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L’8 e il 9 maggio scorso siamo stati alla nona edizione di Dissonanze, il festival di musica elettronica più importante in Italia, per verificare lo stato di salute della musica da club (e non solo) nel nostro paese e per scoprire dal vivo piacevoli sorprese, come suggerito dal claim “Never stop discovering”. Il contesto organizzativo, nel collaudato e scenografico Palazzo dei Congressi all’Eur di Roma, ha retto bene gli inevitabili spostamenti d’orario del cast e l’ondata di pubblico con oltre 20mila biglietti venduti, senza mai sfociare in situazioni insostenibili. L’offerta musicale di quest’anno, eterogenea dal punto di vista stilistico anche se meno ricercata rispetto a precedenti edizioni, è riuscita nella missione quasi impossibile di radunare il popolo del clubbing al salone, i trend setter del pop e i puristi dell’elettronica nell’aula magna, e infine gli esploratori delle contaminazioni hip hop sulla terrazza. Tre ambienti differenti, ma legati da un flusso unico di persone, un serpentone umano sempre più dinamico e disordinato, che tra l’altro ha propiziato eccessive possibilità di “sballo” come da previsioni.
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Foto di Piotr Niepsuj
Novotel, stanza 709. Il grigiore delle pareti stride con l’aria frizzante che avvolge la notte milanese di Elita, un po’ meno con la nuvola di fumo dietro cui si materializza la sagoma di Andrew Weatherall. Con la cicca sempre accesa in bocca, il leggendario dj e produttore sopravvissuto all’acid (house), che ha lanciato i suoni di Madchester e il rock screamadelico sulle piste di 24 hour party people, siglato gli anni d’oro della Warp e remixato chiunque dai My Bloody Valentine a Villalobos, si presenta all’appuntamento lucido e disponibile. Un vero gentleman inglese. La sua visione spaziale di musica moderna sfida uno stile senza tempo e una passione, nemmeno troppo velata, per il rock’n’roll anni Cinquanta. Un uomo tenace, che ha rischiato e messo in discussione i propri principi, ma è riuscito a mantenerli solidi. La metafora della sua vita, rubata a un pescatore del Mare del Nord, è tatuata sugli avambracci: “Fail we may, sail we must (Possiamo fallire, ma dobbiamo navigare)”.
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(Z-Music) Sue è l’ultimo nome lanciato da un social network in Germania. Elettropop atmosferico e catchy con una voce languida che guida pezzi semplici ma ben prodotti, adatti a trasformare le fantasie adolescenziali dei Rasmus in derive indie di stampo Notwist e Postal Service.

(Promo) Tra le decine di gruppi nu-brit che escono ogni settimana sembrava quasi impossibile. E invece ecco i Rifles che sferzano pezzi uptempo dai sobborghi di Londra. Melodie smithsiane, ritornelli accattivanti, testi taglienti e mai banali. Per dirla alla NME, the next big thing. G.S.

(Freerange) Tra i più acclamati producer deep house, il tedesco centra alla grande il suo primo LP. 0201, caldo e coeso, evoca paesaggi sonori intimi o vacanzieri. E’ stato realizzato dall’autore nella sua stanza da letto e come tale va ascoltato. Per fare cosa non è difficile immaginarlo.

(M_nus) Troy Pierce e Gibby Miller producono ottima electro techno oscura che attualizza Joy Division e DAF senza l’uso di chitarre. Bassi e synth stranianti portano sulla pista da ballo per non pensare al domani, mentre Shine è il singolo che Colder e Fisherspooner non hanno saputo scrivere.

(Thrill Jockey) I Tortoise sono tra i pochi negli anni ‘90 ad aver generato un suono proprio, ancor oggi protagonista di un rock contemporaneo che assorbe con classe cinematica qualsiasi genere altro, dall’elettronica al jazz, dalla techno a Morricone. In una parola: unici.

Ennesimo capolavoro stilistico. Molti rimandi afro, come l’apertura marziana in chiave funk, l’hip hop franco-algerino, la pista da ballo ethiopique e il grime sud-africano, ma anche porno sulla pay tv e schegge impazzite tra drum’n’bass e dub. (F Communications)

Strana creatura lo-fi, questi americani Woods. Autori di melodie rustiche e pastorali figlie di una West Coast immaginaria, governata da Lou Barlow e J Mascis. Un disco che sembra registrato all’alba, da musicisti ubriachi, con apparecchiature troppo vecchie per disfarsene… (Woodsist)

Sul terzo gradino del podio weirdo folk, dopo Animal Collective e Akron/Family, salgono gli Au di Portland. La prima parte di Verbs trascina con cori, fanfare, esplosioni di natura e colore, la seconda è più intimista e ipnotica. Disco un po’ anacronistico, ma non si può essere perfetti. (Aagoo)

Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.
Alzi la mano chi non ha ancora sentito parlare del kuduro, una musica street africana caratterizzata dai ritmi percussivi che da anni spopola in Portogallo e, solo di recente, ha trovato approdo nel nostro paese. Il kuduro (che sta per “ku-duro” ovvero “culo duro”) esportato in occidente, in realtà, viene rivisitato e mescolato con altri generi a noi più familiari in una sorta di ghetto funk terzomondista dall’approccio grezzo e l’intento nobile. Ne parliamo con i Buraka Som Sistema, la band che più di ogni altra ne rappresenta l’essenza, l’anima e il sudore. Perché, dicono loro, “la gente ha bisogno di ballare, sudare e urlare alla follia”. E di riflettere, come suggerisce il titolo del loro primo album “Black Diamond”.
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Intervista di Gaetano Scippa. Foto di James Pearson-Howes.
Si sono conosciuti cinque anni fa a Los Angeles durante il tour degli Interpol e da allora non si sono più separati. Benjamin Curtis, chitarrista prodigio dei Secret Machines, e Alejandra e Claudia Deheza, due affascinanti gemelle in un’unica voce. Insieme, a New York, hanno dato vita agli School Of Seven Bells per l’uscita di “Alpinism”, il loro primo album che fa seguito a ottimi singoli prodotti da Robin Guthrie (Cocteau Twins) o in collaborazione con Prefuse 73. Un disco sognante per sognatori, lisergico ma non troppo, tessuto con apparente semplicità da eteree armonie vocali, ritmi incalzanti e melodie pop. Un piccolo miracolo discografico che ha catturato l’attenzione di grandi (U2) e piccini (Blonde Redhead), ma che non solo per questo merita di essere scoperto.
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Linee di basso killer e synth distorti a go go. Kid 606 torna più agguerrito che mai con un lavoro trainato dallo schiaffo house-metal di Be Monophobic With Me e dai bassi hardcore con voce mortifera di Jamie Stewart (Xiu-Xiu) di Mr. Wobble’s Nightmare. Terrorismo sonico.

La musica dance è ancora viva. A sostenerla da oltre vent’anni ci pensa anche questo dj e producer di Toronto, che percorre la tratta old school Detroit-Chicago amalgamando deep house e techno con elementi electro morbidi e organici. Una sorpresa.

Progetto folktronico di Scott Herren (Prefuse 73) con la cantante catalana Eva Puyuelo Muns e Roberto Carlos Lange. La Llama è un piacevole viaggio atmosferico nella scena indipendente brasiliana dei primi anni ’70, con voci melodiche carioca e suoni velatamente psichedelici.

Jan Gleichmar bissa l’ottimo Foundation Bit con un altro capitolo di musica SID, che vede sample di vecchi videogiochi del C64 sovrapporsi a bassi dancehall, tastiere e drum machine d’annata con voci effettate. Il risultato è tanto straniante quanto divertente.

Andreas Tilliander concepisce un disco a base di elettronica ambient e glitch che, aldilà del mood notturno e decadente, è di piacevole ascolto. Strati di suoni ovattati e riverberi in loop si fanno sempre più profondi e pulsanti da Contour a Oscillations And Tremolo. Clima(x) post-rave.

Modeselektor e Apparat insieme sulla lunga distanza. L’album si apre emozionale e continua con un manto sonoro Burial-iano (Rusty Nails, Out Of Sight). Oltre alla voce malinconica di Sascha Ring anche quella di Paul St. Hilaire nell’inno ai Massive Attack Slow Match. Spettacolo.

Guy Bartell, con la collaborazione di Nick Talbot (Gravenhurst), si rivolge agli amanti di sci-fi movie con un’ipotetica colonna sonora di film anni ‘70, richiamando i suoni sintetici di Carpenter e Goblin con ritmiche kraut e un pizzico di groove.

I FA producono disco music da tempi non sospetti e si ripropongono ora con un album che unisce italo, disco funk cosmica e suoni balearici con tanto di theremin, moog e voci soul. I wanna dancer tonite… Ritmo, melodia e mirror ball: impossibile rimanere seduti.