Sonar 2009: Fever Ray
Intervista di Depolique. Foto di Tony Hart (tony-hart.com).
Dopo tre album e sette anni di militanza nei The Knife, duo in condivisione con il fratello Olof, Karin Drejer intraprende l’avventura solista come Fever Ray. E’ così che la costola più cerebrale e magnetica della coppia svedese dà il via a un progetto che nulla ha da invidiare alle celebrate ultime gesta dei fratelli, quel “Silent Shout” considerato uno dei dischi fondamentali della stagione 2006, se non addirittura del decennio. Luci e macchine, l’ uomo e l’oscurità in un chiasmo impeccabile. E’ da qui che riparte Karin, a cavallo di un raggio di febbre che squarcia le tenebre, spogliando dei muscoli un congegno quasi perfetto per dare voce a sogni e incubi e levare il suo canto solenne all’alba di un nuovo giorno. Al suo fianco in questo nuovo e sorprendente progetto il fido Christoffer Berg, da sempre vicino ai The Knife, Van Rivers & The Subliminal Kid, visionari produttori svedesi in rampa di lancio, e i vari alter ego di Karin, ormai inseparabili compagni di viaggio a cui presta la voce. Personaggio misterioso e complesso Karin, bionda dallo sguardo penetrante e timoroso al tempo stesso. Non ama le interviste né tanto meno farsi fotografare, come dimostrano i “mostruosi” costumi di scena del suo più che suggestivo live. E’ con un misto di emozione e sincera ammirazione che la incontro a poche ore dalla sua esibizione sul palco del Sonar.
Ciao Karin, è la seconda volta al Sonar vero?
Si, sono venuta già con i The Knife.
Chi sono i tuoi preferiti tra gli altri artisti che suonano al Sonar?
Mi sarebbe piaciuto arrivare ieri per vedere Grace Jones. Mi hanno detto tutti che è stato bellissimo.
Come mai hai scelto questo nome?
Penso che la scelta di un nome sia qualcosa di molto difficile. A dire il vero non ci ho pensato molto quando l’ho scelto. Volevo semplicemente un nome che potesse descrivere, rappresentare al meglio il tipo di musica che faccio. Così ho pensato ad un raggio di febbre, qualcosa che potesse essere caldo e freddo allo stesso tempo…
Hai ascoltato qualcosa di interessante ultimamente?
Di recente ho ascoltato tantissimo un album di un gruppo che si chiama Journey To Ixtlan. Fanno una musica lenta, metal-drone…
Ti piace parlare della tua musica con altre persone?
Penso che non sia una cosa facile, anzi a volte è molto difficile.
Ma ci sono anche delle eccezioni.
Non è semplice trovare le parole giuste per descrivere la musica.
Questo è il motivo per cui la musica è musica e io non scrivo libri… (ride)
Ok, se dovessi chiederti qualcosa di cui non hai voglia di parlare per favore dimmelo che andiamo oltre
Va bene
Quando hai sentito per la prima volta il desiderio di cominciare questo progetto solista?
Più o meno nel 2006. Era l’anno in cui abbiamo pubblicato Silent Shout come The Knife e l’abbiamo portato in tour. A quel punto io e mio fratello eravamo davvero stanchi. Venivamo da sette anni di lavoro insieme ed è sorta in entrambi in maniera molto naturale la voglia di “separarci” per fare qualcosa di differente.
Hai cominciato in una band di cinque elementi, poi sono arrivati i The Knife, un duo, e Fever Ray, il tuo progetto solista. Cosa viene dopo? Un disco strumentale?
Magari… (ride) O forse semplicemente un album “a cappella”… Ora non saprei.
E’ vero che ho scritto l’album da sola, ma ci sono altre persone che mi hanno aiutato nei passaggi successivi. Quando lo porto in giro dal vivo, sul palco siamo in cinque. A volte addirittura sei.
Mi piace questo duplice aspetto: lavorare prima da sola, come in una sorta di isolamento, e poi condividere il tutto con altri, quindi passare ad un esperienza musicale sociale.
Ti piace condividere la tua musica con loro?
E’ molto interessante ascoltare e sentire quello che succede sul palco.
Perchè succedono delle cose quando siamo tutti insieme.
Cosa provi a sentirla suonata da altri?
Ne sono molto felice, è una cosa grandiosa.
In realtà poi non sei sembri proprio “sola” in questo progetto, perchè il tuo modo di cantare, gli effetti che usi creano un gioco delle voci che di fatto mette in scena diversi personaggi, diverse Karin giusto? Potrebbe essere un modo per non sentirsi sola?
Non mi sento sola, non penso di aver bisogno di nessuno quando scrivo o quando comincio a registrare. Dopo tutto questo tempo passato con i The Knife, in compagnia di queste “voci” per me è come se si trattasse di alcuni amici.
Come se mi al momento di registrare non fossi stata sola ma con una serie di amici che conosco bene.
Cosa pensa tuo fratello del progetto Fever Ray?
Penso che gli piaccia, anche se non ne abbiamo parlato molto.
Lui fa le sue cose e io le mie.
Il suo progetto è ancora top secret, nessuno ha ancora scoperto di cosa si tratta.
Ultimamente però abbiamo lavorato molto insieme, siamo stati presissimi dalla colonna sonora di un’opera teatrale ispirata a L’Origine Delle Specie di Darwin.
Si chiama Tomorrow In A Year.
Sono novanta minuti di musica, con suoni di ogni tipo. La prima è prevista a settembre. Ci abbiamo dedicato più di un anno ma ad oggi non è ancora completamente finita, abbiamo appena cominciato a provare il tutto con attori e ballerini, quindi non sappiamo ancora come verrà.
Comunque sono soddisfatta del nostro lavoro.
Mi è piaciuto molto lavorare a questo progetto e con questa gente.
Cosa vi ha spinto a lavorare ad un’opera teatrale?
Sicuramente la possibilità di lavorare con gli autori, si tratta di una compagnia danese che si chiama Hotel ProForma. E’ famosa per il suo modo di lavorare: un mix di recitazione, performance, immagini e musica. Poi quando abbiamo cominciato a leggere L’Origine Delle Specie di Darwin e tutti i suoi vari scritti e appunti siamo rimasti colpiti da una miriade di aspetti molto interessanti.
Mi sembra che il tuo modo di concepire e fare musica sia estremamente intimo, personale e serio, suppongo che per lavorare con altre persone quindi tu debba avere un legame se non importante quantomeno di grande fiducia o stima giusto?
Giusto..
Come scegli i tuoi collaboratori?
Per me è molto importante lavorare con persone interessanti, per bene, persone che abbiano un’idea molto forte di sé e del loro rapporto con la musica e con un gusto e una direzione molto chiara.
E’ qualcosa che cerco sempre negli altri. Mi è capitato di sentire alcune cose di Van Rivers & The Subliminal Kid che ho trovato subito molto buone.
Così ci siamo incontrati, visto che anche loro vivono a Stoccolma, e tutto è andato da subito nel migliore dei modi. Sono loro che suonano con me dal vivo, insieme a Christoffer Berg. Anche lui ha partecipato alla produzione del mio disco.
E’ la persona che ha mixato tutti i dischi dei The Knife. In pratica mi hanno affiancato delle persone nuove e qualcuno che conoscevo da tempo.
E come concili questa tuo approccio (personale, intimo, serio) con tutto ciò che va oltre il momento prettamente musicale ma coinvolge gli altri aspetti della vita di un disco? Intendo concerti, interviste, video ecc…
Ci sono cose che mi sento in grado di fare, in cui mi trovo a mio agio, che trovo più divertenti, e altre meno.
Sono in questo ambiente ormai da anni, quindi sono in grado di prepararmi una schedule che mi vada bene.
Non dedico molto tempo alla promozione e neanche ai tour, anche se mi piace suonare dal vivo. Preferisco concentrarmi sul lavoro, sull’aspetto visivo della mia musica.
Mi interessano i video e il lavoro con le immagini. Comunque è molto diverso cominciare a pensare ad un progetto per un video e mettersi all’opera, dal rispondere al telefono e sentire dall’altra parte del filo la tua casa discografica che ti dice: “Dai sbrigati, abbiamo bisogno del video! Il prima possibile!”.
Fortunatamente ormai non succede più.
D’altra parte non posso esimermi da certi compiti
Il video di When I Grow Up è uno dei miei preferiti di quest’anno…
Davvero? Grazie. L’ha girato un regista danese, Martin de Thurah. Lo stesso che ha fatto What Else Is There dei Royksopp.
Come mai hai scelto If I Had Heart come primo singolo?
Ho pensato che fosse un ottima introduzione all’album. E’ anche il brano con cui cominciamo i nostri show. Credo che sia il modo migliore per cominciare, per abbassare i toni.
Quando iniziamo il nostro desiderio è quello di cancellare tutto ciò che c’è stato prima. E quel brano è perfetto.
Sei stata tu a scegliere chi si sarebbe occupato dei remix dei tuoi brani?
Non tutti, soltanto alcuni. Gli altri li ha scelti l’etichetta. Oppure gente che mi ha scritto chiedendomi la possibilità di fare dei remix.
Tu chi hai scelto?
I Fuck Buttons. Amo i loro remix. Poi mi piace molto il remix di Triangle Walks di Rex The Dog. Quando ho scritto quel brano volevo che suonasse un po’ a la Miami Sound Machine, cercavo un suono eighties. Poi ho sentito il suo remix e ho capito che lui era riuscito a mettere in pratica quello che avevo in testa di fare. Ovviamente la mia versione è molto più calma.
E il remix di Dan Lissvik di When I Grow Up? A me piace molto…
Dan è un amico, mi piacciono molto gli Studio così come quel remix.
Lui usa molti strumenti analogici.
Ho letto che stimi molto Aki Kaurismaki come regista… Vero?
Quale altro regista ti piace?
David Lynch, Julio Medem, Kim Ki Duk e Jim Jarmusch.
Ho saputo che Jarmusch sta uscendo con un altro fim. Dev’essere come al solito molto interessante.
Ti piacerebbe lavorare ancora ad una colonna sonora?
Sì certo. Come The Knife abbiamo fatto una colonna sonora alcuni anni fa (di un film svedese chiamato Hannah Med H), quindi non penso sarebbe tanto diverso. Sicuramente da sola avrei più autonomia.
Restando sul cinema, ho letto che Dead Man di Jarmusch e Miami Vice sono due film che ti hanno influenzato in qualche modo per Fever Ray. Ho cercato di immaginarmi il perchè, e se per Miami Vice ho ipotizzato qualche similitudine musicale (come poi mi hai confermato), pensando a Dead Man mi sono immaginato dei punti di contatto con il viaggio del protagonista nel tempo e nello spazio, la sua “solitudine”, i suoi incubi, i suoi sogni e i suoi compagni di viaggio…
Diciamo che hai detto delle cose vere, ma sicuramente c’è dell’altro, a cominciare dalla componente temporale del film di Jarmusch.
Poi, sembrerò forse un po’ all’antica al giorno d’oggi, ma io amo lavorare con il vecchio formato dell’album.
Mi piace pensare all’aspetto drammaturgo della musica.
E questo nella colonna sonora di Neil Young è ben evidente.
Ci sono così tante cose che mi hanno influenzato di Dead Man…
Anche solo il fatto che sia in bianco e nero.
Dato il modo in cui sono nati i brani (il periodo dopo la nascita del tuo secondo figlio, lo stato psico-fisico in cui hai composto i brani) e la straordinarietà del progetto pensi che ci potrà essere un seguito per il progetto Fever Ray?
Non lo so proprio. E’ possibile. Ma ora come ora non saprei dirtelo. So solo che sarò occupata fino a metà ottobre.
Quello che succederà dopo non mi è ancora bene chiaro.
Cosa pensi della crescente attenzione dedicata dai media alla musica del tuo paese negli ultimi anni?
Non sono molto informata sulla scena musicale svedese.
Cerco di farlo ma ci sono diverse cose che non mi piacciono. Mi piacciono molto Frida Hyvonen e Jenny Wilson. Poi c’è una band con cui ho lavorato, First Aid Kit, stanno per uscire su Wichita. Negli anni precedenti c’è stato un forte sviluppo probabilmente dovuto anche ai sostegni del governo alle etichette indipendenti e ad altre forme di supporto. Adesso però da qualche anno il nuovo governo di destra ha fermato queste sovvenzioni. Non so cosa succederà ora.
Quando sono cambiate le cose?
Tre anni fa ci sono state le elezioni. Le prossime saranno l’anno che viene, ma temo che il Governo sarà riconfermato. I Verdi però stanno crescendo molto e magari in una coalizione con il Partito Socialista potrebbero avere la meglio. Stiamo a vedere…














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