Pop corn – week 16

L'uomo che fissa le capre

L’uomo che fissa le capre di Grant Heslov L’uomo che fissa le capre è tratto dall’omonimo romanzo di Jon Ronson, una fortunata e divertente esplorazione sui tentativi compiuti dal governo U.S.A. per sfruttare i poteri paranormali come arma di annientamento dei nemici. Sicuramente il film da non perdere della settimana: una commedia new age sarcastica e divertente, grottesca nel suo svelare (già all’inizio del film viene detto che i fatti riportati sono solo in parte non veri – non è una citazione testuale) che ciò che a noi sembra frutto di una mente fantasiosa sia probabilmente oggetto di vera sperimentazione bellica.

A Heslov, storico socio di Clooney della Smoke House, non è che sia servito un estro registico particolare per rendere buono un prodotto che già dalla sceneggiatura – di Peter Straughan, uno dei più richiesti del settore attualmente – lo era (forse poteva renderlo ottimo, ma probabilmente dietro la macchina da presa ha da fare ancora un po’ d’esercizio), ma che comunque ha basi narrative solide, essendo lui un attento osservatore della psiche e delle piaghe oscure della storia americana da Good Night, and Good Luck (di cui ha redatto lo script). Forse la presenza di Jeff Bridges nelle vesti del fricchettone di turno o di Clooney in quelli di un frastornato soldato dai super poteri, mi ha un po’ condizionato, ma se me l’avessero fatto vedere a scatola chiusa spacciandomelo per un inedito dei Coen probabilmente, seppur scettica, ci avrei creduto (i Coen fanno comunque molto più ridere e il loro nonsense è un marchio di fabbrica non riproducibile). A tratti demenziale, ma da vedere.

Nemico pubblico di Michael Mann Probabilmente l’unico e grande motivo per andare a vedere questo film è Johnny Depp (che sia chiaro, non è per la bava, ma per la bravura), ma non credo che sia tralasciabile. Così come il fatto che i gangster movie mi hanno sempre divertita, anche se quelli come questo sono velati da quella patina di super produzione hollywoodiana che mi lascia in parte indispettita (ci voleva più di noir cavolo!). Un po’ di storia che non guasta mai, anche se penso che ai più sia nota: Depp interpreta John Dillinger, uno dei più famosi fuorilegge degli anni della Grande Depressione. Non c’era banca che non riuscisse a rapinare in raid lampo, non c’era prigione da cui non riusciva ad evadere, supportato dalle simpatie popolari che incolpavano le banche di aver causato il tracollo finanziario del paese. Il problema di questo film, fra l’altro uno dei più attesi di questa stagione, non è altro che un giochino stilistico ricalcato da Mann sulla falsa riga di uno dei suoi capolavori, Heat (1995, con Al Pacino, De Niro, Voight). Michael, cavolo, anche Collateral è uno dei miei film preferiti, ma sta caccia al gatto e al topo sempre con lo stesso schema narrativo, non ha un po’ rotto i maroni anche a te? Da vedere (con riserva).

Anno uno di Harold Ramis Lo so che vi state già agitando dall’emozione che è uscito il nuovo film con Jack Black (fra l’altro insieme al mio geek preferito, Michael Cera), ma sono spiacente di comunicarvi che è una sonora delusione. Peccato perché da colui che si può vantare di essere lo sceneggiatore dei Ghostbusters, oltre che di commedie come Ricomincio da capo o Terapia e pallottole, non ci si sarebbe mai aspettati una porcheria del genere, senza struttura narrativa, piena zeppa di luoghi comuni e che manco se mi sforzo mi fa ridere. E questo non perché demenziale o perché sono una snob a priori, i film di questo tipo ben fatti mi sono sempre piaciuti, ma perché è un nonsense che sfocia nel cattivo gusto senza riemergere pressoché mai, con tanto di ripetute stoccacciate di chiappe, genitali, zizze… Insomma, il film che avrebbero probabilmente realizzato i Vanzina se li avessero mai fatti entrare a Hollywood.

Berling calling di Hannes Stohr E’ il film che potete andare a vedere se siete gente profonda a cui piacciono le storie del tipo “il vero uomo è quello che se cade si rialza”. … a parte gli scherzi, non mi sento di promuoverlo, né per trama – un dj berlinese (Paul Kalkbrenner) tenta di emergere in tutti i modi, ma si scontra con la dura realtà delle case discografiche e con l’universo droga, tanto che durante un’esibizione sta male e poi viene ricoverato in un ospedale psichiatrico – né per estetica filmica. Un film generazionale, certo, un viaggio nella musica, anche, ma di super nicchia. Comunque per condirvela meglio sul fatto che non sia una totale porcata, vi basti pensare che è stato in concorso ai festival di Berlino, Locarno, Amburgo e Toronto (sì… non ne ha vinto nemmeno uno… siete peggio di me!).

Marpiccolo di Alessandro Di Robilant Immagino che non vi accalcherete fuori dalle sale per andare a vedere questo film (anche perché vorrei davvero vedere in quante lo daranno…), ma l’ultimo lavoro di Robilant (Il giudice ragazzino), presentato al festival di Roma e probabilmente sulla scia del successo di Gomorra, nonostante la sua immersione totale nelle periferie del sud italiano (è girato a Trani), tra criminalità e ingiustizie, non ci è così indigesto. Un film asciutto e lucido nel suo voler aderire alla realtà, con il difetto però di contraddirsi da solo nella presentazione di alcuni personaggi troppo retorici per risultare credibili su una narrazione di questo tipo.

Alza la testa di Alessandro Angelini Castellitto probabilmente quest’anno si è dato una mission: “solo film che fan cadere i maroni”, altrimenti non si capiscono le sue ultime scelte professionali. Portato in concorso al festival di Roma (dove Castellitto ha anche vinto il premio come Miglior Attore… tanto per dimostrare che una pellicola non si può reggere solo sulla valida interpretazione di un attore), racconta la storia di un padre single, che nella vita è operaio specializzato in un cantiere navale, e che tenta di riscattare attraverso il figlio un suo vecchio amore giovanile: la boxe. Le giornate trascorrono tutte uguali, tra allenamenti durissimi e lavoro, in una forzata chiusura mentale piena di rimpianti e diffidenza verso tutto ciò che è nuovo. Il regista di L’aria salata costruisce, continuando a seguire il suo protagonista anche macchina a spalla, un buon ritratto, desolante nella sua solitudine, drammatico e che ben fa combaciare storia e regia. Poi, d’improvviso impazzisce e cambia tutto con un colpo di scena… persino il genere… e ci si mette le mani nei capelli… mamma mia che cosa brutta…

Popieluszko di Rafal Wieczynski Il film che “non ce la posso fare a vedere” della settimana. E visto che ci ho messo già messo un’ora per riportare corretto il nome del regista e il titolo del film, direi che la fatica che ho usato è sufficiente per finirla qui (p.s. qualcuno mi scrive come si dovrebbe pronunciare? Ci ho provato, ma rischia di diventare il prossimo gioco scemo che userò per una serata chupitos con gli amici).




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