Scissor Sisters

Intervista di Marina Pierri. Foto di Sean Michael Beolchini
Vi sarà capitato, una volta o un’altra, di avere un appuntamento molto importante, uno a cui proprio non potevate fare tardi. Che siate persone precise e puntualissime o disordinate e scombinate, è molto probabile che proprio in quell’occasione i fati vi abbiano giocato pessimi scherzi, tipo: un tacco rotto, il computer saltato, una telefonata di vostra nonna esattamente nel momento in cui stavate uscendo di casa, la portiera che doveva raccontarvi urgentemente della riunione di condominio a cui non siete andati (sensi di colpa annessi) e così via. Insomma, è una legge ineluttabile: più fretta si ha, più tardi si arriva. Ed è quello che è capitato a me mentre ero per strada, diretta alla Universal e pronta a intervistare una band gigantasca, gli Scissor Sisters. Una bella responsabilità insomma, non i primi musicisti che capitano. Parliamo di un gruppo che ha venduto milioni di album anche in tempi di crisi, che va a braccetto con metà dello star system internazionale e che è stato capace di tirare fuori un anthem planetario come “I Don’t Feel Like Dancing”. Appuntamento alle 15.15 esatte, non un minuto di meno e massimo rigore suggerito. Bene. Eppure nell’ordine: non riesco ad ascoltare il nuovo album, “Night Work”, per un problema tecnico, mi siedo in macchina e il navigatore per la prima volta nella sua lunga storia decide di dare completamente forfait, c’è un incidente tra motorini per strada e ovviamente becco tutte le “onde rosse” della circonvallazione. Tipico. Così, tra chiamate costernate alle gentilissime (e pazientissime) persone dell’etichetta e un parcheggio niente meno che selvaggio sul marciapiede in zona vietata, barcollo sui tacchi verso il luogo dell’appuntamento e guardo l’ora: 15.14. Vengono accolta in stanze ampie, ventilate e luminose. Grazie a dio non ci sono facce irritate ad attendermi, ma sorrisi. Ho persino il tempo per ascoltare due o tre canzoni dall’album che non avevo potuto gustare a casa: pezzi perfetti, alchimia completa tra pop e clubbing, melodramma ed eleganza. Poco da stupirsi: gli Scissor Sisters sono professionisti; cantautori eccellenti con un’iniezione di joie de vivre trascinante che, poi, è la radice del loro appeal. Mentre ascolto mi guardo intorno e tra i dischi di platino compare Jake in persona che sfreccia tra i corridoi nei suoi jeans straordinariamente attillati. Poco dopo mi vengono a chiamare: è ora. Nella hall, la prima persona che mi compare davanti è Ana Matronic, in elegante abito ad anfora con top nero e gonna a righe black&white. Mi sarebbe piaciuto scambiare due chiacchiere anche con lei, ma ho scelto di avere un colloquio con Jake, invece, per avere un’opinione “da frontman” su “Night Work”, sull’evoluzione della band. Al telefono, in sede di decisione in questo senso, mi era stato detto “loro non sono così: sono una band coesa. Non sono il classico impianto a quattro in cui uno fa tutto e gli altri suonano e basta. Sono un corpo unico. Andresti bene comunque”. So che è vero. Ma tornando ad Ana: mi sorride e il rossetto quasi nero le si increspa sulle labbra. È stilosa da matti! E su questo, credo, non c’erano dubbi. Mi siedo in una stanzetta. Mi raggiunge subito Del Marquis, chitarrista/polistrumentista. Capelli cortissimi e occhi liquidi. Sposta verso di me la poltroncina alla mia destra, si accomoda in direzione del mio registratore. Mi dice che Jake sta giusto arrivando.
Mi tranquillizzo: ora, cosa può andare storto? Niente, e infatti l’intervista fila splendidamente.
Ciao Del, come stai?
Bene, un po’ stanco…
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