Jack Peñate

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Intervista di Depolique. Foto di Sean Michael Beolchini. Assistant phtgrphr: Pablo Limon Miguez

Anello debole di un improbabile trio proposto per l’occasione dalla stampa britannica – sorta di baby wave made in England post Lily Allen – composto da lui, Jamie T e Kate Nash, Jack Peñate, al tempo ventitreenne londinese di belle speranze, salta fuori dal nulla sul finire del 2007 e finisce dritto sulla copertina del NME prima ancora di debuttare. Nonostante il vento in poppa viene affondato da gran parte della critica al momento del primo compito in classe. Raramente così spietati, pure noi ci siamo accaniti su “Matinèe”, anonimo mostriciattolo tra folk e pop per minori, indispettiti anche dal fatto che con buone probabilità aveva fregato il posto a dischi più meritevoli in casa XL, etichetta che raramente sbaglia mira così tanto. E’ proprio nel cuore della label londinese che incontriamo Jack in un freddo pomeriggio di fine novembre. Dal suo sfortunato esordio sono passati poco più di due anni e un abbondante dose di ascolti del suo nuovo lp, lavoro deputato a rilanciare o ad affossare il cantastorie. Fortunatamente per noi, ma soprattutto per lui “Everything Is New”, disco prodotto in compagnia di Paul Epworth e uscito nel bel mezzo dell’estate, ha contagiato un po’ tutti con la sua febbre tropicale e le sue vibrazioni nere, come fosse il canto malinconico di un brasiliano in esilio a Londra malato di saudade.

Come mai questo cognome? Suona decisamente esotico…
Mio nonno era di origine spagnola, emigrato in Gran Bretagna.

Di dove?
Delle Canarie. Un isolano…
E’ arrivato qui è ha sposato una ragazza inglese da cui ha avuto mio padre.

Ci sei mai stato?
Si, da piccolo, ma è molto tempo che non ci torno

Hai sempre vissuto a Londra?
Si, sempre.

Quando hai iniziato a fare musica?
Più o meno a tredici anni.
Ho iniziato a suonare la chitarra a dodici anni, ma l’idea e la voglia di scrivere qualcosa è arrivata circa un anno dopo.
Soltanto quando ne avevo diciassette ho preso coscienza, se così si può dire, del fatto che si trattava di quello che volevo veramente fare nella vita.

A che età hai scritto la tua prima vera canzone?
A sedici anni. Dopo aver smanettato a lungo con il mio registratore quattro tracce, ho inciso qualcosa di mio e fatto sentire il risultato a un gruppo di amici.
Gli è sinceramente piaciuto e per me è stata una grande soddisfazione, anche perché non ero proprio uno studente modello e ricevere questo tipo di apprezzamento in un periodo così cruciale, mi ha fatto pensare che quella poteva davvero essere la mia strada.

La suoni ancora?
No, ora non più. Era una canzonetta folk in falsetto in stile Nick Drake, Jack Of All Trades, è finita su qualche b-side…

E’ vero che Nick Drake è uno dei tuoi preferiti?
Assolutamente. Ho comprato Pink Moon quando ero un teenager.
Non lo conoscevo, lo presi perché mi piaceva la copertina.
Quando mi trovavo in un negozio di dischi e non sapevo cosa comprare sceglievo in base alla cover. E’ una cosa che faccio ancora tra l’altro…
Sicuramente il migliore acquisto casuale che abbia mai fatto.
Ero molto attirato dal fatto che nessuno dei miei amici lo conoscesse e la cosa non faceva che accrescere la mia passione e il mio entusiasmo.
Ho anche letto diversi libri su Drake: la tragicità della sua storia mi ha colpito.
Tra l’altro ho scoperto che mia madre era amica del fotografo che ha scattato le sue copertine; è stato un bel punto di contatto tra me e lei.

Che cosa hai studiato?
Ho fatto studi normali e poi mi sono iscritto all’Università per un anno: Latino e Lettere Classiche. Mi piaceva anche… Ma non potevo accettare il fatto di non provare a fare il musicista.

Ricordi qualche parola latina?
Rosa rosae rosae rosam… Ricordo qualche declinazione, nulla più. E’ sparito quasi tutto. E’ incredibile come questo tipo di materia, di lingua sia così difficile da imparare e così facile da dimenticare.

A chi lo dici…
Ho passato un anno studiando tutti i giorni, concentrandomi al massimo, sforzandomi di imparare a memoria certe cose… E dopo appena una settimana che avevo smesso se n’è andato tutto!

Invece oggi quanto tempo dedichi al giorno a suonare?
Quando non sono in tour sono praticamente sempre in studio.
Ne ho uno piccolo a casa.
Se non suono, comunque passo gran parte del tempo ad ascoltare musica.
Oggi per esempio ho altro da fare: ora sono qui con te, poi ho un concerto; ma da qui a Natale passerò molto tempo in studio.

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Stai registrando qualcosa di nuovo?
Si, ho voglia di ricominciare a scrivere e registrare.
Se tutto va bene e avrò in mano qualcosa di buono mi piacerebbe pubblicarlo per gennaio/febbraio. Non voglio fare uscire del materiale tanto per… Ma solo se si tratta di qualcosa che mi piace veramente.

Lavorerai ancora con Paul (Epworth)?
Si, credo, spero di si. Probabilmente metterò insieme qualche demo e poi lo porterò a lui.

Cosa stai ascoltando ultimamente?
Sto ascoltando tantissimo il disco di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros. Conosci?

Si, è stato uno dei nostri preferiti del 2009…
E gli altri quali sono stati?

The xx, Fever Ray, Phoenix… Il tuo…
Hey, grazie!

Prego..
Edward Sharpe l’ho scoperto un po’ in ritardo, circa un mese fa, me l’ero perso.
Fantastico. Hai visto il nuovo video? Kisses Over Babylon, malatissimo!
Cos’altro ho comprato? Un bel po’ di roba dei Fleetwood Mac.
Tra l’altro ho appena visto un bel documentario su di loro…

I Fleetwood targati Buckingham e Knicks immagino…
Si, adoro Stevie. Ho ascoltato Sara un’infinità di volte.
Ultimamente ho ricominiciato a scrivere vere e proprie canzoni.
Mentre lavoravo a Everything Is New ho dedicato parecchio tempo alla musica strumentale, adesso sto cercando di tornare a concentrarmi sulla forma canzone classica.

Mi stai dando un indizio su come potrebbe suonare il prossimo album..?
Forse. Non ne sono sicuro ma mi piacerebbe che fosse così. O meglio: questa volta vorrei cercare di arrivare da Paul con delle canzoni vere e proprie.
Anche perché se entri in studio e non hai delle canzoni fatte e finite puoi andare avanti per una vita. Considera che in questo modo a EIN abbiamo lavorato praticamente un anno …
Per il prossimo non ho intenzione di metterci tanto.
I classici tre, quattro mesi mi sembrano più che sufficienti.
Detto questo, quello che ho in testa non è un disco di “semplici” canzoni però, vorrei comunque cercare di mantenere, il flow e i ritmi dell’ultimo…
Mi basterebbe semplicemente arrivare in studio con dei brani pronti.

Cosa fai quando non suoni?
Guardo molti film, vado in giro. Frequento spesso mostre e gallerie: Londra è una città perfetta per questo genere di attività.
Ovviamente non perdo l’occasione per divertirmi e fare festa…

C’è qualche posto particolare dove vai a far baldoria?
Diciamo che facciamo molte feste a casa. Vivo insieme al ragazzo che si occupa della Merok Records, metà dei Big Pink (Milo ndr)… Quindi tendenzialmente siamo noi ad organizzare e ad invitare gente… Ultimamente però mi sto concentrando più sul lavoro…

Sei emerso insieme ad altri giovani talenti britannici come Jamie T, Kate Nash… Cosa hai pensato al tempo di quell’accostamento e come lo vedi ora a distanza di due/tre anni?
L’ho trovato un paragone molto pigro e svogliato. D’altra parte però non poteva che essere così. E’ quello che la stampa fa di solito. Giovani songwriter londinesi che escono più o meno nello stesso periodo… Tutti nella stessa barca!
E’ stato uno dei motivi che mi ha spinto ad evolvermi, a differenziarmi, a cercare di fare qualcosa di diverso. A nessuno piace essere messo in un gruppo, categorizzato; sicuramente non è piaciuto nemmeno a loro: siamo tutti degli individui, a prescindere da quanto possiamo avere in comune.
Per di più siamo tutti solisti, e questo dovrebbe significare che abbiamo una certa personalità.

Forse però questo accostamento è anche dovuto alle caratteristiche del tuo primo album, no?
Si, assolutamente. Quel disco mi ha rappresentato fino al momento della sua uscita, forse neanche. Racconta la mia storia di teenager. La maggior parte delle canzoni che lo compongono sono state scritte tra i miei diciassette e i diciannove anni. Ho sempre sostenuto che si trattava di un punto di partenza, non di un traguardo, di quello che avevo fatto fino a quel momento.
Questo spiega anche il titolo del disco, Matinée; è la prima performance della sera, quella per i bambini…
Nonostante sappia che non tornerò mai a quel punto è qualcosa di cui vado ancora fiero, rappresenta un punto di contatto con la gente.
Che poi è l’obiettivo di chi fa musica.

Cosa provi riascoltandolo?
E’ un po’ come sfogliare un vecchio album di fotografie di te da piccolo in cui indossi dei vestiti orribili… (ride di gusto).
E’ un album “carino”; ma non ho nessuna intenzione di fare altri album “carini”.
No, a parte gli scherzi, ci sono dei momenti che riascoltandolo mi piace…
Provo un sentimento di affetto, lo trovo davvero naif…
D’altra parte sono io, non è che possa rinnegare il passato. E se non fossi passato per quel periodo non sarei quello che sono oggi.
Anzi sicuramente è merito anche di quell’esperienza.

Tra l’altro nonostante il gran parlare che si fece di te prima dell’uscita del tuo esordio, la stampa poi non fu certo tenera con il disco.
Ho preso delle belle batoste a quel tempo dalla stampa. Mi ci sono abituato.
Probabilmente è stato uno di quegli input che mi ha svegliato, che mi ha spinto ad andare avanti, a cercare qualcosa di diverso. Comunque ho imparato a non farmi troppo influenzare da quello che scrivono sul mio conto. I dischi che faccio devono piacere a me, mica ai giornalisti. Così ho detto: “che vadano a fare in c**o”…
Ma la cosa divertente è che quando ho fatto il disco che volevo veramente fare… Alla stampa è piaciuto!
Pensa in che situazione mi sarei trovato se avessero parlato così bene del primo…
Forse mi sarei posto il problema di come comportarmi.

C’è stato un momento particolare, una causa, una scintilla che ha trasformato il Jack di Matinèe in quello di Everything Is New?
Ci sono stati una serie di eventi. Ho cominciato a frequentare persone nuove, ma soprattutto ho cambiato casa; ho lasciato quella dei miei e sono andato a vivere da solo. Non avere i miei genitori così vicini ha cambiato completamente la mia vita.
Senza dimenticare l’esperienza del tour – è qualcosa che ti cresce, che ti mette di fronte a situazioni che non conoscevo – e del rapporto con una casa discografica: in pochi giorni sono passato dall’essere un ragazzino che strimpellava la chitarra a musicista.
La musica è diventata il mio mestiere e la mia vita.
E’ stato determinante anche il fatto di ricevere attenzioni che non avevo mai avuto. Così come l’idea di essere riconosciuto e considerato per qualcosa che non mi rappresentava più non mi piaceva.
Volevo che la gente mi valutasse per quello che ero veramente.
E poi, cosa importantissima, mi sono innamorato… Un evento che ti cambia la vita.

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Quando è nata questa passione per i suoni del mondo? Penso alle sonorità nere, baleariche e tropicali presenti in Everything Is New…
Sono sonorità che conosco bene da tempo: mio fratello è un grande appassionato di musica reggae, bashement, dub e di qualsiasi tipo di musica caraibica. E’ un fan di Sizzla, Buju Banton, Capleton e cose del genere… Mio padre invece adora la musica africana, l’analog e il free jazz…
Sono cresciuto con questa musica, sono sonorità che mi ricordano casa, la mia famiglia
Quando ho incontrato Paul Epworth gli ho detto del mio desiderio di fare un disco che fosse influenzato da questi stili ma mantenesse il suo spirito britannico e pop. Lui è riuscito a farmi abbracciare queste sonorità completamente, a farmi sentire finalmente a mio agio con questi suoni.
Qualche anno fa non avrei mai osato scrivere qualcosa che prevedesse un beat bashment o un ritmo in quattro quarti alla Fela Kuti.
Lui è stato capace di farmi passare queste paranoie e di tirare fuori quello che avevo dentro e che continuavo a nascondere.

Come vi siete incontrati?
E’ stato tramite il mio manager. Paul aveva prodotto Kate Nash e io probabilmente per via di ciò all’inizio ero un po’ dubbioso; ma mi sono detto: “proviamo”.
Ci siamo incontrati per un drink e ci siamo trovati subito. Siamo andati in studio e abbiamo registrato Tonight’s Today in un giorno, il primo, in sole sette ore.
Il giorno dopo siamo venuti qui, alla XL, e l’abbiamo ascoltato tutti insieme.
Le reazioni sono state ottime, abbiamo capito che la strada era quella giusta e ci siamo rimessi a lavorare.
In passato avevo provato a lavorare con altri produttori ma non mi ero mai trovato così bene come con Paul, non è semplice trovare un feeling del genere, ci siamo capiti immediatamente, come se fossimo amici di vecchia data.
Credo che diventerà un grandissimo produttore, più di quanto già non lo sia: ha davvero talento.

E come hanno reagito tuo padre e tuo fratello quando gli hai portato il nuovo album?
Lo amano. A mio fratello il primo non era piaciuto, questo invece si.
Per me è stato importantissimo, anche perché lui non è un tipo da “guitar music”, fatta eccezione per gli Smiths e alcuni altri grandissimi.
Mio padre invece ha cominciato a considerarmi come un vero musicista.
Prima per lui ero semplicemente un ragazzino che strimpellava con la chitarra. Cosa per altro vera.
Adesso parliamo di musica: mi chiede cosa ascolto, mi da suggerimenti su cosa comprare…
E’ bello vedere come un disco possa persino cambiare dei rapporti familiari.
Ora però devo stare attento a non rovinare tutto sbagliando il prossimo.

L’idea che il tuo disco sia stato paragonato – con le debite proporzioni – a capolavori di crossover tra mondi musicali diversi (come ad esempio Graceland di Paul Simon) cosa ti fa pensare?
Beh, la trovo una cosa fantastica. Mentre registravo il disco non pensavo a cosa la gente avrebbe potuto dire o a cosa il disco sarebbe stato paragonato. Volevo semplicemente fare qualcosa che potessi amare.
Questo era il mio primo pensiero. Sicuramente EIN è un album particolare, che trova un senso nel suo insieme, che ha un’identità e un’atmosfera ben definite e un’idea alla sua base; non è una semplice raccolta di canzoni.
Detto questo non penso assolutamente che l’album sia vicino a dischi che hanno fatto la storia. Credo di avere fatto un buon lavoro ma penso di essere solo all’inizio; ora come ora posso solo sperare di fare un disco di quel tipo in futuro.

Ho letto che avete registrato oltre venti brani per EIN, cosa farai degli outtakes?
Si, abbiamo scritto e registrato tantissimo. Alla fine però ho deciso di tenere l’album il più snello ed essenziale possibile, come del resto sono buona parte dei miei dischi pop preferiti.
Volevo che ogni canzone avesse un forte significato, niente riempitivi.
Specialmente in un periodo come questo, dove la gente tende ad esagerare.
Così ho deciso per nove brani, nonostante iTunes richiedesse un minimo dieci brani per album.
Di quello che è rimasto fuori qualcosa è finito nella colonna sonora di un piccolo filmino che abbiamo realizzato e che si trova appunto su iTunes, brani strumentali per lo più. Poi ci sono altre due o tre canzoni che sento potrebbero servirmi prima o poi. C’è la possibilità che finiscano in un EP che se tutto va bene uscirà attorno a febbraio.

Ho letto che Teardrop di Womack & Womack è un brano che per te ha significato molto…
E’ vero, è uno degli esempi che ho portato a Paul quando abbiamo cominciato. Volevo ricreare quell’atmosfera malinconica, uno stato che però ti fa venire voglia di ballare. Come se volessi ballare e piangere allo stesso tempo.

Ti consideri una persona allegra?
Più o meno. No, non proprio. Penso che nessuno lo sia veramente.
Sicuramente aspiro ad essere felice, ma non è sempre così.
Non saprei…

Torniamo a qualcosa di più allegro: con un album così estivo… Dove sei stato in vacanza?
In Costa Rica, l’anno scorso di questi tempi, per l’ultimo dell’anno.
Mi sono fermato lì un mese prendendomi una pausa dalle registrazioni, eravamo arrivati più o meno a metà dell’opera.
E’ stato un modo anche per staccarmi da quello che stavo facendo e vederlo tutto in maniera più oggettiva; per testare la mia musica, per vedere come suonava, in un posto tra l’altro la cui musica mi aveva influenzato direttamente: i Caraibi. Riascoltarla in quello scenario tropicale mi ha fatto capire che il lavoro stava dando i suoi frutti. Il testo della title track l’ho scritto proprio mentre ero in Costa Rica.

A proposito di spiagge, chi ha fatto il From The Beach Remix di Pull My Heart Away? E’ il mio preferito.
E’ di Paul. L’ha fatto mentre si trovava in Nigeria per registrare non so cosa. Avevamo bisogno di un remix… E lui se n’è uscito con quello.

E il tuo preferito invece tra i remix fatti per i brani di Everyting Is New qual è?
Quello che ho ascoltato di più è sicuramente il remi di Jamie xx di Pull My Heart Away. In rete poi c’è questo bootleg di Theopilus London, un rapper inglese, che l’ha remixato a sua volta. Quella versione è la mia preferita: riesce a far convivere ottimamente tre persone con stili totalmente diversi in un’unica canzone.

Ti piacciono gli xx?
Li adoro. Sono stati in tour con me per un certo periodo dopo l’uscita dell’album. Sono anche dei ragazzi adorabili. Siamo cresciuti più o meno nella stessa parte di Londra. Andavano a scuola a due minuti dalla mia.

Considerando che molto probabilmente lavorerai ancora con Paul Epworth per il prossimo disco, potendo fantasticare dove ti piacerebbe registrarlo e con chi?
Con David Byrne. E’ un modello, un artista che stimo tantissimo, che ha fatto una carriera che chiunque aspirerebbe a ripercorrere. Uno che ha fatto delle cose talmente particolari e al tempo stesso è riuscito a farsi apprezzare da tantissime persone. Dev’essere anche uno con cui ci si diverte non poco.
Con David Byrne in … Mi piacerebbe registrare in un posto sperduto… Tipo… Sono stato in Giordania poco tempo fa, nel deserto, un posto assurdo… Si, mi piacerebbe farlo in un paese del Medio Oriente… A Tel Aviv, in Israele… Non ci sono mai stato, ma ho un cugino che ha vissuto a Gerusalemme e mi ha detto che si tratta di un posto incredibile, magico, così carico di storia…

Con David Byrne in Israele…
Sarebbe un “viaggio” mica male…

Senti ma nel deserto in Giordania come ci sei finito?
Ci sono andato in vacanza, poco tempo fa, con la mia fidanzata, un amico e una ragazza che lavora qui alla XL.
Abbiamo comprato dei voli su internet a duecento sterline e siamo partiti la mattina dopo.
Ci siamo fermati quattro giorni, siamo stati nel deserto, al tempio di Petra…
Uno dei posti più belli che abbia mai visto in vita mia.
Abbiamo guidato per ore in mezzo al deserto senza incontrare nessuno.
Nel bel mezzo del nulla. Ogni tanto dei cartelli che indicavano Iraq a destra, Israele a sinistra… E aerei che ti sfrecciavano sopra la testa. Ci rendevamo conto di quello che stava succedendo nei paesi lì attorno, ma eravamo al sicuro. A un certo punto abbiamo visto un convoglio di camion americani che si dirigevano in Iraq, poi una specie di pick up con dei ragazzi a bordo che inseguivano un cammello sparandogli con un mitragliatore. E noi: “cosa diavolo sta succedendo??!!”

Come artista come vivi il rapporto con i nuovi media? Myspace, Facebook, Twitter…
Sono cose che in verità non mi divertano un granché. Però ne riconosco l’importanza, specialmente oggigiorno, così mi sono sforzato un po’ di abbracciarle.
Ho in mente la figura del musicista, del cantautore, come qualcosa di più ideale, romantico… Certo è che le cose sono cambiate, anche solo rispetto a dieci anni fa.
Oggi i fan, il pubblico vuole sapere tutto di te: dove sei, con chi sei, cosa fai…

Oramai per un artista è difficile sopravvivere con i guadagni provenienti dalla vendita dei dischi; prevalentemente sono i live che danno da mangiare…
…Vero…

…Preferiresti prestare la tua musica ad uno spot, fare una collaborazione con un brand o suonare durante un evento commerciale (una sfilata, l’apertura di un negozio)?
Non saprei proprio. Mi sono state fatte diverse proposte di questo tipo e ho sempre rifiutato. In alcuni casi anche da parte di grandi corporation…
Alla fine credo che l’unica cosa che conta sia che si tratti di qualcosa che rispetti e che ti piaccia, non il denaro. Non faccio quello che faccio per i soldi, non che mi dispiacciano, ma vorrei guadagnarli vendendo i dischi.
C’è ancora qualcuno che ci riesce.
Credo che gli artisti più grandi siano anche i più veri, quelli che hanno sempre evitato di scendere a compromessi. Quelli sono il mio modello. Cosa direbbero i miei fans se dovessero sentire una mia canzone come colonna sonora di uno spot della Pepsi?? Non vorrei mai perdere per strada qualcuno per una cosa del genere.

Sei mai venuto a suonare in Italia?
No, avrei dovuto venirci in questo periodo ma sto registrando.
Però voglio venire assolutamente, anche perché mio cugino vive a Roma.
Fa l’artista, vive lì da più di un anno ormai, ha ricevuto una specie di borsa di studio dall’Università.
Per conto mio sono stato a Firenze due volte, una a Venezia… L’estate scorsa ho portato la mia ragazza in vacanza sulla Costiera Amalfitana. Mi sembrava di essere negli anni ‘50: ombrelloni, occhiali scuri, gentiluomini con il sigaro… Sembrava un film di Fellini. Poi dopo siamo stati a Pompei. Fantastico.

Va bene, per me è tutto. Hai qualche messaggio per il tuo collega Dev (Lightspeed Champion)? Sto andando a intervistare anche lui…
Oh Wow! E’ a Londra? Salutamelo e digli che non vedo l’ora di sentire il suo nuovo disco. E’ una persona bellissima Dev, una di quelle che ti fa sempre piacere incrociare… E a Londra, ti assicuro, ce ne sono un sacco che preferiresti evitare…




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