Jan Kounen
Intervista di Valentina Barzaghi. Foto di Sean Michael Beolchini.
Circuito Off – Isola di San Servolo, Venezia. In un’assolata mattina io e Sean ci avviamo piuttosto timorosi ad incontrare Jan Kounen, regista olandese trapiantato in Francia, artista eclettico che spazia da film violenti e controversi quali “Dobermann”, fino al più recente e classico “Coco Chanel e Igor Stravinsky”. Noi immaginavamo già di trovarci di fronte un iracondo che avremmo dovuto stare attenti a non far arrabbiare, ma poi eccolo… seduto al baretto, coppola e libro in mano, che ci sorride e ci dice che ci aspettava. Cosa è successo? E così inizia a raccontarsi, dai vecchi film che ora sente ancora suoi, ma troppo lontani dalla sua nuova filosofia di vita, stravolta completamente dopo le riprese del film “Blueberry” (2004), grazie al quale è venuto a contatto con la medicina indigena su cui non si è risparmiato spiegazioni meticolose. Una sorpresa.
Ciao Jan, come stai?
Bene grazie
È la prima volta che vieni a Venezia?
Si e ne sono felice.
E che cosa ne pensi di Circuito Off? Ti sei riuscito a fare un’idea nonostante tu sia arrivato da poco?
Guarda, sono arrivato ieri e mi sembra che il luogo sia magnifico, è davvero molto bello e c’è una buona energia. Sembra un film festival dall’atmosfera rilassata e creativa.
Qual è stato il tuo primo pensiero quando ti sei svegliato stamattina?
La prima cosa? La prima cosa, vediamo … Ho sentito bussare alla porta e ho pensato “merda, forse sono così in ritardo, talmente in ritardo, che chi mi stanno aspettando per le interviste e gli organizzatori del festival sono venuti a svegliarmi”. Invece no, era solo il mio compagno di stanza.
Puoi descriverti usando solo tre aggettivi?
Uh. E’ difficile… Posso usare una frase?
Dai, facciamo uno strappo alla regola, ok…
On the journey.
E se ti chiedessi di descrivere il tuo modo di fare cinema-il tuo lavoro in poche parole?
Sono un viaggiatore (del cinema). Faccio film molto diversi tra loro. Si va dai documentari sui santi indù ai thriller, dai film storici ai cartoni animati. Perciò direi che viaggio è il termine più appropriato per accomunarli. E’ un’immagine che dà l’idea di eclettismo. Ho sempre cercato di essere creativo e questo per me significa fare qualcosa di diverso dal resto. Mi interesso solo ai progetti filmici che abbiano sfumature ancora sconosciute. Questo è il mio lavoro, cerco di fare film che la gente non ha ancora visto. Sono curioso e questa è una parte del mio lavoro. E, si, sono un cantastorie.
Il tuo film più celebre rimane comunque Dobermann. Quando ti è venuta l’idea di girarlo?
In realtà, era un periodo in cui stavo sviluppando diversi progetti, cortometraggi, film francesi, film di fantascienza dal budget altissimo, ma niente di veramente “cinematografico”. E poi, nulla, mi sono trovato davanti molte porte chiuse. Dopodichè un mio amico mi ha prestato il libro The Dobermann. Nelle prigioni francesi è un best-seller, sai che intendo? Alla fine lo lessi. Pensai che aveva allo stesso tempo qualcosa di molto francese oltre che quell’atmosfera dark, trash, provocatoria e fuori dagli schemi che si trova nei fumetti – sai, vengo dalla scuola d’arte e quando ero più giovane volevo diventare disegnatore. Considerato l‘umore che avevo e la ripetitività tipica del cinema francese, ho pensato “al diavolo! Vengo da una formazione che si radica nell’heavy metal e nei cartoni animati, devo fare un film del genere”. Così andai con il romanzo originale ed una sceneggiatura dai miei produttori. Ci furono reazioni negative, ma alla fine uno disse “ok, facciamolo”.
Finora non avevo mai avuto l’occasione di intervistare un regista che utilizza armi nei propri film. Come si scelgono le pistole da usare in scena?
Come si scelgono? Nessuno me lo aveva chiesto (ride). E’ molto semplice, ci sono dei preparatori per il cinema, ad esempio uno molto famoso in Francia è Christopher Maratie, di cui se vuoi ti do il contatto se ti interessano le pistole, lui è il numero uno (ride). Poi si legge il copione e si va in un’armeria specializzata per il cinema, con pistole e fucili previamente messi in sicurezza in modo che non vi si possano inserire proiettili. Puoi chiedere ogni modello: armi da guerra, artiglieria pesante, armi della polizia, armi automatiche, e così via. Vai dal tipo e gli dici quello di cui hai bisogno. Per esempio, per il mio personaggio in Dobermann la pistola è come il cazzo, perciò chiesi di usare la più grande che avesse a disposizione. Sembra stupido, ma in realtà hai un’idea precisa dei personaggi e delle armi che meglio si abbinano al loro carattere. E’ come fare un casting, non con gli attori, ma con le pistole.
Fantastico.
Decisamente. Se ti piacciono le armi lo è.
Mah, non è che amo le armi, ma sai… tutto ciò che ti è sconosciuto un po’ ti affascina. Ma tanto per non smentirmi… Potresti menzionarmi i nomi di cinque pistole?
Si mi ricordo la Desert Eagle, una delle pistole più grandi usate in Dobermann. Mi sembra che James Bond avesse una Beretta e che nei film western si usassero le Colt.
Colt?
Esatto, è un tipo di (pistola) revolver. Mi chiedevi cinque nomi giusto? Quindi… Beretta, Colt, Desert Eagle…la Mauser, che è una pistola tedesca. E poi ci sono quelle stranissime armi israeliane fabbricate in plastica, che non vengono rilevate dai metal detector e le puoi portare in aereo, ma… non mi ricordo il nome, perciò, mettiamoci una pistola francese va, facciamo i francesi in fondo, una Manurhin. Conosco le armi solo per via del film. È da quando ho girato Dobermann, più di dieci anni fa… anzi, è da quando ho girato Blueberry (2004) che non maneggio un’arma.
Ok, direi che ti ho spremuto abbastanza con le armi, cambiamo discorso. Possiamo parlare del tuo ultimo film Coco Chanel & Igor Stravinsky? Cosa ti ha affascinato?
Pubblicherete questa domanda e la risposta che sto per dare, vero? Non la censurate, ok?
Non preoccuparti.
Ok. Ciò che mi ha affascinato di più è stato il personaggio di Igor. Penso che non avrei mai girato un film basato esclusivamente sulla figura di Coco Chanel. In questo caso ero molto attratto da Igor e dal suo lavoro di compositore. Igor è una figura storicizzata, rifugiato a Parigi, in seguito alla Rivoluzione Russa. Mi ha affascinato il fatto che da una parte c’era un uomo che, nonostante fosse dotato di una creatività smisurata, era legato a un’idea molto tradizionale del rapporto tra uomo e donna. Dall’altra parte, invece, c’era una donna troppo avanti per il suo tempo. Quasi una donna di oggi spostata negli Anni Venti. Davvero. E poi c’è la storia d’amore e il dramma psicologico innescato dal grande ego di entrambi. Entrambi i personaggi hanno una personalità molto forte. Inoltre, quasi tutto si svolge all’interno di una casa. Il che mi ha permesso di catapultarmi negli Anni Venti, approfondire la relazione tra maschio e femmina, la relazione che si instaura tra due artisti, che esiste tra sesso e arte. L’arte di Coco è più d’avanguardia e gioca con l’elemento sesso, mentre quella di Igor Stravinsky è il contrario. Questo film mi ha permesso di riflettere su aspetti che riguardano la mia vita di uomo e di regista. Mi ha fatto esplorare gli Anni Venti, che sono stati uno dei periodi più vitali per l’arte, l’architettura e la moda. Sai, paragonati a quel periodo, noi adesso siamo nel Medioevo. Tutto ciò mi ha eccitato. Non sapevo niente di Coco e Igor, invece di fare un film incentrato su un personaggio moderno e anonimo (che si può girare in ogni momento), perché non fare un film su due persone conosciute per la qualità del loro lavoro? È un film molto speciale, perciò ne ho amato il progetto. E poi c’è anche il balletto russo, Nižinskij e Djagilev, la prima de La sagra della primavera (“Le Sacre du printemps”) nel 1913, una delle più grandi composizioni di sempre.
Cosa mi dici di Anna Mouglalis? Com’è stato lavorare con lei?
Anna è stata una buona interprete di Coco perché ha forza, sia come attrice che come donna.
Quando ti misuri con l’interpretazione di persone che esistono nell’immaginario collettivo, da un lato c’è l’icona, dall’altro c’è la realtà del personaggio. A me piace entrare nella vera psicologia del personaggio e giocare con l’immagine collettiva. Ho scelto attori che affrontassero l’interpretazione in modo psicologico, ma che fossero anche icone, e credo che Anna sia più bella di quanto lo fosse Coco e che lo stesso valga per Mads rispetto a Igor. Volevo che la grazia del lavoro di Coco Chanel trasparisse dall’eleganza di Anna perché trovo che Anna sia una donna molto elegante. Anche la sua voce è grandiosa. Sai, quando scegli un attore, la cosa migliore è metterlo davanti a una macchina da presa e fare una scena. E’ così che ho scelto Anna.
Quale preferisci tra i tuoi lavori?
Penso che il contributo artisticamente più importante che finora ho dato sia stato con Blueberry, nella sua parte visionaria. La gente non lo capisce, ma più uno va avanti più ci si appassiona. Dopodichè ritengo che i miei film, sai… mi piace anche l’apertura di 99 francs e penso che la scena più grande che abbia mai fatto sia proprio l’apertura di Coco Chanel & Igor Stravinsky. Ne sono molto fiero. Ma il film che preferisco, su tutti, è l’ultimo cortometraggio che ho realizzato. Come lavoro, lo trovo perfetto. È inserito nel film 8 e si intitola The story of Panshin Beka. È un film in bianco e nero, ambientato nella giungla.
So che durante lo shooting di Blueberry ti sei avvicinato allo sciamanesimo. Sono curiosa… Di cosa si tratta e come questo avvicinamento ha cambiato il tuo modo di lavorare e di pensare?
Si. Lo sciamanesimo è un concetto ampio che si basa sulla medicina indigena tradizionale. In pratica è l’uso di piante allucinogene a scopi curativi. Permette di conoscere se stessi e l’universo. Gli sciamani sono curatori tradizionali. Io ne ho conosciuto uno in una tribù e, si, è stato un incontro importante che ha cambiato la mia relazione con il lavoro, con le persone… Precisiamo, non è una religione, è solo medicina. Allo stesso modo, è cambiata la mia relazione con la natura.
In che modo?
L’Animismo è un insieme di credenze e rituali che attribuisce qualità divine o soprannaturali a cose, luoghi o esseri materiali. Gli animisti credono che le piante, l’acqua e il vento posseggano uno spirito, un’anima, una specie di intelligenza. Ok? Questo mi ha cambiato, perché ora non penso più di essere parte di qualcosa di vasto… penso solo a ciò che è importante. Ti rapporti con ciò che gli indiani chiamano “spiriti”. Sono ormai dieci anni che mi incontro con lo sciamano e questo mi fa sentire bene e rende più bilanciate le mie emozioni. Penso che possediamo molta conoscenza, per esempio, sappiamo come rimuovere chirurgicamente un tumore al cervello, ma ci sono anche conoscenze relative al riequilibrio psicologico che sono rimaste legate alla terra e alla natura. Anche questa è medicina. All’inizio può sembrare mistico, in effetti lo è, perché si hanno esperienze profondamente diverse, come la morte virtuale (sembra di morire psicologicamente per poi rinascere). Questi particolari processi permettono di confrontarsi con le paure più profonde (incontri gente morta). La cosa difficile è parlarne con chi non conosce culture alternative alla nostra. Pensano: “ok, questo tizio va in mezzo agli indiani e sta andando fuori di testa!”. Sai, vengo da un ambiente in cui si attribuisce valore alla scienza, sono realistico e penso che la ragione e la logica siano strumenti essenziali, però le cose si possono anche “sentire” in modo diverso.
Sai, i giochi non finiscono con la morte, cioè quando muori, muori, ma la partita è ancora aperta, il viaggio non è ancora finito, questo è ciò di cui do testimonianza e che mi dà responsabilità.
Ho ancora un paio di domande per te. Come ti vedi tra dieci anni?
Tra dieci anni, sarò un cinquantacinquenne. È un’età piuttosto bella e spero di vivere ancora con te su questo pianeta. Però non lo so, non riesco a proiettarmi nel futuro. Ma vuoi che esprima un desiderio? Ok, spero di poter proseguire nel viaggio, immergermi nella cultura indigena, continuare a fare cinema e avere il piacere di fare film diversi e avere la possibilità di vedere crescere la mia famiglia. Questi sono i miei desideri.
Ma non ne ho altri e questo per me è fondamentale perché quando inizi la carriera di regista sei spinto dalla voglia di successo. Ne ho avuto un po’ al botteghino con i miei film, ma i miei film non hanno mai avuto incassi milionari. Faccio film di frontiera. Ma da questo punto di vista, mi va bene così, sono felice di fare quel che faccio. Mi piace fare film che abbiano appeal su pochi, sai che intendo?
Stai lavorando a qualche progetto ora?
Si, ora sto lavorando a un progetto con la ragazza con cui vivo. Dirigeremo un documentario sulla storia dei quattordici Dalai Lama. Si tratta di un documentario-fiction. Sto anche lavorando al progetto di un cartone animato e, di base, il progetto più importante in corso è un film sperimentale per il quale sono andato in un I.R.M (Indagini Ricerche Mediche).…. Potrei avere una fotografia, aspetta, fammi controllare…sono immagini di me, dall’interno. Quella è la mia gamba e questa la spina dorsale. Magari in alcune foto mi si può riconoscere. Mi riconosci qui? (mi mostra delle foto in cui è come fotografato al suo interno attraverso l’uso, credo, di una sorta di sondino). Sono le mie ossa. Praticamente sto facendo un film che sarà come un autoritratto…di quello che ho dentro. Il progetto è parte di una ricerca. Infine, sto anche terminando un libro a fumetti.
Di che tipo?
Parla di medicina tradizionale. E’ per tutti, per diffondere la medicina tradizionale in modo nuovo. E poi quando ero più giovane volevo diventare un fumettista. È un piacere poter tornare a fare cartoni. Voglio spingermi sempre oltre e poter raccontare storie in maniera sempre diversa.
Ultima… Voglio domandarti se c’è qualcosa che nessuno ti ha mai chiesto, ma a cui ti piacerebbe rispondere.
Wow! Non saprei. Te l’ho detto, non ho desideri. Quando parlo con qualcuno non spero mai che mi chieda quella cosa nello specifico. Mai.
Sicuro?
Si. A volte, durante un’intervista mi dico “oh, c’è quell’ aspetto del mio lavoro che interessa agli altri, ma che però ha poco a che vedere con quello che preferisco io”. Per esempio, mi hai parlato di Dobermann e di pistole, ma ora queste cose non mi interessano più. Dobermann è un film vecchio che mi piace ancora e sono felice di rispondere, ma ora mi piace di più la medicina tradizionale e di questo mi hai dato modo di parlarne. A volte è interessante accorgersi che esistono domande a cui non avevi mai pensato perché è aumentano la tua conoscenza mentre è in atto il processo stesso della risposta. Sono domande nuove che ti costringono a pensare in modo alternativo. Ma non ho desideri. E’ che sono molto curioso. Per esempio ora sto iniziando la promozione di Coco Chanel & Igor Stravinsky e sarà interessante scoprire le domande che mi verranno poste perché potrò individuare la domanda che mi faranno per i prossimi dieci anni. Sai, in un’ora uno concentra quelle che ritiene essere le domande fondamentali. Allo stesso modo, però succede che vengano fuori domande diverse da quelle che ti aspettavi.
Forse però una domanda che nessuno mi ha chiesto, se lo vuoi sapere, te la dico, ma non risponderò.
Ok
La domanda che vorrei che la gente mi ponesse è: che relazione esiste tra Vibroboy e Darshan? Quest’ultimo è un santo indù che simboleggia amore, purezza e grazia.
Lo so che avevo promesso, ma dai… ripondi per favore che poi rimaniamo tutti a bocca asciutta e qualche altro giornalista leggerà qui, ti farà la domanda e io rimarrò fregata…
Ok (ride). La relazione tra questi due film, ciò che rende possibile legarli, sono le pellicole che stanno tra uno e l’altro. Ovvero, ciò che mi ha permesso di muovermi da una tappa all’altra.















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