Yacht

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Intervista di Marco Lombardo. Foto di Piotr Niepsuj.

Lo scorso ottobre si è tenuto a Milano uno degli eventi più importanti della stagione autunnale: il Bicycle Film Festival. Una rassegna dedicata non soltanto agli amanti del cinema e delle biciclette, ma anche a quelli della buona musica. Grazie agli organizzatori del BFF infatti abbiamo assistito all’esibizione di uno dei gruppi più discussi e celebrati dell’anno, gli YACHT. Non ci siamo fatti sfuggire l’occasione d’intervistare il duo di Portland, Oregon.

Come vi chiamate?
Jona Bechtolt e Claire L.Evans.

Quanti anni avete?
J: Ventotto
C: Ventiquattro

Come vi siete conosciuti?
J: Ho incontrato Claire nel 2005, il giorno dopo aver assistito per la prima volta alle “Marfa Mystery Lights”, un fenomeno ottico che ha reso celebre la cittadina di Marfa, nel nord-ovest del Texas. Ero in tour, in viaggio da Austin verso la California. Ci siamo incrociati suonando nello stesso locale di Los Angeles. Lei cantava in un gruppo noise mentre gli YACHT erano ancora una “one man band”. E’ stato amore a prima vista. L’anno dopo ci siamo rincontrati e abbiamo deciso di registrare qualche brano insieme.

Canzoni che sono finite nell’album del 2007 I Believe In You. Your Magic Is Real. A che punto Claire è entrata in piante stabile nella band?
C: Il giorno in cui abbiamo deciso di andare in Texas insieme, per assistere al fenomeno di queste luci misteriose. Marfa è un piccolo paese sperduto, a tre ore di distanza da qualunque altro agglomerato urbano. Vicino al deserto e al confine con il Messico. Qui ogni notte compaiono delle palle luminose che si muovono sospese nell’aria, disegnando movimenti all’orizzonte. Nessuno studio è mai riuscito a dare una spiegazione scientifica all’origine di queste forze, così sono nate una miriade di teorie cospirative. Dopo aver assistito alle “Mistery Lights” abbiamo deciso di trasferirci a Marfa per un pò. Inizialmente volevamo registrare due album separati ma una volta in Texas i nostri progetti sono cambiati. Era fondamentale condividere quell’esperienza insieme.

Vivete ancora a Marfa quindi?
J: No, siamo tornati a Portland, in Oregon.
C: Viaggiamo così tanto che alla fine ci sembra di non vivere da nessuna parte.
J: I nostri amici e tutte le nostre cose sono a Portland. Anche se in realtà non ci siamo mai.

Dove siete cresciuti?
J: Io sono nato in una piccolo paese di pescatori, si chiama Astoria Organ, a due ore di macchina da Portland. A tredici anni poi mi sono trasferito con la mia famiglia in città.
C: Io sono nata in Inghilterra. Mio padre è inglese, mia madre francese. Ho vissuto in Francia sino all’età di otto anni, poi anche noi ci siamo spostati a Portland, dove ho trascorso la mia adolescenza. Mi sono trasferita a Los Angeles nel 2002. In seguito ho incontrato Jona e sono tornata a vivere in Oregon.

Cosa ha portato di nuovo Claire nel mondo degli YACHT?
J: Ha introdotto un nuovo immaginario estetico e un approccio alla scrittura per me del tutto inediti. I brani di questo disco all’inizio sono nati come una breve raccolta di mantra, a volte melodici, altre atonali. Claire mi ha spinto a confrontarmi con un processo compositivo incentrato sul definire prima l’essenza dei messaggi da trasmettere e poi la loro forma. Attorno a quel nucleo di significati in seguito abbiamo costruito delle strutture pop.

Su Myspace citate l’artista e designer italiano Bruno Munari come una delle vostre influenze.
J: Siamo affascinati dai suoi studi legati ai triangoli. Sia io che Claire siamo ossessionati da quella forma geometrica. Il mio primo contatto con un triangolo è avvenuto da piccolo, attraverso il logo del gruppo degli Alcolisti Anonimi. Ho due fratelli maggiori ed entrambi ne facevano parte. Non l’ho più dimenticato.
C: Gli studi di Bruno Munari analizzano perfettamente la complessità del significato dei triangoli nella storia dell’uomo attraverso l’arte, il design, l’architettura. Sono forme simboliche che hanno alimentato le culture e le religioni più diverse. E continuano ad avere un impatto enorme anche nella società contemporanea.

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Sino ad incarnare l’essenza di un gruppo pop come il vostro.
C: Proprio così. E’ una forma che evoca tantissimi significati differenti al punto di diventare un simbolo neutro, aperto alle più svariate interpretazioni. Era questo l’aspetto che volevamo collegare agli YACHT. Un segno immediatamente riconoscibile dal punto di vista grafico ma allo stesso tempo indecifrabile nei contenuti. Per noi il triangolo non è soltanto un logo con il quale riconoscere una band ma il simbolo di una comunità, di un gruppo di persone, quasi una religione. Alcune punk band erano molto vicine a questo tipo di concezione, penso ai Black Flag o ai Germs. I fan di questi gruppi non solo si riconoscevano nella musica ma soprattutto nel modo di vivere e interagire con la realtà circostante, come se fossero parte di una tribù.

Allo stesso tempo però sul vostro sito tenete a sottolineare che non siete un Culto.
J: Lo abbiamo specificato perché di recente attorno agli YACHT si è raccolto un gruppo di amici con il quale discutiamo delle scelte e dell’estetica della band. Non vogliamo che tutto questo venga percepito dall’esterno come una scelta elitaria, massonica, che possa far sentire esclusi i nostri fan in favore di non meglio identificati adepti.
C: Inoltre oggi, nella società moderna, l’uso della parola “culto” ha assunto una connotazione negativa con la quale non vogliamo essere identificati. Non siamo una setta ma una comunità.

Come siete entrati in contatto con la DFA?
J: Li ho contattati in maniera molto prevedibile, grazie alla mail che ho trovato sul loro sito web. E’ stato un salto nel buio. Volevo che remixassero il brano di una mia vecchia band, i The Blow. Così ho conosciuto Jonathan Galkin, il fondatore dell’etichetta: aveva già sentito parlare di noi e gli piacevano i nostri brani. Da quel momento in poi abbiamo continuato a scriverci e ha iniziato a tenere d’occhio i miei progetti. Una mattina del 2007 ho ricevuto una sua telefonata. Gli Lcd Soundsystem cercavano una band per aprire i loro concerti durante il tour in Nord America, che sarebbe iniziato di lì a due giorni. Senza neanche riflettere ho risposto che eravamo disponibili.

E’ andata bene a quanto sembra…
J: E’ stata un’esperienza fantastica, le persone che lavorano alla DFA sono straordinarie. Ho scritto il brano Summer Song dopo quella tournee, come un omaggio all’etichetta e al gruppo di James Murphy. Non avrei mai pensato che la pubblicassero come singolo e che ci avrebbero chiesto di entrare nel loro rooster.

Firmare per la DFA ha influenzato il suono e le registrazioni del vostro nuovo album See Mystery Lights?
J: No, non credo. Il disco è stato ispirato esclusivamente dal fenomeno delle luci di Marfa. La nostra attenzione si è focalizzata su un discorso spirituale andando oltre l’aspetto musicale. Non abbiamo mai ragionato in termini di suoni mentre scrivevamo l’album. Ci siamo fatti influenzare da riflessioni legate alla religione, all’arte, al design, alla storia, non dalla musica.

I ragazzi della DFA sono stati coinvolti nella produzione?
C: No, abbiamo registrato tutto da soli. La prima versione dell’album che abbiamo mandato alla casa discografica era lunga nove minuti, un collage di mantra e bozze minimali. Entusiasti ci hanno spinto a trasformarlo in un disco pop. E’ stato interessante riuscire a sviluppare quei frammenti di musica e testo in strutture complesse, mantenendo allo stesso tempo lo spirito mantrico della ripetizione come nucleo delle canzoni. La musica pop è un canale privilegiato per trasmettere messaggi densi di significato, perché agisce sull’inconscio delle persone. La gente ascolta per ore i propri brani preferiti, spesso senza fare attenzione ai contenuti che veicolano. Qualcosa d’impalpabile però si sedimenta sempre a livello emotivo nell’ascoltatore e lo coinvolge affettivamente molto più di qualunque altro mezzo di comunicazione.

Dopo la pubblicazione di See Mystery Lights avete registrato il mixtape Anthem of The Trinity che include tutte le influenze musicali finite sull’album. Dai Talking Heads agli INXS, da Arthur Russell ai Bad Brains. Una mossa promozionale molto interessante.
J: In realtà non si è trattato di marketing. E’ stato un esperimento. Durante la lavorazione dell’album ci siamo concentrati su aspetti molto diversi, nessuno di questi legato alla musica.
L’intento era di liberarsi il più possibile da ogni riferimento consapevole ad altri gruppi o estetiche musicali, dando priorità ai messaggi da veicolare e all’immaginario estetico nel quale immergere le canzoni. Dopo aver ultimato il disco ci siamo seduti ad ascoltarlo per capire quali erano state le influenze inconsce. Abbiamo annotato su un foglio di carta tutti i brani e gli artisti che ci sono venuti in mente e ne abbiamo fatto una compilation.

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Qual è l’idea dietro al video Psychic City?
C: Quel video nasce dalla profonda fascinazione degli YACHT per ogni forma di rituale ancestrale, che sia una religione tradizionale o un credo pagano. Siamo interessati al mistero dei simboli e alle connessioni profonde tra le diverse culture e mitologie che hanno attraversato la storia dell’uomo. In Psychic City mettiamo in scena una sorta di allegoria dove io impersono le religioni più antiche – babilonesi, assire, greche – e allo stesso tempo rappresento l’oscurità. Jona invece incarna una spiritualità più moderna, legata al Cattolicesimo e all’Ebraismo, oltre ad essere vestito di bianco per evocare la luce. Nel finale queste forze contrapposte s’incontrano simbolicamente con un bacio tra i due personaggi.

E’ stato difficile girare quella scena?
C: No perché siamo fidanzati.

Davvero? Non lo sapevo!
C: Cerchiamo di non pubblicizzare la cosa, per non distogliere l’attenzione dalla musica. Non crediamo ci sia nulla di particolarmente interessante.

Avete aperto alcuni concerti per gli Yeah Yeah Yeahs. Come è andata?
C: Benissimo, sono persone straordinarie, hanno un pubblico molto attento e generoso.
J: Tra l’altro siamo legati da alcune coincidenze curiose. Anche loro hanno registrato il disco It’s a Blitz nel deserto del Texas, proprio nel periodo in cui noi eravamo a Marfa. Non ci siamo mai incrociati ma alcuni nostri amici texani ci avevano informati della loro presenza nella zona. Immediatamente abbiamo pensato che fosse qualcosa di più che una semplice casualità. Due anni dopo dividevamo lo stesso palco.

Di recente siete stati coinvolti in una bagarre sulla pirateria digitale. Cosa è successo? Come è cominciata?
J: E’ iniziata con un’intervista che ho rilasciato a un blog specializzato in tecnologia. Mi hanno chiesto quali software usassi per registrare la musica e i video degli YACHT e ho risposto che utilizzavo principalmente un plug-in scaricato illegalmente. L’autore di quel programma ne è venuto a conoscenza e ha iniziato ad attaccare me e Claire a livello personale sul suo forum. Dopodiché la discussione si è allargata su altri blog e si è ingigantita quando Pitchfork ha riportato la notizia.
C: E’ stato un periodo spiacevole. Gli autori di quei blog non si sono limitati a discutere della questione “pirateria”, hanno iniziato ad insultarci sul piano individuale. Credo sia comunque valsa la pena di portare un argomento del genere in superficie. Non si parla mai di musicisti che usano software pirata, nessuno lo ammette. E’ un tabù.
J: Solo perché abbiamo ricevuto molte recensioni positive, rilasciamo interviste e andiamo in tour da un continente all’altro, non vuol dire che siamo diventati ricchi. E’ una visione completamente distorta della realtà. Riusciamo a malapena a pagare l’affitto. Gruppi come noi difficilmente possono permettersi di sborsare cifre astronomiche, e spesso ingiustificate, per programmi di musica o di editing video. Siamo onesti. Ci siamo messi a nudo.

Chi è l’autore della copertina di See Mystery Lights?
J: E’ un artista che abbiamo incontrato a Marfa, si chiama Boyd Elder. E’ uno dei tanti personaggi singolari che abbiamo conosciuto nel deserto. Si è trasferito lì da quasi trentanni. Dopo aver assistito al fenomeno delle “Mystery Lights” ha deciso di mollare tutto e andare a vivere in Texas. E’ l’autore della copertina del secondo disco più venduto della storia, il Greatest Hits (1971-1975) degli Eagles.

C’è qualche altro artista italiano che apprezzate in maniera particolare?
C: Il futurismo ma siamo in ambito artistico.
J: Mi piace l’Italo-Disco, anche se non ricordo nessun nome in questo momento.
C: Adoro Pasolini. Uccellacci e uccellini è uno dei miei film preferiti di tutti i tempi. All’università ho seguito dei corsi dedicati al vostro cinema. Amo Fellini, De Sica, il neo-realismo.

Da quale stato d’animo traete maggiore ispirazione?
C: Credo che i nostri dischi nascano da una sorta di distacco volontario dalla realtà. Tendiamo ad isolarci quando registriamo un album. Per un certo periodo è come se vivessimo sospesi.
Smettiamo addirittura di ascoltare musica per non essere influenzati dal mondo esterno.

Qual è stato sinora il momento più importante della vostra carriera?
J: Vedere le “Marfa Mystery Lights” ha cambiato radicalmente le nostre esistenze e il nostro modo di fare arte. Ha aperto una nuova fase nelle nostre vite.
C: E inoltre ha scatenato tutta una serie di eventi che ci hanno portato sino a questo punto. Ci siamo incontrati grazie a quelle luci, abbiamo scritto un album insieme, siamo entrati in contatto con la DFA e così via.

Qual è stato l’ultimo film che avete visto? Siete andati al cinema, lo avete guardato in dvd o lo avete scaricato?
J: Ho scaricato Suburbia di Penelope Spheeris qualche giorno fa, bellissimo.
C: Un capolavoro datato 1984. Lo abbiamo visto sul nostro laptop, in una stanza d’albergo. Andare al cinema ultimamente è diventato un lusso quasi esotico perché viaggiamo in continuazione. Il nostro consumo mediatico avviene per lo più attraverso il computer portatile.

L’ultima volta che siete andati al cinema cosa avete visto?
J: Eravamo a Boston e abbiamo guardato Surrogates, un pessimo film di fantascienza con Bruce Willis. Un calderone di tutti i luoghi comuni del genere. Deludente.

Che macchina guidate?
C: Una Wolksvagen Golf del 2000. E’ ora di cambiarla, sta cadendo a pezzi.

In quale film vi piacerebbe recitare?
C: Star Trek, il film del 1972! Senza alcun dubbio!
J: Anch’io!

Cosa vi spaventa di più come band?
C: Il fallimento.
J: L’umiliazione pubblica.
C: E l’eventualità di non essere presi sul serio.

Come persone?
C: Io ho paura del buio. E mi spaventano i ponti. Ogni volta che ne attraverso uno devo chiudere gli occhi.
J: A me terrorizzano i granchi (ridono scomposti)

Se poteste rinascere del sesso opposto al vostro, chi vorreste essere?
C: Denzel Washington. Mi piacerebbe sapere cosa si prova a essere così fighi!
J: Anch’io vorrei essere un’attrice. Diane Lane probabilmente.

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Se non foste dei musicisti che lavoro fareste?
J: Non ci consideriamo dei musicisti. Credo sia limitante. Gli YACHT sono molto di più che una semplice band.
C: Definire il ruolo di un artista con una sola definizione è mortificante. Cerchiamo di avere più sfumature possibili. Se potessi scegliere comunque mi piacerebbe fare l’astronauta.

Qual è la vostra serie televisiva preferita?
C: Star Trek di fine anni sessanta.
J: Curb Your Enthusiasm di Larry David, un’esilarante sit-com americana.

Se poteste viaggiare indietro nel tempo in quale periodo storico vi piacerebbe vivere?
C: Adoro questa intervista! Davvero!
J: Di solito sono sempre così noiose.
C: Vorrei vivere nella Parigi degli anni venti.
J: Io nella Los Angeles degli anni cinquanta.
C: O magari nei tardi anni settanta. L.A. era un posto magico per la musica in quel periodo. Avrei voluto essere un punk nella Città degli Angeli.

Vi ricordate il giorno in cui è morto Michael Jackson? Come lo avete saputo? Dove eravate?
C: Eravamo all’aereoporto di Chicago.
J: E’ stato surreale. Ne parlavano tutti ma non riuscivamo a capire cosa stesse accadendo. La notizia non era ancora stata riportata dalle televisioni. Ho controllato su Twitter e ho avuto la conferma che era successo qualcosa.
C: Alla fine i televisori dell’aeroporto hanno iniziato a trasmettere il telegiornale: era tutto vero.
J: E’ stato un giorno molto strano.

Avete qualche rituale prima di salire sul palco?
J: Facciamo stretching, meditazione per circa venti minuti e beviamo dell’acqua frizzante.

Se aveste l’opportunità di parlare al voi stesso bambino, cosa gli direste?
J: Non saltare da quello scivolo Jona… Mi sono rotto il braccio all’età di nove anni.
C: Rilassati Claire, andrà tutto bene.

Avevate qualche poster nella vostra camera da letto quando eravate adolescenti?
C: Io un poster gigante del quadro di Salvador Dalì The Temptations of St.Anthony. Lo vidi per la prima a quattro anni in un museo e ne rimasi completamente rapita.
Un giorno andai in un negozio d’arte con mia madre e provai a descriverlo al proprietario. Gli raccontai di questi cavalli con le gambe lunghissime, in mezzo a un deserto pieno di simboli religiosi. “So cosa stai cercando” mi rispose il vecchietto con l’aspetto da bibliotecario. Così mi ritrovai questa gigantografia surrealista nella stanza, tra le bambole e gli hula-hop.
J: Credo di essere stato un ragazzino abbastanza problematico. Nessun poster per me. Solo pareti bianche, asettiche.

Praticate qualche sport?
J: Non proprio. Mi affascina il rituale che li circonda. Anche se non mi definirei uno sportivo.
C: Faccio esercizio fisico regolarmente ma neanch’io sono una salutista accanita. Vale lo Yoga?

Quanto è grande il vostro appartamento? Qual è la vostra stanza preferita?
J: Viviamo in un monolocale con una stanza da letto che di giorno trasformiamo nel nostro ufficio. Abbiamo un armadio che copre tutta una parete, un’ampia finestra e un cucinino.
C: Difficile dire quale sia la mia stanza preferita… (ridiamo).

Avete ascoltato il nuovo disco di Jay-Z? A me è piaciuto, nonostante le critiche negative.
C: No, non ancora.

Ve lo chiedo perché in quell’album c’è un brano che si chiama D.O.A-Death of Auto-tune, l’applicazione musicale che modula la voce in maniera robotica, portata alla ribalta da Cher e sdoganata definitivamente da Flo-rida e T-Pain. Ho letto che siete grandi fan di quel software.
J: E’ vero. Ci affascina come sia entrato di prepotenza a far parte dell’estetica pop di questi anni.
C: Ci piace quel tipo di suono futuristico e retrò allo stesso tempo. Trasforma chiunque in un ottimo cantante. E’ molto democratico.

Ci sono dei gruppi musicali che hanno cambiato le vostre vite?
J: Da piccolo i Beatles, poi Run DMC, i Black Flag e infine i Nirvana, che mi hanno spinto a lasciare la mia piccola cittadina di provincia.
C: Sono cresciuta ascoltando un sacco di musica francese, tipo Jacques Brel ma il primo gruppo che ha davvero cambiato la mia esistenza sono stati gli Weezer, con l’album Pinkerton. Me ne vergogno un pò ma è così. Da ragazzina ero una fan scatenata, al punto di aprire un fan-club. All’epoca non avevo nessuna cultura musicale e loro hanno rappresentato la chiave d’accesso a tutto un nuovo mondo inesplorato…

http://www.myspace.com/yacht




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