Club To Club 09

foto di Andrea Macchia | Club To Club

Testo di Gaetano Scippa. Foto di Andrea Macchia | Club To Club

Club To Club, il festival internazionale di musiche e arti elettroniche tenutosi a Torino dal 5 al 7 novembre, si è concluso al di là delle più rosee aspettative. Il successo della nona edizione, sottolineato da un bilancio positivo con tutti gli appuntamenti sold out e oltre 20mila presenze nell’arco delle tre serate, è stato prima di tutto un successo territoriale. Club To Club ha messo in risalto le bellezze architettoniche storiche, industriali e contemporanee del capoluogo piemontese, sfruttando anche alcuni spazi fino ad oggi considerati inappropriati per eventi di musica da ballo.


Giovedì 5, giornata d’inaugurazione, una lunga coda ci separa dall’ingresso del settecentesco Teatro Carignano. Carl Craig, Moritz von Oswald e il pianista Francesco Tristano sono attesi alla prima mondiale del loro “anomalo” tour insieme. L’impatto scenico toglie il fiato: raramente capita di accomodarsi in un antico palco per assistere a una performance di musica elettronica. Il signore della techno di Detroit e il fondatore della Basic Channel, dopo aver ricomposto le composizioni di Ravel e Mussorgsky per la Deutsche Grammophon, si sono uniti al giovane pianista lussemburghese in un live straniante, certamente unico, di musica techno jazz in chiave contemporanea. L’inizio è un po’ indeciso, il lezioso Craig e l’attento von Oswald a tratti non si capiscono, ma col passare dei minuti l’amalgama migliora, tra momenti ambientali e improvvisi crescendo ritmici. Quando parte il 4/4 di Craig la platea esulta, ma non può esplodere, come la musica del resto, perché la struttura del teatro non consente affondi. Maurizio dirige l’ensemble, filtra i suoni, ma i suoi effetti sono troppo bassi, appena percepibili in confronto alle percussioni e alle tastiere, mentre Tristano ne esce da protagonista inconsapevole, con la sua mano destra veloce e vellutata sul pianoforte e la sinistra sui synth a produrre accordi strabilianti e ipnotici. Dopo l’uscita di scena di Moritz, tra gli applausi scroscianti e la commozione generale – anche per le evidenti difficoltà motorie dell’artista, paralizzato nella sua parte sinistra a seguito di un ictus –, arriva il bis di Craig e Tristano, che salutano il pubblico con i pezzi della Innerzone Orchestra dando la sensazione che l’ingranaggio sia ancora da oleare, ma l’esperimento riuscito.

We do Warp: per festeggiare i 20 anni dell’etichetta inglese, verso mezzanotte ci spostiamo in zona industriale, al Mirafiori Motor Village, dove salgono in consolle il fenomeno del momento Hudson Mohawke seguito dal talentuoso Jimmy Edgar. In piena fase hype, con tutti gli occhi puntati addosso, HudMo cerca di non deludere le aspettative. In realtà più che un live sembra fare un djset, dimenandosi sul mixer o forse solo selezionando beats dal laptop. In preda agli impulsi della sua giovane età, lo scozzese del collettivo LuckyMe propone una scaletta febbricitante, con suoni spezzati e astratti all’impazzata e il timbro gelido. Il pubblico guarda ma non balla. Sarà anche stato il più giovane finalista DMC in Uk, ma questa sera non convince.
Un’ora dopo tocca a Edgar, che alza decisamente il livello della serata (e delle casse) a suon di synth e vocoder, P-funk, Juan Atkins ed elettronica nineties nel tipico marchio Warp. La gente si scatena, gli speaker friggono, ma dopo solo mezz’ora l’artista di Detroit si alza e se ne va. A detta degli organizzatori un gesto di galanteria per far recuperare sulla scaletta. Di fatto fa giusto in tempo a pompare My Beats, l’anthem del suo ultimo album Color Strip del 2006.

Il calendario di venerdì è il più imballato di C2C. Se abbiamo la certezza di partecipare all’anteprima nazionale di Jeff Mills live con “The Trip” alla Mole, in tarda serata bisogna scegliere tra diversi eventi simultanei: il party di fuoco all’Hiroshima Mon Amour con i djset di Bloody Beetroots e Joe Goddard (Hot Chip), il live di Laurent Garnier con un’orchestra di nove elementi – mentre Martyn è saltato per motivi di salute – al Supermarket, i djset berlinesi ai Murazzi e lo showcase “Digital Orbit Nocturne” alla Sala Espace con i live di Teho Teardo e Jon Hopkins. Optiamo per quest’ultimo, dopo essere rimasti estasiati dalla sua esibizione al Sonar con Tim Exile col progetto Soundclusters. Ma partiamo con “il viaggio” di Jeff Mills. La location, il Museo Nazionale del Cinema, è a dir poco spettacolare. Decine di sdraio sono disposte al pianterreno davanti a un megaschermo, tra manga e robot, ma solo 300 fortunati possono assistere allo show audiovisivo. Dopo aver musicato Metropolis di Fritz Lang, con “The Trip” Mills vuole condividere la sua passione per i film sci-fi degli anni ’20-’70, campionandone spezzoni da mixare in tempo reale, ovviamente al ritmo della sua TR 909. Il risultato è ambivalente: se la musica – altalena di crescendo a momenti sospesi e spaziali – è perfetta (e l’acustica pure), lo stesso non si può dire delle immagini – per quanto interessanti a livello di selezione e fonti – che sono processate in modo psichedelico ma dilettantesco, fino a forzare l’effetto con lampade stroboscopiche inserite nel fermo immagine di due occhi. Un vezzo, che forse anche chi si è addormentato in sala gli perdonerebbe volentieri.

foto di Andrea Macchia | Club To Club

Ci dirigiamo al Salone, dove il musicista e compositore Teho Teardo sta suonando il basso dal vivo accompagnato da violoncello e visuals. L’atmosfera è buona, la musica tra post-rock e suoni da camera è cinematica, ma le immagini – girate col telefonino – sono poco azzeccate e distraggono. Lo showcase di Optofonica a seguire è rilassante, trattandosi di sperimentazioni psicoacustiche minimali a spettrometro e schermo retroilluminato. All’una e mezza arriva il prodigio. Jon Hopkins ha presenza scenica e si muove con sicurezza ed energia sui comandi. Il ragazzo parte atmosferico e melodico con pezzi quali Wire e l’anthem Light Through The Veins, ma poi spinge pesante su bassi e glitch di Vessel e Insides come se Brian Eno facesse spazio ad Autechre e al Boxcutter di Glyphic. L’affondo ritmico ricorda i Dust Brothers irrobustiti di quel tanto che basta per travolgerci. La gente, dapprima seduta e composta, inizia a saltare, ballare e applaudire: standing ovation. Come se non bastasse, lo show di Jon è in combo con le bellissime animazioni fatte a mano di Nexus e Blink Ink, che scorrono in simbiosi con la sua musica e contribuiscono non poco al viaggio psichedelico.

Il primo live di sabato si svolge nella splendida cornice del teatro Gobetti, altro luogo storico di Torino. Forse per l’orario infelice, purtroppo la platea non si riempie per la performance di Filastine. Peccato, è una delle più entusiasmanti dell’intero festival. Nonostante la febbre, il musicista “world bass” produce uno show percussivo molto intenso, in cui suona con un megafono collegato a laptop, batteria elettronica, iphone e un carrello della spesa con tanto di nacchere e tamburi berberi. I brani sono mixati dal vivo con immagini di protesta no global, girate e montate dallo stesso Grey, in un susseguirsi di raffinerie, petrol-dollari, scontri con la polizia e periferie urbane. I bassi rimbalzano da Hungry Ghost al sonar pulsante di Strategy of Tension, fino all’alternarsi di ritmi latini, con le sincopi samba di Marxa e il rap argentino che incita: “Movete, movete, movete!”. Gli immancabili suoni orientali trovano perfetta complice in Nova, cantante indonesiana in tour con Filastine che emoziona nella sua lingua madre (Autology) e scuote come MC nei pezzi hip hop. Il finale a sorpresa vede i due artisti, Grey con un tamburo e Nova con una cassa, scendere dal palco e concludere lo show in platea. “Music is a weapon of the future”. Applausi.

foto di Andrea Macchia | Club To Club

Prima che la notte ci riservi lo scontro frontale con Chicago e Detroit, ne approfittiamo per sciogliere il ghiaccio con Dj Pierre durante il tragitto in macchina verso il Lingotto. “Ho suonato molte volte a Napoli e Riccione, mai a Torino”, racconta l’artista. “Facevo soprattutto acid house, che allora era considerata troppo forte per cui mi sono gradualmente spostato su suoni più morbidi, aggiungendo cantato, funk ed elettronica in quello che io definisco ‘afro acid’”. Si fa pensieroso quando viene a sapere che sarà lui il primo a salire in consolle e che perfino Nathan Fake suonerà techno dura e pura. Probabilmente sta ripensando alla scaletta, si carica. La tensione scompare alla vista della pista di prova sopra il Lingotto: “Wow! Se uno sbaglia manovra o fallisce il test dei freni lassù che succede?”. Ora tocca a lui aprire le danze, scaldare gli animi e testare il pubblico di giovani e giovanissimi che già affollano il salone. Non si fa pregare. E’ subito charleston in levare, esplosione di bassi e martello techno. Pierre sa benissimo che l’unico modo per uscirne vivo, specie prima di Mills e Craig, è pestare di brutto: il pezzo più morbido del suo djset è di Brinkmann. La calca esulta, quasi non si accorge che Jeff Mills è salito alla sinistra di Pierre da venti minuti per preparare un sabba, né tantomeno delle proiezioni di Pfadfinderei. Intanto è fuoco incrociato. Mills è un alieno, come la sua musica, sempre più profonda, cattiva e implacabile col passare dei minuti. Talmente dritta, che quando rientriamo in sala dopo una breve parentesi in saletta – dove Nathan Fake si è adeguato al mood della serata e sta picchiando a suo modo – la sensazione è di essere investiti da un muro uniforme, un unico drone che colpisce e affonda il pubblico nel suo più feroce nichilismo.

foto di Andrea Macchia | Club To Club

Alle quattro di notte torniamo a casa esausti, ma felici, per la consapevolezza che anche certi luoghi istituzionali possono essere valorizzati con eventi di questo tipo e che i pregiudizi verso la musica da club si possono abbattere senza pretese di sdoganamento al mondo intellettuale. Ci congediamo brindando a Torino, alla caduta del muro di Berlino e a qualsiasi altra iniziativa che, con la stessa intraprendenza di Club To Club, voglia e possa essere lanciata nel nostro paese.




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