New beats from London: Eglo Records, Werk Discs e Hyperdub

Testo di Gaetano Scippa. Foto di James Pearson-Howes.

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FunkinEven, Fatima, Alexander Nut (Eglo Records)

“Siamo raver di terza generazione, cresciuti tra feste d’n’b, hip hop e techno, abbiamo ascoltato di tutto e assorbito con il subconscio anche cose che ci piacevano meno, i cui suoni sono diventati per noi sempre più familiari” – Alex Nut

Dopo l’acid house, la massa critica britannica è stata scossa solo dal movimento UK garage e dall’esplosione del dubstep. Ma anche quest’ultimo, che ha onorato le migliori tradizioni rave in quasi dieci anni, sembra sul punto di esaurirsi o quantomeno lancia segnali di cedimento. In realtà a Londra non si parla della fine prematura di un genere, ma più orgogliosamente di evoluzione del suono underground, che sta sempre più assorbendo i ritmi hip hop, wonky e funky house, senza abbandonare Detroit e la Giamaica, e in alcuni casi si sta riscoprendo soul e pop. Un’evoluzione che ha visto nascere alcune realtà musicali entusiasmanti, piccole etichette indipendenti guidate da giovani dj e produttori di talento con una cultura e un gusto musicale pari solo alla loro intraprendenza DIY. Abbiamo incontrato le menti e gli artisti di tre label, selezionate tra quelle emergenti (la Eglo Records dell’astro nascente Floating Points e di Alexander Nut, mattatore della radio pirata Rinse FM, accompagnati da Fatima), quelle più stilose (la Werc Discs di Actress e Lukid) e quelle che in 5 anni hanno già fatto storia (l’Hyperdub di Steve “Kode9” Goodman, Darkstar e King Midas Sound), per capire il loro background e, soprattutto, in quale direzione si stanno muovendo.

E’ domenica sera e il Plastic People, lo storico club di East London che ospita le serate più ambite e all’avanguardia della bass culture (FWD>>), è già imballato. Non fanno più entrare, è un locale non autorizzato che è stato già chiuso due volte e non può rischiare un nuovo sigillo. Per fortuna incrociamo lo sguardo timido di Sam Shepherd, che ha appena terminato il suo set come Floating Points e ci accompagna nel basement. Lo spazio è minimo, la temperatura rovente, il soundsystem mostruoso. I bassi di Plastician rimbalzano sulle pareti e si scaraventano su decine di corpi ammassati e oscillanti, tra cui ci destreggiamo per raggiungere in consolle Alexander Rogers, in arte Alex Nut. In un rapido scambio di battute ci accordiamo per un incontro più tranquillo, la sera successiva, al diner lì di fronte. Verranno lui, Sam e Fatima della scuderia Eglo.

“Sono cresciuto negli anni ’80 a Wolverhampton, una noiosa cittadina delle West Midlands dove la gente trascorre le serate a ubriacarsi nei pub e non condivide il mio interesse per la musica”, inizia a raccontare Alex. “Nel 2003, a 21 anni, mi sono trasferito a Londra e iscritto all’università di musica. Qui ho conosciuto persone con le stesse aspirazioni: produrre musica, djing, fondare un’etichetta”. Come tanti ragazzi giunti a Londra per inseguire un sogno, Alex si tuffa senza perdere tempo in varie esperienze di clubbing e promozione. Per tre anni lavora a tempo pieno per l’agenzia Zzonked, dove impara i meccanismi dell’industria discografica, di Internet e della radio. Quindi decide di mettersi in proprio, per lavorare con gli amici conosciuti al Plastic People o al suo programma su Rinse FM. Tra questi la coinquilina Fatima, notata nel club mentre saltava sul microfono, e Sam, di cui per caso scopre la musica su Internet. “Dopo averlo contattato mi ha mandato oltre 20 tracce che nessuno aveva voluto pubblicare, tra cui il primo 12” della Eglo, For You/Radiality”, spiega Nut. “A distanza di un anno ci siamo incontrati e abbiamo discusso su quali etichette sarebbero state adatte alla sua musica, arrivando alla conclusione che ne avremmo aperta una insieme”. Sam ha almeno 12 anni di produzioni alle spalle, che Alex comincia a suonare nei club e alla radio grazie all’amico Charles Holgate aka Nomad. “Ci siamo conosciuti a una serata FWD legata a Rinse FM e gli ho dato alcuni mix. Poco dopo mi ha offerto uno spazio alla radio sul broken beat. Ho accettato, anche se mettevo un mix di Flying Lotus, Hudson Mohawke e qualsiasi altra cosa cross genere (ride, ndr)”. E mentre spende parole generose per Sarah Lockhart e Geneeus, che da 15 anni tengono in piedi la radio nonostante due chiusure, Nut racconta come sono cambiati i gusti a Londra negli ultimi anni. “C’è stato un miscuglio amichevole tra generi: influenzati da gente come Benji B, Plastician e Dam-Funk, ormai tutti i dj non suonano più solo un unico stile di musica. Gran parte dei nostri gusti musicali si sono sviluppati sulle strade di Londra, dal drum’n’bass al 2step, fino al garage, al grime, al dubstep e chiaramente alla funky house come adesso. In 10 anni è cambiato molto nella storia musicale del Regno Unito, che ha una grande tradizione di clubbing e cultura rave. Siamo raver di terza generazione, cresciuti tra feste d’n’b, hip hop e techno, abbiamo ascoltato di tutto e assorbito con il subconscio anche cose che ci piacevano meno, i cui suoni sono diventati per noi sempre più familiari. Se spremi tutti questi stili differenti ottieni comunque un’anima soulful che ci accomuna e che anche nei suoni più duri e violenti non ci fa mai sconfinare nell’industrial o nella gabber”. Con la sua visione romantica del mondo e stufo del cinismo imperante, “dei discografici cocainomani e delle stronzate che propinano”, Alex vuole controllare il proprio destino e punta a far emergere i talenti con sincerità e rispetto.

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Lukid, Actress (Werk Discs)

“Per creare al meglio devo distruggere in qualche modo la mente e lavorare sul subconscio, come mi è capitato con la serie Thriller” – Actress

Sam Shepherd (Floating Points) ascolta divertito la conversazione con Alex, e intanto si degusta un frappé al pistacchio e un cestello di patate fritte. Finché tocca a lui raccontare qualcosa di sé, dalla formazione classica e jazz alla passione per l’elettronica vintage: “Ho 23 anni. Mio padre è un vicario e quando ero piccolo mi fece fare un provino nel coro della cattedrale di Manchester. A 8 anni mi iscrisse a una scuola di musica per bambini che non mi piaceva (perché si studiava dalle 8 del mattino alle 8 di sera), ma il primo tour con il coro nella cattedrale di Ruen, in Francia, fu entusiasmante”. Quando il suo timbro di voce cambia, Sam è costretto a lasciare il coro ma non la scuola, perché oltre a cantare ha imparato pianoforte e composizione, in particolare le tecniche di composizione e armonizzazione di Bach. Vince vari concorsi di musica classica, ma nel frattempo si diverte a scrivere pezzi di musica elettronica. “A scuola – continua con minuzia – usavano un nuovo studio digitale, troppo complicato per me, ma c’era anche un vecchio studio di registrazione inutilizzato, dove mi lasciavano provare vecchi strumenti. A 13 anni imparai a usare Korg MS20, Yamaha CS80, registratori a cassette a 8 tracce, Akai S90 e campionatori a 8 bit. Tutta roba analogica, calda e coinvolgente”. A 15 anni gli capita di provare i sequencer, ma preferisce inserire strumenti reali come un trombone, campionare il tintinnio di un mazzo di chiavi o i rumori di estintori e aspirapolvere, come quello usato per l’EP Vacuum Boogie. “E’ stato uno dei miei primi campionamenti, che ho poi trasformato in accordo con una tastiera”, spiega Shepherd. “Una delle cose che amo dell’elettronica è la possibilità di prendere suoni semplici, grezzi e cambiarli in qualcosa che puoi sentire in un club. Può sembrare stupido, ma in For You il rullante non è altro che la seduta del gabinetto di casa mia, mentre la grancassa è la porta della mia cucina che sbatte!”. Per anni si interessa a Stockhausen, Xenakis, Wishart, ai workshop della BBC e alla musica concreta, anche se durante le superiori ascolta e apprezza di tutto, dal jazz all’hip hop, alla techno e al d’n’b. Al momento di iscriversi all’università, però, invece che scegliere il Royal College of Music come i suoi amici, opta per la facoltà di farmacia. “Ero stufo di studiare composizione classica, in una fase in cui campionavo la lavastoviglie avevo bisogno di sfogarmi, di vivere situazioni più folli come in un normale corso di laurea”. L’energia con cui Sam affronta la vita è inesauribile: gli bastano 4 ore di sonno prima di andare nel laboratorio del suo PhD la mattina presto, lavorare sodo tutto il giorno, e la sera dedicarsi alla musica. Giusto il tempo per godersi un po’ di house, che ascolta con attenzione da un paio d’anni, ma anche ritmi siriani e indiani. “L’anno scorso in India ho comprato 80 dischi, film e colonne sonore di Ananda Shankar, che mi fa letteralmente impazzire. E’ riuscito a unire oriente e occidente con una musica folle, calda e psichedelica. Spero di organizzare una serata a tema!”.

Parlando di musica world, cogliamo l’occasione per interpellare Fatima, mc versatile di madre svedese e padre del Gambia, da 3 anni a Londra dopo aver vissuto a Stoccolma. “Sono cresciuta ascoltando musica africana dell’ovest, soul e hip hop. Ho iniziato a cantare nei cori di scuola, poi in varie band, finché mi sono trasferita a Londra dove ho partecipato a serate di freestyle”. Fatima, che per sbarcare il lunario fa la commessa, ha registrato pezzi con Floating Points, FunkinEven e produttori esterni. “L’estate scorsa sono andata a L.A. da un amico fotografo, Eric Coleman, che mi ha introdotto a Ras G e Shafiq Husayn dei Sa-Ra”. Nel suo primo EP c’è anche Dam-Funk, conosciuto alla serata Stones Throw al Cargo. “Quando Damon mi ha sentita cantare mi ha chiesto di mandargli dei beat. Adoro la sua personalità e la vibrazione positiva dei suoi pezzi”.

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Kode9 (Hyperdub)

“Quando la novità minimale si è esaurita, la nostra musica ha iniziato a suonare troppo arida e noiosa. E’ successo appunto con il dubstep, nato dall’idea di sottrarre elementi soul al UK garage secondo la metodologia del dub, che a sua volta sottraeva elementi al reggae. Il processo di sottrazione si è esaurito però quando sono rimasti solo basso e beats. Per evolvere ora bisogna trovare nuove strade”

Il giorno successivo incontriamo Darren J. Cunningham aka Actress davanti la chiesa di St. Metthew, nel quartiere sud di Brixton. E’ una tiepida e soleggiata mattina di fine settembre, il giardino antistante è occupato da un’umanità al rallentatore, ragazzi e anziani di colore che fumano erba e bevono birra in libertà. Raggiunti da Luke “Lukid” Blair, Darren ci propone di seguirlo dal suo barbiere di fiducia, nella via della sua infanzia, per parlarci di sé durante un servizio fotografico ad hoc: si farà disegnare sulla nuca il logo della Werk Discs.

Con Alex Nut ha in comune la città natale, Wolverhampton, e come lui si trasferisce a Londra per espandere i propri studi professionali e di post-produzione. “Nel 2002 promuovevo serate in un piccolo pub di Camberwell, il Funky Monkey. Producevo musica quando tornavo dall’università ed ero sempre alla ricerca di persone con cui fare eventi: non volevo sentire techno e house per tutta la notte, ma coprire l’intero spettro di musica”. Il clubbing è lo stadio iniziale che lo porta al lancio della Werk Discs, un marchio slegato dalla tecnica e dall’ovvietà, che punta invece su qualità e divertimento. Un collettivo costituito da Darren, l’amico Gavin Wheel e gli artisti che suonano alle loro serate. La distribuzione di demo porta all’uscita di Werk One EP, il primo mini album contenente pezzi di Actress, Byte Stripes, Ben Codec, Cut Out, Mr. Lizard e Format.K, stampato in 600 copie andate a ruba perché trainate dal fenomeno dubstep. “In realtà la Werk – precisa Cunningham – è più legata a soul, funk, hip hop e house. Ma negli ultimi anni, grazie al dubstep, l’interesse verso la musica e il numero di artisti originali sono aumentati, un po’ come nel periodo harcore e rave”. La ricerca mirata di artisti lo porta alla Jahtari, con l’idea che il digidub possa piacere anche agli estimatori del dubstep più legati all’elettronica. Poi rimane colpito dalla personalità di Lone (Matt Cutler di Kona Triangle, ndr), il cui album Friends & Ecstasy dai suoni anni ’80 si avvicina alla concezione del suo misterioso progetto Thriller. “Zomby invece è un camaleonte – continua descrivendo un altro personaggio del suo roster –, mi ha mandato un sacco di musica bleepy che ho scartato perché simile alle uscite su Hyperdub. Ma quando è arrivato il materiale rave, quello di Where Were U In ’92?, ho pensato che fosse divertente da pubblicare”.
Proseguiamo l’intervista nel seminterrato di un negozio di vinili funk e soul, dove Darren rivela di essere più influenzato dai propri artisti che dai dischi dell’adolescenza, e dai familiari, che gli hanno trasmesso la passione per Dionne Warwick, Marvin Gaye e la Motown. Il cugino lo introduce al primo hip hop di N.W.A, Public Enemy e Ice Cube, di cui è grandissimo fan. Quando inizia a fare il dj, invece, comincia ad acquistare dischi hardcore da rave e acid. “Al Tribal Gathering di Luton nel 1996 vidi Jeff Mills, Derrick May, Felix Da Housecat, Daft Punk, Adam F. Una rivelazione per me 16enne, che mi spinse a comprare qualsiasi cosa di Detroit, poi Chicago, French disco, New York disco e Chicago house”.
Il primo lavoro di Actress, Hazyville, viene concepito in un momento poco fortunato, in cui l’interesse è rivolto alla Warp e ad altre label di elettronica. Ma le difficoltà si trovano anche dentro le mura del suo appartamento a Brixton: quando prova a suonare la musica in progress, i coinquilini si lamentano e lo costringono ad ascoltare il lavoro in cuffia. Fuma moltissimo accanto alla 808, e questo influenza il mood del disco, morbido, sotterraneo, a tratti claustrofobico. “Per creare al meglio devo distruggere in qualche modo la mente e lavorare sul subconscio, come mi è capitato con la serie Thriller. Credo che alterare le proprie percezioni sia necessario a livello artistico, per cercare altrove la propria ispirazione, ma non a livello di produzione. Un producer deve mantenere il controllo e la padronanza tecnica su quello che deve fare”. Mentre sorride estraendo un disco di Bryan Loren del 1984, cerchiamo di approfondire il concept di Thriller, un’avvincente serie di 12” uscita senza label che solo con il passaparola è stata ricondotta alla Werc. “Thriller nasce dalla sperimentazione e dall’evoluzione del suono anni ’80, anche nella grafica diversa dei tre 12”: il primo, in cui Lukid remixa due vecchie e sconosciute tracce r’n’b che ascoltavo da giovane (BBQ/Genie), è totalmente nero con lo spazio vuoto. Nel secondo (Swarm/Hubble) inizia l’evoluzione e qualcosa riempie lo spazio. Nel terzo (Freak For You/Point And Gaze) l’umanità si è formata e interagisce in un club tipo Studio 54. Finiranno in una raccolta, ma ho in serbo un album nuovo per Thriller”. Darren quindi si sbilancia anticipando qualche dettaglio sul prossimo disco come Actress: “Uscirà a febbraio per la Honest Jon’s, l’etichetta di Damon Albarn. Sono rimasto sorpreso e felice quando mi hanno contattato, perché pubblicano dischi di Maurizio, Moritz Von Oswald e Hypnotic Brass Ensemble. A livello di sound, il nuovo disco penetra in modo più diretto ed esplosivo di Hazyville, come sentirai dalla traccia The Wrong Potion”.

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King Midas Sound (Hyperdub)

“Con i God era solo odio, mentre gran parte della musica dance che ascoltavo, tipo il dubstep, era solo formula senza anima. La musica di KMS ha la loro stessa intensità, ma esamina uno spettro opposto, di emozioni e attrazioni primitive invece che aggressioni primitive, di implosioni invece che esplosioni”

Lukid è molto più timido di Actress e preferisce soffermarsi in modo quasi maniacale sui dettagli tecnici. “Ho iniziato a studiare musica 10 anni fa a scuola, ma già a 11 anni suonavo la chitarra rock. I miei fratelli maggiori mi facevano ascoltare Public Enemy e drum’n’bass, mentre a scuola imparavo Logic. All’università ho seguito corsi di produzione musicale, ma mi divertivo di più a casa, da solo, a produrre musica con laptop, registratore, chitarra e drumkit, mischiando campioni, registrazioni al mic, software e sintetizzatori. Mi piace lavorare su un loop ispirato a qualche canzone o film (sono un fan di Taxi Driver) per cercare di mantenere l’equilibrio tra ascolto e astrazione. Ma non voglio essere catalogato in un genere, perché in fondo anche il wonky non è stato inventato adesso, vedi Sa-Ra e Dabrye, il mio produttore preferito”.

L’incontro a Camberwell con Steve Goodman non è semplice. Il fondatore dell’Hyperdub è sommerso dagli impegni e stufo dell’hype che lo circonda. Ma in fondo anche lui sa che è momento di autocelebrazioni, con l’uscita della raccolta Hyperdub sui primi 5 anni, e quindi si concede con cortesia regalandoci riflessioni profonde e pillole accademiche sul percorso dell’etichetta che ha lanciato Burial, prima di addentrarsi sull’evoluzione del suono UK e sul suo primo libro, Sonic Warfare.
“Dopo 5 anni la musica della Hyperdub è cambiata perché influenzata da un ambiente in mutazione. All’inizio era minimale, solo basso e beats: la prima uscita di Kode9, Sine Of The Dub, cover di Sign O The Times di Prince, era una pulsazione base con spoken word. Poi si è schiarita, è diventata più colorata, melodica e orientata alla pista da ballo, anche se diverse uscite sono ancora a metà strada. Capita di frequente nell’elettronica, che col tempo tende a colorarsi in mille sfaccettature. Nel frattempo l’audience si è allargata, specie grazie al dubstep, i gusti musicali e i generi sono cambiati. Quando la novità minimale si è esaurita, la nostra musica ha iniziato a suonare troppo arida e noiosa. E’ successo appunto con il dubstep, nato dall’idea di sottrarre elementi soul al UK garage secondo la metodologia del dub, che a sua volta sottraeva elementi al reggae. Il processo di sottrazione si è esaurito però quando sono rimasti solo basso e beats. Per evolvere ora bisogna trovare nuove strade”.
Quel che più interessa a Steve è il fatto che in UK la bass culture mantenga una forte personalità, consapevole del suo orientamento verso la funky house, dopo che il garage ha portato al grime e al dubstep, il primo sempre più verso l’hip hop e il secondo arrivato sul dancefloor in gran ritardo. “L’UK garage era ballabile, uptempo, soulful, ma con uno stile ritmico unico. Questo è lo stile a cui si avvicina di più il post-UK garage, come lo vediamo oggi, così aperto da poter ottenere pezzi oscuri e altri più r’n’b. Se il 2step e il funky sono in qualche modo accomunati dall’elemento soul, il garage questo lo confondeva del tutto, anche senza la presenza di voci femminili, tagliando le voci, velocizzandole, usandole come elementi ritmici. Questo trattamento era chiamato ‘hypersoul’ o scienza della voce. Cosa che il funky non fa, perché è più convenzionale, non processa le voci in modo significativo. Non sono contrario al lato soulful, ma abbiamo bisogno di canzoni essenziali. La cosa più interessante di funky, garage e 2step, ma anche di jungle, d’n’b, grime e dubstep, sono appunto i ritmi, programmati a metà tra l’house e l’hip hop”.
L’Hyperdub rimane una realtà a basso profilo, che tuttora opera in modo virale e senza forzature. L’etichetta non è diventata grande, è solo più visibile grazie a Burial, che ha toccato le corde emotive degli ascoltatori: i suoi 2 album sono gli unici che hanno venduto. Steve decide cosa pubblicare senza fare previsioni di vendita, però il fatto che Burial sia andato bene gli ha reso più semplice l’attività e permesso di produrre altre cose. Tra il 2001 e il 2003 l’Hyperdub era un web magazine, di cui Burial apprezzava gli articoli. Era un fan degli intervistati, tipo El B, che non trovava altrove. “Mi ha spedito lettere scritte a mano, foto e cd con la sua musica – confida Steve – fino al 2002. Nel 2004, quando è partita la label, ascoltando suoi vecchi pezzi come South London Boroughs, Broken Home e Distant Lights, ho pensato che avrei dovuto pubblicare anche musica di altri artisti, a cominciare dal primo album di Burial. Non mi sarei mai immaginato un successo simile”.

Le attività di Goodman non si esauriscono con l’etichetta, anzi, lo scozzese dedica parte del suo tempo all’università di East London – dove insegna film sound design, teorie di tecnologia musicale e suono interattivo – e parte alla scrittura. Scrive articoli sull’afrofuturismo (“per capire la connessione tra i miei dischi preferiti, principalmente black ma dal taglio cosmico o tecnologico”) e pubblica il suo primo libro. Sonic Warfare, in uscita per MIT Press, parla degli utilizzi e degli abusi nei soundsystem, l’uso di suoni ad alta intensità per disperdere e per attrarre le persone. “Una delle cose più interessanti che ho scoperto è stato l’uso del suono da parte dei militari U.S.A. in Vietnam per sviluppare le tecniche di annientamento psicologico ‘wondering soul’ o ‘wondering ghost’: sfruttando una concezione buddista, secondo cui se si muore di morte violenta il proprio spirito vaga senza pace nell’aldilà, i militari avevano realizzato un montaggio audio di voci spiritiche come fossero quelle di soldati morti o antenati, trasmesse ai vietcong dagli speaker degli elicotteri durante i bombardamenti”.

La nostra hypergiornata si conclude al Borders di Islington, nel faccia a faccia con due tra i più interessanti artisti dell’etichetta di Kode9: Darkstar e King Midas Sound. Chiediamo prima a James Young, metà del duo con Aiden Whalley dei Darkstar, di parlarci del progetto: “Nasco come dj house e techno, mentre Aiden ha un background come chitarrista rock. Abbiamo costituito i Darkstar e pubblicato il primo 12” nel 2007, quando Steve ci ha contattato per il pezzo Out Of Touch. Aiden si occupa di accordi e melodie, io li incasino un po’ con le linee di basso, i campionamenti e le voci. Se l’insieme funziona scriviamo i testi. Il nostro primo LP uscirà il prossimo marzo e conterrà pezzi nuovi che, anche grazie all’arrivo di un cantante, avranno la forma canzone. E’ una sfida scrivere canzoni pop e suonare dal vivo come una band, ma più divertente che fare pezzi dance strumentali”.

L’elettropop dei Darkstar e il “dread soul” dei King Midas Sound di Kevin Martin non hanno nulla in comune, se non la ricerca della canzone melodica perfetta. Kevin tiene a precisare che il gruppo è formato da lui e Roger Robinson, a cui si è aggiunta la cantante giapponese Hitomi (Dokkebi Q) che canta in tre pezzi del nuovo album. “Waiting For You – spiega – può apparire malinconico al primo ascolto, ma nasconde un’energia molto positiva. Ci abbiamo messo tre anni e mezzo per prepararlo, perché all’epoca stavo lavorando a tre diverse uscite, tra cui The Bug. Molte persone si sono soffermate solo sull’aggressività di The Bug, senza cogliere la poetica dub di Roger. Questo mi ha spinto a fare musica lontana dalla pista da ballo, poco aggressiva, da after club”. E così, dopo anni spesi a odiare la gente, le canzoni, la melodia e la struttura, a causa dei suoi trascorsi post punk, free jazz noise d’assalto (God) ed elettronica disturbata (Techno Animal con Justin Broadrick e John Zorn), Kevin punta tutto sui vocalist e sull’influenza della musica giamaicana. “Posso ancora produrre pezzi strumentali, ma i brani che hanno cambiato la mia vita sono cantati. Non posso più fare a meno della voce: quella giusta può cambiare le emozioni, dare un senso nuovo alla musica. Con i God era solo odio, mentre gran parte della musica dance che ascoltavo, tipo il dubstep, era solo formula senza anima. La musica di KMS ha la loro stessa intensità, ma esamina uno spettro opposto, di emozioni e attrazioni primitive invece che aggressioni primitive, di implosioni invece che esplosioni: è musica sensibile e fragile, non meccanica, è amore nei suoi massimi aspetti, gioiosi e dolorosi”. Un po’ come ciò che esplorava il lovers rock in UK, dapprima sottogenere del reggae snobbato in Giamaica perché considerato troppo blando e neutrale, in seguito accettato e apprezzato per l’enfasi sui toni, le emozioni più pure e l’innocenza perduta o tradita. “Non voglio ricreare il lovers rock ed essere retro, semmai reinterpretarlo seguendo le mie radici”, specifica il produttore. “Nonostante l’ossessione per le produzioni di King Tubby e la collezione di 7” di Linton Kwesi Johnson, odio tornare indietro. Per guardare avanti non devo distruggere le strutture, ma affrontarle dall’interno, sovvertirle, stratificarle. Solo ora mi rendo conto di quanto fosse facile fare musica noise, ma anche di quanto il trip hop di Bristol, per esempio, non fosse riuscito a superare certi livelli di psichedelia diventando musica da bar. Per questo mi sento più affine al reggae che al trip hop: Tricky destrutturava, io invece voglio stare dentro le canzoni e cercare un equilibrio tra sperimentazione e melodia, tra messaggio politico e seduzione, come faceva Marvin Gaye. Non voglio essere conservatore, la musica mi deve drogare, sopraffare, non sortire un unico effetto sulla mia mente”.




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