo a Firenze a chiudere un festival con 2.000 persone, mentre a Milano era stato l’opposto ma credo sia stato un problema nel modo in cui era stato comunicato l’evento, nel caso poi che sia mai stato comunicato.

Parlando sempre di musica, mi viene una domanda forse ovvia, hai mai lavorato con delle etichette discografiche?
In passato, ma ho deciso di smettere. Avevo fatto delle grafiche per Stones Throw e la copertina per Teenage Bad Girl, ma era lo stesso periodo in cui la Ed Banger aveva fatto uscirei tutti i lavori di So Me e non mi andava di entrare in competizione dato che siamo amici. E’ anche buffo che tramite Myspace in quel periodo ricevevo due o tre proposte di collaborazione a settimana da giovani band.

Usi ancora Myspace?
Non proprio, ma credo che sia uno strumento utile per comunicare direttamente con la gente. Mi sono sempre letto tutti i commenti, ma ora sembra il deserto e sono tutti su Facebook. La mia ragazza ha persino trovato qualcuno che si scambia per me, risponde alla gente, mette immagini dei miei lavori. Gli ho scritto chiedendogli di smettere o mettere in chiaro che è solo una fan page.

Twitter?
Twitter è fighissimo ma non ho davvero tempo per starci dietro.

Parlando di tecnologia, so che esiste un tuo videogioco per iPhone, vero?
Yeah. E’ un progettino di un mio amico che si occupa di web alla Apple e doveva uscire in concomitanza con l’uscita sul mercato della custodia per iPhone che ho disegnato per Arkitip e inCase. Purtroppo è uscito solo qualche mese dopo perchè alla Apple sono super lenti e paranoici per qualsiasi applicazione nuova.

Hai mai disegnato cartoni animati?
Mai, e parlando di cinema, uno dei miei sogni è di produrre i titoli di testa per un film. Non credo di essere ancora pronto, però mi auguro che mi capiti un giorno tra i vari lavori.

Nel frattempo però disegni molte donne nude? Prendi ispirazione dalle strade di Amsterdam?
(ride) Dici? Penso sia normale che ogni ragazzo pensi alle donne, io mi ritrovo a disegnarle. Non credo di aver mai fatto nessun disegno troppo spinto… (ride) o forse solo un paio.

A proposito come si vive ad Amsterdam?
Mi sono comprato casa un paio di anni fa, e anche se mi ci trovo bene, credo che un giorno potrei anche lasciare tutto e andare a Los Angeles.

E quindi che cosa ti ha spinto a ritornare a Milano?
Forse il prosciutto? (ride) Scherzo, credo che mi piaccia la mentalità Italiana. Mi sembra Amsterdam 10 anni fa con le persone che possono anche bere in strada, e poi sicuramente il cibo, la Italo Disco e Patricia!

www.rockwellclothing.com
www.galleriapatriciaarmocida.com




1 commento per “Parra”
  • Ale ha scritto:

    15 ottobre 2009 alle 11:52


    No scusate! Non ho capito come mai mettete in pdf il Magazine…o meglio qualche idea me la sono fatta, se però me la chiarite stanotte prendo sonno!! azie


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