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Two Door Cinema Club

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Intervista di Marco Lombardo. Foto di Piotr Niepsuj.

Segnalati dall’autorevolissima BBC Radio come uno dei gruppi da tenere d’occhio nel 2010 i Two Door Cinema Club stanno per pubblicare un delizioso album d’esordio, “Tourist History”. Sono sponsorizzati dalla Kitsuné e adorati dal popolo di internet. Li abbiamo incontrati allo Spazio 211 di Torino lo scorso febbraio, prima di un concerto fulminante, davvero sorprendente. Che siano destinati a diventare le nuove star dell’indie-rock britannico?

Chi sono i Two Door Cinema Club?
Alex Trimble, voce, chitarra e sintetizzatori, Kevin Baird, basso e cori, Sam Halliday, chitarra e cori.

Scritto il 12 marzo 2010 da Marco Lombardo - Nessun commento »

Jonathan, Danielle & Jack Leder

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A Jonathan e Danielle piacciono le belle donne, per questo hanno deciso di investire tutto in Jacques, il loro piccolo progetto editoriale semestrale che vuole cambiare il modo in cui la sensualità viene rappresentata dal resto delle riviste; perché a dirla tutta, chi ha voglia di appendersi in cameretta un poster con una pin-up tutta ossa e niente curve? Viva Jacques!

Com’è nata l’idea di pubblicare Jacques?
Jacques è nato dalla volontà di pubblicare una rivista che potesse essere allo stesso modo veramente sensuale ed elegante. Il nostro obiettivo è di rappresentare le donne nel modo migliore. Non siamo assolutamente una rivista modaiola, e stiamo facendo tutto il possibile per lavorare con ragazze che escono al di fuori dai canoni della bellezza imposti da tutte le riviste di moda. Partiamo dal presupposto che il nostro magazine sia per un pubblico vasto, non solo i soliti lettori tra Parigi e New York. Ci piace l’idea di poter portare un sorriso a lettori in tutto il mondo.

Scritto il 11 marzo 2010 da Marco Velardi - Nessun commento »

Kehinde Wiley

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PIG Magazine for PUMA. Intervista di Giovanni Cervi

Nel gelido inverno berlinese è quasi uno shock termico incontrare Kehinde Wiley e parlare di cultura afro, Nigeria e dei prossimi mondiali di calcio sudafricani. (diciannovesima edizione, dall’11 giugno all’11 luglio). Siamo al Bread & Butter e Kehinde è qui per presentare la collezione primavera/estate 2010 di PUMA, della quale ha curato i pattern grafici. L’artista americano è una delle giovani promesse dell’arte d’oltreoceano. Il suo stile è definito “urban”, nella sua pittura lega motivi grafici, colori forti e ritratti di persone quasi sempre scelte in strada, messe in pose che richiamano i capolavori dell’arte passata. Kehinde cerca di trasportare su tela la cultura afroamericana di oggi, un mondo complesso e per molti versi sconosciuto, che va ben oltre lo star system hip hop che tutti abbiamo ogni giorno sotto agli occhi. La convocazione di Kehinde nel team creativo PUMA è stata un modo semplice ed efficace per unire i mondi dello sport e dell’arte al continente Africano. PUMA infatti sponsorizza 12 nazionali di calico africane e, in vista dei prossimi mondiali, ha deciso di allargare il campo attraverso prodotti lifestyle, ecologia e arte. La nuova collezione PUMA Africa è incentrata sulle grafiche di Kehinde su prodotti di abbigliamento, accessori e calzature. L’Africa Unity Kit è invece la terza divisa delle nazionali vestite da PUMA, attraverso le sue vendite si sosterrà il programma Play for Life, teso a salvare la biodiversità in un continente che ha più specie a rischio che simulazioni nelle aree di rigore del nostro campionato. Il terzo passaggio sono i ritratti che Wiley ha fatto agli ambasciatori del calcio africano, Samuel Etò del Camerun, John Mensah del Ghana e Emmanuel Eboué della Costa d’Avorio, che saranno visibili al PUMA Lifestyle Showroom a Milano durante il Salone del Mobile, dal 14 al 19 aprile. Penso sia una scelta coraggiosa quella di PUMA, parlare di Africa oggi significa anche parlare, seppur di riflesso, di povertà, di guerre, di fame, di sfruttamento delle risorse ed ecologia. Al contempo è fare un tributo a un continente che è stato una delle culle della nostra civiltà, che ha una colorata vitalità e passionalità. Benvenga l’unione di mondi così apparentemente lontani, la scelta di unire moda e profondità sociale ed ecologica, l’uso di colori in un pianeta sempre più grigio. Prepariamoci a una primavera cromaticamente esplosiva nel segno di PUMA e Kehinde.

Ciao Kehinde, ci puoi dire come è iniziata la tua collaborazione con PUMA?
E’ tutto nato tramite il dolore che emerge dalla black american street culture ed è al centro di quello che faccio come artista. Viaggiando per il mondo ho iniziato ad interessarmi di decorazioni. Ho fatto un progetto di decorazione di vasi cinesi quando ero a Pechino, poi ho fatto progetti in Africa, in Senegal, in Nigeria.. lì ho usato dei tessuti. Ero interessato al mondo tessile e a usarlo sulle mie cose, delle pellicce colorate ad esempio, mixate con un tocco africano. Era una cosa tra me e i miei amici più che altro. Alcuni brand mi hanno avvicinato interessati, ma ho scelto PUMA per la sua idea di fare questa celebrazione della coppa del mondo ci calcio che sarà in Sud Africa, incentrata sul continente africano, sui suoi colori, sulle decorazioni e sulla natura.

Scritto il 10 marzo 2010 da Giovanni Cervi - Nessun commento »

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Intervista di Marco Lombardo. Foto di Mathias Sterner

I jj incarnano alla perfezione il misterioso passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Si muovono in quella terra di nessuno, tra malinconia e speranza, dove il tempo disegna le forme di ciò che saremo mentre stiamo facendo i conti con il passato. Hanno ventanni e vivono a Goteborg, Svezia. In pochi mesi sono passati dai loro letti stropicciati e carichi di umori giovanili alle pagine dei siti e delle riviste musicali più influenti. Sono bastati un singolo, “Nº 1”, e un album, “Nº 2”, di appena 27 minuti, per gridare al miracolo. Il 9 Marzo la Secretely Canadian pubblicherà l’attesissimo seguito, “Nº 3”. Allora la trasformazione di queste due giovani crisalidi sarà irreversibile. E numericamente sempre più quantificabile… Sfuggenti al punto di essere impalpabili, hanno scatenato nella blogosfera una curiosità quasi morbosa, riconducibile a una semplice, atavica, domanda: chi sono i jj? In esclusiva, forse per la prima volta in assoluto, Joakim e Elin, si sono messi a nudo. Siamo orgogliosi che lo abbiano fatto per PIG.
Non riesco a crederci. Dopo tanti mesi, e numerosi tentativi andati a vuoto, sono in procinto di svelare i misteri legati a una delle band più sfuggenti che mi sia mai capitato d’incontrare. I jj sono il gruppo che ho ascoltato e seguito di più da Marzo 2009 quando, sul sito della Sincerely Yours, incrociai il video di My swag, my life: il primo, sorprendente, vagito di una creatura inafferrabile e dolcissima. Colto da un’emozione tutta nuova e cibernetica sono andato in fibrillazione la notte in cui ho ricevuto una mail senza oggetto ma dall’inequivocabile mittente, i jj appunto. Ho capito subito: l’attesa era finita. Il momento delle risposte a tutte le mie domande finalmente arrivato. E’ stato come trovarsi di fronte all’ultima puntata di Lost, prima di chiunque altro. Senza il temuto amaro in bocca di un finale deludente…Mi auguro sia la stessa cosa anche per la serie di JJ Abrams.. (Ecco che ritornano quelle iniziali).

Domanda atavica e primordiale. Chi sono i jj?
Joakim ed Elin.

Siete un duo quindi, me lo confermi?
J: Sì. La maggior parte del tempo.

Scritto il 8 marzo 2010 da Marco Lombardo - 1 commento »

Blog of the Month: The Impossible Cool

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Ciao Sean, come stai?

Ciao Fabiana, bene grazie, tu?

Non c’è male, lavoro…lavoro…lavoro! Tu cosa stai facendo?
Sto modificando il video di una campagna online che ho diretto recentemente.

E dove ti trovi esattamente?
Nel mio appartamento a New York City. Mi sono appena trasferito dall’East Village.

Scritto il 3 marzo 2010 da Fabiana Fierotti - Nessun commento »

Lightspeed Champion

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Intervista di Depolique. Foto di Piotr Niepsuj

C’è stato un tempo in cui ogni volta che andavo a Londra finivo per incontrare Dev; nei club, nei ristoranti, alla fermata del bus nel cuore della notte. Mi chiedevo se fossi io nel posto giusto o fosse lui ad essere ovunque. Poi non l’ho più visto, probabilmente perché si era trasferito a New York, e non mi sono più posto il problema. Soltanto ora, dopo averlo conosciuto, ho capito che si tratta di una delle persone più iperattive e prolifiche al mondo e che probabilmente possiede anche il dono dell’ubiquità. Ventiquattro anni appena e tantissime cose per la testa, buona parte delle quali messe in pratica – non solo musica ma anche fumetti, racconti, foto e chissà quant’altro – Dev nasce negli States ma viene adottato da Londra. Comincia a suonare giovanissimo: piano, violoncello, chitarra, basso, batteria e via; come per altri il primo amore è il punk ed è proprio con il punk che si fa notare. I suoi Test Icicles infatti arrivano, gettano scompiglio e scompaiono lasciando una bella traccia prima dell’arrivo del Nu Rave. Da quel momento in poi il nostro decide di correre da solo, imbraccia una chitarra e si rinomina Lightspeed Champion. Vola a Omaha negli States e registra a casa Bright Eyes Falling Off the Lavender Bridge il suo primo album, un’intima raccolta di canzonette in chiave acustica. A due anni e una miriade di progetti differenti di distanza Dev torna con Life Is Sweet! Nice To Meet You, nuova inversione di rotta, un disco maestoso, arrangiato e a tratti quasi eccessivo, ennesima prova di un talento fuori dal comune.

Ciao Dev come stai?
Sto bene, davvero bene.

Cosa hai combinato in questi due anni?
Tantissime cose, Vediamo di fare un po’ d’ordine. Ho ascoltato tanta musica, ho cominciato a scrivere canzoni per altri…

Scritto il 2 marzo 2010 da Depolique - Nessun commento »

Alexis Dos Santos

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Intervista di Valentina Barzaghi. Foto di Piotr Niepsuj.

Ormai è passato qualche mese da quando abbiamo incontrato Alexis Dos Santos al Milano Film Festival. Alexis è il regista di “Unmade Beds” pellicola indipendente ambientata nella Londra underground degli squat, storia di un imberbe latino e di una introversa francese che ci si trovano nella città, il primo per cercare il padre mai conosciuto, la seconda per ricucire le ferite del suo cuore spezzato. Si scontrano a volte, ma non si incontrano, nonostante vivano sotto lo stesso tetto due esistenze parallele, immerse nel fervente clima che la città offre loro, dove non conta chi sei, cosa fai, da dove vieni, che musica ascolti o con chi decidi di andare a letto. Nato a Buenos Aires, Alexis è cresciuto in un piccolo villaggio della Patagonia. “Unmade Beds” è il suo secondo film. Il nostro incontro è stato bizzarro, lui ancora in hangover per il festino della sera prima, io con le pile di un registratore che ha smesso di funzionare proprio quando si era un po’ ripigliato dopo un caffè, su una panchina davanti al Piccolo Teatro di Milano in una giornata di vento, prima dello scoppio di un temporale. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta…

Ciao Alexis! Come va?
Molto bene grazie, anche se sono ancora un po’ provato dalla festa di ieri sera.

Ok, allora facciamo che lascio a te la scelta. Preferisci iniziare a parlare di te o del tuo film?
In verità di nessuno dei due (ride).

Scritto il 25 febbraio 2010 da Valentina Barzaghi - Nessun commento »

Nima

img179Intervista di Marco Lombardo. Foto di Paul Herbst.

Nima Nourizadeh da adolescente era fan degli Slayer e dei Morbid Angel. Oggi, dopo aver lavorato con adidas, Hot Chip, Lily Allen e Santigold, vorrebbe dirigere un video per un gruppo death metal. Incuriosito da ciò che potrebbe venirne fuori. E’ un talento trasversale che ama le sfide e si muove abilmente tra video e pubblicità. L’abbiamo raggiunto via telefono in quel di Londra, il primo giorno libero dopo due mesi passati a girare il nuovo segretissimo spot del colosso di origine tedesca.

Ciao Nima dove sei? Come stai?
Ciao sono a casa, a Londra, esausto. E’ un periodo molto impegnativo. Stiamo girando una nuova pubblicità, vengo da una settimana di riprese non stop. Ho due giorni liberi e poi andrò a Montreal per l’editing.

Di cosa si tratta?
E’ il nuovo spot dell’adidas, una produzione imponente.

Scritto il 23 febbraio 2010 da Marco Lombardo - Nessun commento »

Local Natives

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Intervista di Marco Lombardo. Foto di Paul Herbst.

I Local Natives sono originari di Orange County ma vivono a Los Angeles. Cinque ventenni che, una volta terminato il college, decidono di tentare il tutto per tutto e realizzare il sogno di una vita: registrare un disco. Vanno a vivere insieme e per un paio di mesi si dedicano soltanto alla musica. Scrivono undici canzoni, coverizzano i Talking Heads e partecipano al South By Southwest, il più importante festival di musica indipendente del mondo. E’ la svolta. Il pubblico li adora, la stampa inglese li nota e dopo qualche settimana firmano un contratto con la Infectious di Korda Marshall, discografico d’esperienza in libera uscita dal cartello delle multinazionali. Lo scorso novembre pubblicano per l’ etichetta indie britannica “Gorilla Manor”,, l’ album d’esordio, e attirano così l’attenzione della Frenchkiss, label che a Febbraio li distribuirà negli States. Proprio in quei i giorni i Local Natives saranno a Milano per la loro prima, imperdibile, data italiana. Come ingannare meglio l’attesa se non con un’intervista a Taylor Rice, uno dei fondatori della band californiana?

Ciao Taylor, dove ti trovi al momento?
Portland in Oregon. Siamo alla fine del tour americano, manca solo la data di questa sera. Ieri abbiamo festeggiato con le band che erano in tournée con noi, tutte di Los Angeles: gli Edward Sharpe and The Magnetic Zeros e i Fool’s Gold. Siamo andati avanti sino all’alba. Più tardi, dopo il concerto, partiranno per l’Inghilterra. Era l’ultima notte disponibile per sbronzarci tutti insieme. (Ride)

Scritto il 12 febbraio 2010 da Marco Lombardo - Nessun commento »

Edoardo Bonaspetti

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Non si può ignorare la presenza di “Mousse” all’interno del panorama di riviste Italiane. “Mousse” nasceva un po’ per gioco nel 2006, un po’ per sfida contro il sistema editoriale d’arte italiano che non aveva ancora prodotto niente di significativo, e che rispecchiasse le nuove generazioni. Sono passati tre anni e il fatto che “Mousse” sia sempre qui è a dimostrazione che i progetti interessanti possono e devono sopravvivere. In una mattina d’inverno milanese abbiamo incontrato Edoardo Bonaspetti, uno dei fondatori.

Da quanto esiste Mousse? Quali sono state le motivazioni iniziali?
Questa è la domanda che mi si rivolge spesso… l’origine di un magazine deve destare davvero molta curiosità…e non c’è nulla di male se a questo punto si creasse un po’ di leggenda e mistero. Mousse è comunque un progetto nato nell’inverno del 2006, all’inizio era solo una sfida milanese. C’era semplicemente la voglia di realizzare un progetto diverso, in linea con i nostri gusti e le nostre idee. Abbiamo fatto uscire due numeri di prova, quasi inventandoci un format – non avevamo alcuna esperienza nel settore, e questa “ricerca di mercato” sul campo si è rivelata fortunata. Oggi Mousse è distribuito in Europa, Nord America e in diversi paesi asiatici.

Scritto il 11 febbraio 2010 da Marco Velardi - Nessun commento »

Whitefruits

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Quanto è cool la porcellana. E chi l’avrebbe mai detto! A dimostrarlo è un duo di designer praghesi: i Whitefruits, Gabriel Vach e Antonin Tomasek. Con la porcellana ci si diverte un mondo, creando oggetti che non sono quasi mai quello che sembrano. Come il piatto che – rovesciato – diventa una casetta-scultura. Noi abbiamo chiacchierato un po’ con Gabriel…

Ciao Gabriel, raccontami qualcosa di Whitefruits. Chi siete? Quando e dove avete iniziato a lavorare assieme?
Whitefruits è un duo: siamo io e Antonin Tomasek. Eravamo in classe assieme all’Università di Arti Applicate, Architettura e Design di Praga. Lavoriamo così dal 2006.

Quanti anni avete?
33, tutti e due.

E adesso dove vivete?
A Praga, entrambi.

Scritto il 9 febbraio 2010 da Maria Cristina Bastante - Nessun commento »

Speciale Designer di gioielli

Tre nomi emergenti del panorama del design scelti e intervistati in esclusiva per voi da PIG. Sono tutti italiani: diversissimi per stili e background, vi faranno sbavare con le loro creazioni. Teneteli d’occhio!

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Emanuele Bicocchi

Intervista a Emanuele Bicocchi e Giulia Diamanti di Ilaria Norsa. Foto di Sean Michael Beolchini

La storia certo è romantica e se non li conoscessi direi che è una cosa d’altri tempi. Quando si sono incontrati Giulia era poco più che una bambina, Emanuele un ventenne di belle speranze. Correva il 2005: fu allora che la temeraria ragazza, travolta dalla forza creativa del suo incontenibile “romeo”, decise – in uno slancio quasi eroico – di credere in lui. E così i due si imbarcarono in un’avventura che si sarebbe rivelata la più grande: quella della loro vita. Sono passati cinque anni, anni crescita e condivisione, di viaggi, feste, risate, rock’n’roll (e anche qualche vaso rotto), ma soprattutto anni di duro lavoro e lezioni imparate sul campo. E come Giulia, Emanuele col suo talento ha saputo convincere tutti, anche me.

Raccontatemi la vostra storia:
E: Premetto: io non sono un gioielliere puro, nel senso che non ho studiato per diventarlo e non provengo da una famiglia di gioiellieri. Tutto è nato con la conoscenza tra me e Giulia ed è cresciuto insieme a noi e alla nostra relazione, coi vantaggi e gli svantaggi che lavorare insieme al proprio compagno può comportare. I primi, fortunatamente, dal nostro punto di vista prevalgono sui secondi. Non si tratta solo di lavoro ma della nostra vita. Naturalmente ognuno ricopre il suo ruolo e gestisce il proprio spazio autonomamente: io curo la parte creativa e la produzione, Giulia si occupa del rapporto con i clienti e della contabilità. Siamo io e lei, nati da zero. L’azienda è nostra, ma ovviamente abbiamo goduto dell’appoggio e della fiducia di molte persone.

Scritto il 5 febbraio 2010 da Ilaria Norsa - Nessun commento »

Blog of the Month: My parents were awesome

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Intervista ad Eliot Glazer di Fabiana Fierotti.

Ciao Eliot, come stai?
Benissimo, grazie.

Puoi salutare i nostri lettori e spiegare il tuo ruolo all’interno del blog “My parents were awesome”?
Ciao! Sono il creatore nonchè editor dietro My Parents Were Awesome.

Scritto il 3 febbraio 2010 da Fabiana Fierotti - Nessun commento »

Heartbreak

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Intervista di Marco Lombardo. Foto di Nacho Alegre.

Un attore sud americano e un tecnico di produzione anglo-francese s’ incontrano per caso in Argentina, sul set di una soap-opera controversa. Sebastian Muravchix, il primo, e Ali Renault, il secondo, condividono una passione viscerale per la musica disco degli anni ottanta, in particolare per la deriva nata nel bel paese, passata alla storia come Italo-Disco. Stanchi dell’ambiente televisivo abbandonano Buenos Aires e si trasferiscono a Londra, dove danno vita agli Heartbreak, una sensuale synth-band accolta con clamore dalla stampa d’oltremanica. Nel giro di pochi mesi attirano l’attenzione delle riviste patinate e di illustri colleghi, da Richard X a Little Boots, passando per la splendida Annie, rendendosi protagonisti di un’ascesa fulminante. Li abbiamo intervistati per voi.

Cosa vi ha spinto a dare vita agli Heartbreak?
Ali: La curiosità di assistere al risultato della fusione di due personalità molto diverse tra loro, accomunate da una passione viscerale per i sintetizzatori e la disco-music. Volevamo infiltrare la scena mainstream del pop con la nostra formula magica.

Scritto il 2 febbraio 2010 da Marco Lombardo - Nessun commento »

Jack Peñate

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Intervista di Depolique. Foto di Sean Michael Beolchini. Assistant phtgrphr: Pablo Limon Miguez

Anello debole di un improbabile trio proposto per l’occasione dalla stampa britannica – sorta di baby wave made in England post Lily Allen – composto da lui, Jamie T e Kate Nash, Jack Peñate, al tempo ventitreenne londinese di belle speranze, salta fuori dal nulla sul finire del 2007 e finisce dritto sulla copertina del NME prima ancora di debuttare. Nonostante il vento in poppa viene affondato da gran parte della critica al momento del primo compito in classe. Raramente così spietati, pure noi ci siamo accaniti su “Matinèe”, anonimo mostriciattolo tra folk e pop per minori, indispettiti anche dal fatto che con buone probabilità aveva fregato il posto a dischi più meritevoli in casa XL, etichetta che raramente sbaglia mira così tanto. E’ proprio nel cuore della label londinese che incontriamo Jack in un freddo pomeriggio di fine novembre. Dal suo sfortunato esordio sono passati poco più di due anni e un abbondante dose di ascolti del suo nuovo lp, lavoro deputato a rilanciare o ad affossare il cantastorie. Fortunatamente per noi, ma soprattutto per lui “Everything Is New”, disco prodotto in compagnia di Paul Epworth e uscito nel bel mezzo dell’estate, ha contagiato un po’ tutti con la sua febbre tropicale e le sue vibrazioni nere, come fosse il canto malinconico di un brasiliano in esilio a Londra malato di saudade.

Come mai questo cognome? Suona decisamente esotico…
Mio nonno era di origine spagnola, emigrato in Gran Bretagna.

Scritto il 2 febbraio 2010 da Depolique - Nessun commento »

Alex Holdridge

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Intervista di Valentina Barzaghi.
Foto di Brigitte Sire.

Alex Holdridge, classe 1975, è il regista di “In Search Of A Midnight Kiss”, il film che si è preso di diritto il podio per il Best Indipendent Movie di quest’anno di PIG. Originario di Austin, Texas, Alex è migrato ad L.A. dopo una relazione andata male. Senza un lavoro, senza macchina (distrutta nel viaggio verso la città degli angeli), sulla soglia della depressione, Alex ha vagato per le strade di L.A. assaporandone l’atmosfera, quella voglia di un contatto umano difficile da raggiungere, il cuore stretto in una morsa, ma vivo e pronto ad amare di nuovo. Tutta la sua dissaventura e i sentimenti di allora sono stati messi in questa piccola perla in bianco e nero costata solo 25000 dollari, un racconto che gli è servito per dirsi che era finita, che era guarito. Non a caso, che venga dal suo profondo, traspare in ogni dettaglio: dalla caratterizzazione dei personaggi ai dialoghi poeticamente reali sebbene a tratti logorroici, dalle situazioni che oscillano di continuo dal divertente al commovente alla downtown cittadina che diventa personaggio integrante della narrazione per l’effetto di solitudine che produce su chi ci vive. Al suo terzo lungometraggio Alex, che sta già lavorando ad altre pellicole che lo vedranno sia solo come sceneggiatore sia anche dietro alla macchina da presa, con questo film fa molto più che una promessa al cinema mondiale.

Scritto il 12 gennaio 2010 da Valentina Barzaghi - Nessun commento »

Intervista esclusiva a Sean Byrne, regista di “The Loved Ones”

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Sean Byrne è un regista australiano che con “The Loved Ones”, teen horror non adatto a stomaci deboli per la veste cruenta di cui si tinge pressoché da subito, firma il suo primo lungometraggio. Il suo nome non è di certo noto alle masse, anche se alcuni maniaci di settore si possono ricordare una sua comparsata con il cortometraggio “Advantage” al Sundance FF del 2008. Dopo “Wolf Creek” sembra che in Australia il genere stia tornando in voga e “The Loved Ones” ne è un esempio di stile e grande prova sia narrativa che registica, nonostante sia stato girato in tempi irrisori e low budget. Byrne infatti si è saputo destreggiare sapientemente tra teen movie e horror, con una buone dose di cattiveria che in film di questo tipo non si vedeva da tanto.
Dopo l’incidente del padre, l’adolescente Brent si rifugia nel silenzio e nella depressione, ma a scuola è arrivato il momento più atteso dell’anno: il ballo. Quando la giovane e timida Lola troverà il coraggio di invitarlo, Brent declinerà perché ci deve andare con la sua fidanzata. Tornato a casa, prima di vestirsi per la serata, andrà a fare una passeggiata da cui non farà più ritorno. Rapito e ancora stordito, si sveglierà nel bel mezzo di un singolare ballo, che ha più i connotati di una danza macabra.
Da “Carrie” a “Misery” le citazioni si sprecano, ma è indubbio che “The Loved Ones” – che non credo arriverà mai nelle nostre sale, procuratevelo- sia uno dei migliori horror visti al Torino Film Festival quest’anno.

Scritto il 22 dicembre 2009 da Valentina Barzaghi - 2 Commenti »

Brandon & Chuck: the Crocodiles

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Photography: Sean Micheal Beolchini, Styling: Ilaria Norsa, Asstnt Phtgrphy: Giovanni Galilei, Asstnt Styling: Fabiana Fierotti, Special Thanks: Marco Rapisarda, Stefano Palumbo,tutti i membri dei Crocodiles, la ragazza di Chuck e la Grinding Halt.
Intervista di Marina Pierri.

Hanno infestato l’estate del 2009 con feedback e distorsioni da fare sanguinare le orecchie e l’hanno fatto con un album chiamato, peraltro, “Summer Of Hate” (leggete l’intervista per scoprire perché hanno scelto il nome). Tra le loro fonti e influenze citano Spacemen 3, Jesus And Mary Chain e Velvet Underground, ma mettete su il loro fortunatissimo singolo “I Want To Kill” e scoprirete una citazione delle Crystals, il girl group. Vengono da San Diego e se la fanno con i migliori nomi dell’anno: Wavves e No Age. Sono stati stroncati e coccolati in uguale misura dalla critica americana ed europea, ma vedono un aspetto positivo anche nelle recensioni pessime. Hanno poco più di venticinque anni e un entusiasmo spaventoso. Sono i Crocodiles. E qui di sotto Charles Rowell, voce e chitarra della band – dallo Spazio 211 di Torino – ci racconta i per che e i per come della loro avventura nel favoloso regno dell’hype.

Ciao.
Oh, ciao.

Ti disturbo?
No, affatto, ma fammi andare in camera, così non c’è tanto chiasso in sottofondo.

Scritto il 16 dicembre 2009 da Marina Pierri - Nessun commento »

Intervista esclusiva a Diablo Cody per Jennifer’s Body

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Non penso che servano molte presentazioni quando si parla di Diablo Cody: ex stripper, blogger di successo, scrittrice e infine sceneggiatrice dell’acclamato “Juno”, per cui nel 2008 ha anche vinto L’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Durante il weekend appena passato nei cinema è uscita la sua ultima fatica, “Jennifer’s Body” (che qualcuno mi può spiegare seriamente perché sia stato vietato agli under 18?), targata Fox Atomic. In esclusiva per l’Italia era stato proiettato al Noir Film Festival di Courmayeur , dove è stata raggiunta per qualche domanda. Un mito.

Scritto il 14 dicembre 2009 da Valentina Barzaghi - Nessun commento »

Nakako Hayashi

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Nakako Hayashi è una piccola gemma nell’editoria indipendente contemporanea. Editrice ma anche giornalista freelance con un’esperienza alle spalle da far invidia a molti giovani editori alle prime armi, ha ritagliato spazio per se stessa a cavallo tra il Giappone e il resto del mondo con “Here and There”, rivista cult, pubblicata una volta l’anno e distribuita da Nieves Books. Per l’uscita del nuovo numero di “Here and There”, l’abbiamo incontrata a Tokyo.

Com’è nata l’idea di pubblicare Here and There?
La nascita di Here and There fu un processo molto spontaneo. Dopo più di dieci anni come redattore del mensile di moda, Hanatsubaki, pubblicato da Shiseido, mi resi conto che non avevo più la stessa determinazione a lavorare con contenuti di ricerca e moda d’avanguardia. Ciò che m’interessava erano le esperienze personali, le emozioni e l’entusiasmo, per questo decisi di pubblicare il primo numero di Here and There nella primavera del 2002.

Da qui a selezionare i tuoi collaboratori, qual è il criterio di scelta?
I collaboratori di Here and There sono persone con cui ho un dialogo quotidiano, sia tramite email sia di persona quando posso.

Scritto il 11 dicembre 2009 da Marco Velardi - Nessun commento »

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