Oggi è davvero un gran giorno del cavolo per inaugurare questa sorta di rubrica settimanale, ma se dovessi aspettare il momento più propizio probabilmente ci rivedremmo in Autunno. Pop Corn sarà il mio appuntamento fisso del venerdì con le new entries cinematografiche del weekend.
Ed ecco lo scempio della settimana… Sì, ho messo quella foto così andate avanti a leggere…
How To Be è un film indipendente, diretto dal giovanissimo ed esordiente Oliver Irving e interpretato da quel bonazzo che ora scopriamo anche essere meno “ce l’ho solo io” nonostante il successo planetario di Twilight, Robert Pattinson. Il film non si sa se arriverà mai nelle sale italiane (anche se, visto che un film con Pattinson lo vanno a vedere tutte, non sarei così pessimista) e quindi se ci tenete a vederlo sarebbe bene che lo recuperaste via web. How To Be racconta la storia di un giovane che dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza è costretto a tornare a vivere dai suoi. Art, questo il suo nome, è depresso: musicista incompreso, dopo aver letto il libro di una sorta di guru del comportamento, tale Dr. Ellington, se lo porta in casa dei suoi genitori speranzoso di porre fine ai suoi problemi relazionali sia con i genitori che con il resto del mondo. La pellicola parteciperà a diversi Festival internazionali e ha già conquistato alcuni premi, tra cui quello come Miglior Attore al Festival Internazionale del Cinema di Strasburgo. Da vedere perché ha una buona dose d’ironia, è divertente, una storia tenera e sensibile. Pattinson, che è anche musicista, interpreta anche tre pezzi inclusi nella soundtrack del film.
Le mura di riservatezza costruite attorno all’immagine dei Gorillaz vengono finalmente abbattute con questo documentario-backstage sulla vita e la creazione del progetto musicale voluto da Damon Albarn insieme all’artista Jamie Hewlett. Sette anni di riprese realizzate dal regista Ceri Levy sono qui condensante in un montaggio che lascia largo respiro all’intrusione nella parte creativa della band, sia quella legata al disegno sia quella musicale. Tra notti insonni e sigarette, discussioni ed entusiasmo, la storia dei Gorillaz da concept allo stato embrionale a successo planetario. Per i fans.
Proprio nei giorni in cui le strade di Teheran sono ancora invase dalle contestazioni soffocate nel sangue per la legittimità dei risultati elettorali che porterebbero Ahmadinejad ancora alla presidenza iraniana e la cui immagine simbolo diventa quella di una ragazza di 27 anni, Neda, che muore uccisa dai miliziani mentre marcia col padre, nelle sale U.S.A. domani esce The Stoning of Soraya M. del regista Cyrus Nowrasteh. La pellicola drammatica, tratta dal bestseller del giornalista Freidoune Sahebjam, racconta la storia di una donna iraniana che viene condannata alla lapidazione dopo essere stata accusata ingiustamente d’adulterio. Niente è lasciato intendere, proprio per suscitare sgomento e rabbia: il tutto viene filmato nel suo rituale macabro, dall’imbavagliamento alla morte.
Contemporary Soccer Heroes by Claudio Cassano. Traducibile come “Lo spettacolo del pallone”, in brasiliano Show De Bola viene usato come generica espressione di stupore e apprezzamento. Claudio Cassano, eclettico artista originario di Napoli, chiama così il suo nuovo progetto legato all’immaginario calcistico che sarà in mostra fino al 28 giugno presso il p4 (via pestalozzi 4, Milano). Cassano non è interessato al calcio tanto come disciplina sportiva quanto come fenomeno di costume, dal caso mediatico alla chiacchiera da bar, e per questo sceglie per le sue opere una veste Neo Pop: estetica web riutilizzata ed reinterpretata ad hoc per oggetti e composizioni fotografiche, con tanto d’installazioni sonore sovrapposte a registrazioni di cori e tifo da stadio. www.2dm.it; www.claudiocassano.net; www.pestalozzi4.it
di Ken Loach. Looking For Eric è uno dei film più belli che vedrete nei prossimi mesi. Quelli che quando esci dal cinema ti lasciano qualcosa di buono addosso che ti allevia la giornata perché cazzo… allora le belle storie per il grande schermo non sono soltanto un’utopia. Si ride tanto, ma di quello humor intelligente e drammatico al tempo stesso, perché Loach riesce nell’impresa d’abbandonarsi ad un genere a lui sconosciuto, la commedia, rimanendo però fedele al suo cinema realista e sociale, qui riassunto nelle vesti del “poveraccio di turno” (di nome Eric) che per risolvere i propri problemi si fa aiutare dallo spirito-guida di Eric Cantona, il suo eroe di tutti i tempi. Loach parla di vita vera e tocca il suo pubblico anche quando usa sfumature surreali. Splendido Cantona, gioca con la sua immagine e ci regala ancora grandi emozioni grazie alle immagini dei suoi goal più celebri. Looking for Eric ci fa riflettere su come, quando la vita ci volta le spalle, gli unici su cui si può contare siano se stessi e gli amici… proprio come in una partita di calcio.
Un film che non può essere descritto in poche parole, sarebbe riduttivo, è da vedere. Assolutamente.
Gus Van Sant cullava il sogno di portare sul grande schermo la storia di Harvey Milk da molto tempo. Sono stati anni di ricerche dettagliate in cui il regista di Paranoid Park e Last Days si è dato da fare per rispondere esaustivamente alla domanda: chi era Harvey Milk? Il film inizia il giorno in cui Milk (Sean Penn) abita a New York e compie 40 anni, ma convinto di dover dare un senso diverso alla sua vita, decide di trasferirsi con il suo compagno Scott Smith (James Franco) a San Francisco, dove aprono un piccolo negozio di fotografia, il Castro Camera, che ben presto diventa il “cantiere generale” e il punto di riferimento per tutti gli omosessuali d’America. Sono gli anni ‘70, quelli che ci mostrano un’America di transizione, in cui c’è speranza e voglia di un cambiamento, ma in cui regna ancora scetticismo, razzismo e omofobia da parte di quella fetta di popolazione conservatrice secondo cui i gay dovrebbero vivere solo in relativa libertà. Sono infatti gli anni della politica del terrore di Anita Bryant e John Briggs, sostenitori della Proposition 6, che chiedeva di bandire i docenti omosessuali dalle scuole insieme a tutti coloro che li sostenevano. Harvey è un populista tenace, convinto che il governo esista per andare incontro ai bisogni di tutti i membri della società e così, aiutato dai ragazzi che animano il Castro Camera (Emile Hirsch, Diego Luna, Joseph Cross…), si candida alla carica di Consigliere Comunale due volte senza risultati. Sarà il terzo tentativo a regalargli il tanto sudato incarico, ma non senza prevedibili ripercussioni. Gus Van Sant riesce nel suo tentativo di volerci mostrare i molteplici aspetti della figura di Milk: quello di politico tenace, di icona che in solo otto anni riuscì a cambiare la condizione degli omosessuali negli U.S.A., ma anche in quelli più umani. Milk riusciva ad essere tutto questo perché fondamentalmente rimaneva un amico sincero e un amante fedele, un uomo disposto a dare in prestito la sua voce alle minoranze perché credeva veramente nella sua causa. Van Sant lo dipinge come un uomo qualunque, con i suoi pregi e le sue debolezze, senza scivolare su troppo facili sbrodolature melodrammatiche. Anche la scena finale è di composta naturalezza, nel suo silenzio e nella sua umana paura. Nel 1999 la rivista Time ha nominato Harvey Milk tra i 100 eroi ed icone del XX sec. Quella di Sean Penn è di certo una delle sue interpretazioni miglior, che gli ha valso un meritatissimo Oscar.
Di Sam Mendes.Revolutionary Road è il film più bello di Sam Mendes e, azzarderei, nella top 3 dei miei film preferiti di questo 2009 iniziato da poco, quello che mi domando ancora come sia potuto essere escluso dagli Oscar. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di Richard Yates, che già nel 1961 aveva scosso gli animi della società americana, letteraria e non, per lo sguardo disilluso con cui descrive i rapporti umani e i sentimenti che li condizionano. Yates stesso avrebbe voluto lavorare all’adattamento cinematografico del suo capolavoro, ma i diritti venduti da tempo e la sua precoce morte causata da una vita di vizi e tormenti non glielo permisero. La storia, ambientata in America negli anni ‘50, potrebbe sembrare quella di un comune matrimonio: Frank (Di Caprio) ed April (Winslet) si innamorano, si sposano e trovano una casa in cui vivere insieme in Revolutionary Road. Prima della loro unione erano due persone con ideali ed obiettivi, che si ritenevano talmente speciali da essere sicuri che la monotona vita di provincia, i figli e la routine per il mantenimento non li avrebbero cambiati. Ma possono davvero due persone staccarsi dalla vita “normale” e riuscire a rimanere uniti? Frank ed April ci provano, innescando una serie di reazioni a catena dai risvolti tanto aspettati, quanto tragici nel loro essere reali. E’ proprio questo il punto: Mendes non si focalizza solo sul dove e sul quando, ma anche sul come, indaga con uno sguardo intimo l’evoluzione di coppia, tanto che ogni spettatore riesce ad identificarsi con i protagonisti. Potremmo essere in qualsiasi posto del mondo e in qualsiasi epoca, ma le dinamiche sono le stesse: l’apparenza che fa credere che tutto vada bene se chi ci circonda pensa sia così; l’insoddisfazione per ciò che si ha, ma il poco coraggio di cambiare le carte in tavola per paura di scoprirsi veramente; vedere la fuga come unica soluzione di liberazione e cambiamento. Se l’obiettivo di Yates era quello di darci uno schiaffo in pieno viso, Mendes riesce quantomeno ad aprirci gli occhi. I cuori più sensibili ne usciranno sgomenti, per gli altri sarà una bella lezione di “cinema letterario”.
Di Lenny Abrahamson. Garage è una pellicola intima e delicata. Vincitrice del Festival di Torino e reduce da riconoscimenti alla scorsa edizione del Festival di Cannes (Premio Cicae Art and Essai Cinema), arriva finalmente anche in Italia e tra tante porcate blockbuster che escono nel mese di Giugno porta una boccata d’aria fresca (per fortuna ha vinto dei premi, altrimenti col cavolo che veniva distribuito… solita solfa, ho smesso di prendermela). La vicenda raccontata in Garage è semplice, una storia comune che sarà accaduta spesso e ovunque: Josie è un uomo che gestisce un piccolo garage con annessa stazione di servizio in una piccola cittadina irlandese. Il suo carattere timido e ingenuo lo fa etichettare come “lo scemo del villaggio”, un perfetto capro espiatorio. Josie è felice con poco: una birra, una passeggiata, una nuvola. Quando in officina inizia ad essere affiancato da un aiutante, un ragazzo minorenne, è contento di aver finalmente trovato una persona con cui stringere amicizia. Con lui si comporta proprio come si fa con un amico, tra una birra e un video porno, fino a quando la madre del ragazzo non lo denuncia. Un film intenso e drammatico. Da vedere.
Di Richard Curtis. Richard Curtis è l’uomo che ha scritto alcune delle commedie romantiche inglesi più famose di tutti i tempi, da Quattro Matrimoni e Un Funerale, a Notthing Hill, colui che ha “inventato” Hugh Grant appiccicandogli addosso il ruolo del goffo e strampalato personaggio per cui le donne smaniano. Curtis in I Love Radio Rock si stacca però dal suo pupillo sopperendo con un cast davvero spettacolare: Philip Seymour Hoffman, Kenneth Branagh, Emma Thompson, Bill Nighy… ci vorrebbe l’elenco telefonico per dare spazio a tutti. Anche in questo caso lo humor non manca, ma il regista ci fa fare un salto temporale nel memorabili anni ‘60. E’ il periodo più prolifico e sensazionale per il pop britannico e mentre la BBC programmava solo due ora circa di rock’n’roll alla settimana, una radio che aveva la sua sede su una nave molto particolare al largo della Gran Bretagna, lo faceva 24 ore su 24. Più della metà della popolazione britannica si sintonizzava sulla frequenza della radio. Quentin è il capo di Radio Rock, Carl è suo figlio. Quando la madre impone al ragazzo di andare a stare per un po’ di tempo dal padre per capire cosa vuole davvero fare nella sua vita, Carl trova un mondo assolutamente fuori dal comune ad accoglierlo. Non poteva chiedere di meglio.
Di Anne Fontaine. Gabrielle “Coco” Chanel era una donna dal passato triste, che non voleva appartenere al suo tempo. La regista Anne Fontaine cerca di percorrere la vita dall’artista, dall’infanzia di orfana all’inizio della passione come umile sartina di provincia, da mantenuta del ricco amante Etienne Balsan a donna innamorata che però sa benissimo di non poter diventare una moglie, da ribelle che rifugge le convenzioni del tempo indossando gli abiti dei suoi amanti al trionfo come creatrice d’alta moda. Una leggenda che è stata per anni sinonimo di libertà femminile, di stile e caparbietà. Audrey Tautou è perfetta nel ruolo, forse anche perché la sceneggiatura è stata scritta proprio per farla calzare su di lei, riuscendo a far emergere anche il lato più fragile e dolce dell’artista. Un buon biopic che ha il pregio oltrettutto di fornire una panoramica sui primi anni ‘60 del secolo scorso, con i suoi postumi bellici, le difficoltà economiche e le fatiche prima della rinascita, fino a quell’emancipazione femminile di cui Chanel si fa portavoce con le sue creazioni. Un mito arrivato fino ad oggi, tanto che si è guadagnata di diritto un posto tra le cento persone più influenti del nostro tempo nella classifica redatta dalla rivista Time.
Di Henry Selick. Coraline non ci interessa tanto per la storia raccontata, sebbene nasca dalla magica penna di Neil Gaiman, quanto per l’innovazione cinematografica che propone: è il primo film d’animazione in stop motion ad essere stato concepito e fotografato in 3D stereoscopica. Il fatto che questo progetto sia stato affidato alla competenza di Henry Selick, già creatore di Nightmare Before Christmas e Jack e la Pesca Gigante, aggiunge al tutto quella componente artistica degna di nota che ci fa tirare un sospiro di sollievo. Per non parlare di quella autorale: nonostante Coraline si proponga come un film destinato alle masse, essendo palesemente una rivisitazione di un classico della letteratura come Alice Nel Paese Delle Meraviglie, solo gli accaniti “burtoniani” ne usciranno davvero soddisfatti. Atmosfere dark, realtà più simili a quelli di un videogames (riecheggia la cupa, gotica e violenta atmosfera di un cult del 2000 come American McGee’s Alice, adattamento in versione videogames della più celebre favola di Lewis Carroll), con tanto di movimenti di camera minimi dentro i quali avanzano personaggi con una live action aderente ai vecchi lavori di Selick e un aspetto grafico che ricorda molti fumetti degli anni ‘50 – ‘60. La protagonista, come lo dice il titolo stesso, è Coraline, una ragazzina esuberante e curiosa che si è appena trasferita dal Michigan in Oregon. Sente la mancanza dei suoi vecchi amici e i suoi genitori sono troppo occupati con il lavoro per dar retta al suo continuo bisogno di svago. Rassegnata che quel posto non abbia nulla di davvero intrigante, scopre invece una porta magica che una volta attraversata la condurrà in un altro universo, una vita parallela alla sua, ma molto più divertente, in cui è sempre al centro dell’attenzione e che ha diverse componenti surreali. Ma quando la sua “Altra madre” incomincia a fare piani per trattenerla per sempre lì, Coraline dovrà ingegnarsi per riuscire a fuggire e salvare la sua vera famiglia.
Per tirare un po’ le somme, visto che poi non vorrei che usciti dal cinema, il vostro pensiero cadesse come un’ascia sulla mia testa; Coraline è il classico film che ami o che trovi banale. A me è piaciuto perché unisce una fiaba classica a temi di crescita adolescenziali senza spalmarli di quintalate di miele, anzi… Perché non vuole accattivare, ma intrigare, riuscendoci; perché muove le fila da Burton, ma poi riesce a scavalcarlo per aderire al racconto originale; perché è visivamente straordinario; perché è intelligente e anche se fosse stato realizzato con un’animazione tradizionale non avrebbe perso nessuna delle sue particolarità; perché riesce a trasmettere l’idea che a volte, la realtà sia più terrificante e folle della fantasia; perché non è un film per bambini. Credo di aver detto tutto… Poi se non vi piace, come vi dicevo, questa volta sono disposta ad accettare quella frase che di solito mi fa accartocciare le budella: “Sono gusti!”.
di Lynn Shelton. Commedia indipendente che probabilmente non vedremo mai nelle nostre sale, Humpday è stata presentata nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes e ha vinto il Premio della Giuria al Sundance. La cineasta statunitense Lynn Shelton si misura con un tema difficilmente gestibile come l’omofobia, attraverso la storia di due amici del college, Ben e Andrew, che si rincontrano dopo dieci anni. Ben è sposato, Andrew è un giramondo convinto che la sua vita da artista mancato e piena di donne, sia molto meno bigotta e piatta di quella dell’amico. Una sera, ad una festa, per dimostrare di essere più spregiudicato di quello che pensa Andrew, Ben accetta di aderire ad un progetto artistico: fare sesso con lui davanti a una telecamera. Due etero che vogliono avere la loro prima esperienza gay insieme, pensando che possa essere un modo come un altro di scambiarsi affetto.
Intervista di Valentina Barzaghi. Foto di Maciek Pozoga.
Jonas & Francois, 27 anni, sono i due filmmakers di Parigi che si sono fatti conoscere grazie al premiatissimo video di “D.A.N.C.E.” per Justice, realizzato in collaborazione con SoMe. Da allora è stata una parabola in continua ascesa, che li ha portati l’anno scorso a collaborare nientemeno che con tre pop stars di fama mondiale come Madonna, Timberlake e Timbaland per il video di “4 Minutes”, che non annoverano tra i loro lavori più riusciti ma che, mandato a loop per mesi, ha acceso parecchi riflettori su di loro. Nonostante tra le altre collaborazioni possano contare anche il sempre oculato Kanye West, per il video di “Good Life”, Kavinsky per “Testarossa Autodrive” o The Presets per “Talk Like That”, sono onesti nell’affermare che solo con i video non ci riescono a campare, ma che anche fare commercials può essere divertente: basta osare, riuscire a fare la differenza. Geometrici, colorati, semplici, ad effetto: il loro stile, nato con un connubio pop tra girato e grafica, è inconfondibile. Anche se ormai in molti tentano di scopiazzarlo, è difficile stare al loro passo: Jonas & Francois si rinnovano di continuo e come il vino che bevono a litrozzi da buoni francesi, migliorano col passare del tempo. Reduci dalla loro ultima fatica, il video di “Kilometer” per Sebastien Tellier, proprio ora si stanno dedicando ad un periodo che amano definire “preliminare”, in cui sperimentano nuove tecniche, inquadrature e stili registici. Chissà cosa ci riserveranno ancora… Leggi tutto l’articolo »
Di Ron Howard. Che ne dite se parlo solo di Ron Howard tralasciando il resto? Potrei iniziare raccontandovi da quando ha iniziato la sua carriera recitando in Una fidanzata per papà di Vincent Minnelli (1963), ha acquisito fama con l’intramontabile telefim Happy Days in cui interpretava Richie Cunningham, per poi girare lui stesso film indimenticabili come Splash, una sirena a Manhattan (1984), Cocoon (1985), Apollo 13 (1995). Leggi tutto l’articolo »
Di Patrick Lussier. Ogni circostanza ci dice che il 2009 sarà ricordato come l’anno di un’importante rivoluzione cinematografica, quella dell’introduzione del 3D. Siamo passati da Bolt (Disney) a Viaggio al Centro della Terra (01 Distribution), per poi finire un mese fa con Mostri contro Alieni (Dreamworks); tutte prove che testimoniano l’innovazione del prodotto, ma scarse sotto il profilo qualitativo (solo la storia del cane super eroe della Disney si salva, detto tutto). Leggi tutto l’articolo »
Di Alex Gibney. Giunti nell’era di Obama, è finalmente arrivato il momento di lavare i panni sporchi. Alex Gibney è uno dei documentaristi più in gamba d’oggi, uno che non ha peli sulla lingua e che a differenza di Michael Moore non tenta di condirtela con la simpatia in modo da fartela digerire meglio. Anzi… Reduce da Eron – L’Economia Della Truffa e Gonzo: The Life and The Work of Dr. Hunter S. Thompson, di cui vi avevamo parlato un po’ di tempo fa e mai distribuito in Italia, ci propone questa volta un documentario crudo e impressionante sulle pratiche di tortura applicate dall’esercito U.S.A. in Afghanistan, Iraq e a Guantanamo. Leggi tutto l’articolo »
Di David Wain. Wheeler (Seann William Scott, in arte Stifler) e Danny (Paul Rudd)sono due rappresentanti delle bibite energetiche Minotaur per la zona di L.A. Mentre al primo piace il suo lavoro, il secondo lo odia proprio, assumendo verso la vita in generale una propensione negativa che si ripercuote anche nel suo rapporto di coppia. A causa del loro comportamento indisciplinato sul lavoro, corrono il rischio di finire dietro le sbarre. Leggi tutto l’articolo »
Di Juan Antonio Bayona. Prodotto dal notoriamente oculato Guillermo del Toro, The Orphanage aggiunge un tassello elegante all’insieme di tutti quei film etichettabili come infanto-thriller. Laura è una madre adottiva che si trasferisce con il figlio gravemente malato in un ex orfanotrofio che vuole trasformare in una residenza per bambini disabili. Qui Simon (il bimbo) gioca con amici immaginari, che però… lasciano impronte sul pavimento. Laura cerca di assecondare il figlio, nonostante la paura, fino al giorno in cui il piccolo scompare misteriosamente. Il film di Bayona ha diversi pregi: nonostante la trama che potrebbe allontanare anche il meno scettico è un film autorale, con una fotografia che rende ancora più inquietante la storia, una scelta d’inquadrature perfetta per un film horror – dai dettagli delle porte che sbattono a una semplice giostra spinta dal vento. In un genere che sembra non possa più dare nulla, è rigenerante capire che ci sono registi che fanno di questa convinzione un metodo per andare oltre, cercando la tensione non nel semplice spavento.
Di Baz Luhrmann. Australia è uno di quei film che tra qualche anno troveremo nelle collezioni di dvd gold o platinum e che sarà d’obbligo avere nella propria cineteca domestica. La pellicola è ambientata nel continente australiano poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e segue le vicende di un’aristocratica inglese (Nicole Kidman) che, arrivata nel lontano paese, incontra un uomo rude, chiamato Il Mandriano (Hugh Jackman), con il quale deve unire le forze per salvare la sua proprietà. I due intraprendono un viaggio che cambierà le loro vite attraverso un territorio tanto spettacolare quanto spietato, per poi ritrovarsi sotto i bombardamenti giapponesi della città di Darwin. Se guardando Australia vi verranno in mente confronti con Via Col Vento, non stupitevi… Leggi tutto l’articolo »